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Festival dell’Oralità popolare | babelmedCreare le condizioni affinché si faciliti il passaggio dei saperi da una generazione all’altra, ponendo un’attenzione particolare ai processi culturali che si distinguono nelle comunità caratterizzate da un’omogeneità culturale. E’ questa la mission del Comitato Promotore per la Valorizzazione delle Tradizioni Popolari che ha lavorato quasi dieci anni per la costruzione e la nascita della “Rete Italiana di Cultura Popolare”. Tra le molte azioni organizzate, un festival itinerante nell’intera penisola per far incontrare una cultura che solo fino a dieci anni fa era descritta come residuale, “museale” o, in senso dispregiativo, “folkloristica”, senza alcuna possibilità di comunicare con i contemporanei.
Ed invece, come spesso capita alzando lo sguardo al cielo, inspiegabilmente il vento ha deciso di
cambiare ritmo e direzione, da sud a nord e viceversa: migliaia di ragazzi si sono ritrovati nei paesi di
provincia ai tempi della vendemmia a pestare i piedi con e come i loro nonni, a ballare freneticamente per sfuggire dal morso della tarantola, o a stringere mani sconosciute per un circolo occitano. Non lo hanno fatto con i costumi di un passato idealizzato, ma con jeans e magliette alla moda, registrando file-video con cellulari iper-tecnologici, e ben presto facendo di quei ritmi la base per nuove sperimentazioni.
Non stupisce quindi il successo del Festival dell’Oralità Popolare che fino a martedì 27 settembre occupa le piazze del centro di Torino per il sesto anno consecutivo. Coinvolge 15 regioni e presenta un programma intenso: dal recital di Roberto De Simone, gigante della drammaturgia nazionale, alla partecipazione straordinaria di David Riondino, fino alla sfida tra i protagonisti del canto a braccia, una tradizione che si è rinnovata con i rapper e il canto freestyle. E’ anche l’occasione di riannodare la storia di un’Italia popolare, capace di unirsi nel rispetto delle diversità, dai canti delle mondine ai racconti magici del mantovano. E poi tanti incontri. Alcuni nomi: Paolo Rumiz, Derrik De Kerckhove, Nicola Tranfaglia, Ugo Gregoretti, Gianluigi Bravo….Tra i momenti più istituzionali, gli Stati Generali della Cultura Popolare, momento di dialogo, confronto per chi si occupa di politiche socio-culturali.

Particolarmente interessante la presentazione dell’Archivio partecipato della cultura popolare articolato su una piattaforma web per acquisire “dal basso” e condividere i saperi. Significativa la firma dello Statuto per la costituzione della Rete Euromediterranea, in collegamento con altri 14 Paesi, che vede l’Italia promotrice del processo di integrazione e promozione culturale tra gli Stati che si affacciano sul Mare Nostrum per rompere un muro di diffidenze e pregiudizi e lasciare spazio alla conoscenza reciproca, valorizzando le differenze e le specificità.

Tutti i soci della Rete – spiegano - hanno deciso di ripensare al ruolo della cultura in una società dove gli uomini vogliono, devono, convivere e perché la politica non può da essa prescindere, se riconosciuto compito della politica è leggere e costruire i complessi rapporti del vivere comune.
“Da quando abbiamo iniziato, centinaia sono stati i gruppi di ragazzi che hanno aderito rileggendo,
trasfigurando, tradendo – compito della Rete è comunicare, quello degli studiosi e degli archivi
conservare – portando in piazza e in ogni luogo in Italia danze, musiche, teatro, artigianato ed
enogastronomia per rimettere, trasmettere alcuni principi di una tradizione, che in se avevano già il
germe del “tradimento”. Intendiamo per “tradimento” un modello positivo nella costruzione di un
rapporto con la propria o qualsivoglia radice”.


Per saperne di più

www.reteitalianaculturapopolare.org



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