Donne e Mediterraneo nello sguardo di tre fotografe | Cristina Mastrandrea, Michela Fabbrocino, Zoe Vincenti, Donne e Mediterraneo
Donne e Mediterraneo nello sguardo di tre fotografe Stampa
Marco Cesario   

Donne e Mediterraneo. Un connubio potente se si guarda soprattutto agli avvenimenti di questi ultimi anni, un legame ancestrale che dal culto della Dea Madre fino alle rivoluzioni nel mondo arabo non ha mai cessato di affascinare storici, giornalisti, analisti, osservatori. Di sicuro c’è che in questi ultimi anni la donna sta diventando un perno fondamentale nei capovolgimenti politici e di costume che stanno avvenendo sulle rive del Mare Nostrum. Se poi questo connubio è analizzato da una prospettiva femminile, il risultato è ancora più sorprendente. E così tre fotografe, Cristina Mastrandrea, Michela Fabbrocino e Zoe Vincenti, nell’ambito della mostra “Mediterraneo: fotografie tra terre e mare 2015”, allestita alla Biblioteca Nazionale di Napoli fino al 16 luglio, mostrano i propri sguardi di donne sulle donne del Mediterraneo. ”La primavera siamo noi" di Cristina Mastrandrea, "Madri in lutto" di Michela Fabbrocino, "I fiori del male" di Zoe Vincenti, questi i progetti fotografici delle tre autrici. Progetti che vogliono gettare una luce diversa - intimista, evocativa ma anche catartica - delle lotte dell’universo femminile in un momento epocale per il Mediterraneo e per l’Europa. Sguardi e «resistenze» che si profilano in maniera trasversale, come se esistesse una solidarietà intima, una filosofia di fondo, una rete di dissenso e di progresso spirituale e materiale che muovesse le donne contemporaneamente sulle due rive del Mediterraneo.

 

“La primavera siamo noi” di Cristina Mastandrea

Donne e Mediterraneo nello sguardo di tre fotografe | Cristina Mastrandrea, Michela Fabbrocino, Zoe Vincenti, Donne e Mediterraneo

La primavera, per antonomasia simbolo di rinascita e movimento. Troppo spesso occultata da poteri forti, oltranzisti e oscurata dal risorgere dell’islamismo radicale che sembra quasi la risposta reazionaria alle rivoluzioni di corpo e costume incarnate dalle donne nel Mediterraneo. A questa battaglia epocale stiamo assistendo in questi giorni in Tunisia. Da un lato ciò che resta della rivoluzione dei gelsomini, incarnata dalla rivoluzione del corpo e della politica portata in Tunisia dalle donne. Dall’altro il ritorno violento della cultura patriarcale ed autoritaria, che cerca di reprimere questo anelito alla libertà. Cristina Mastrandrea è fotogiornalista, il cui primo progetto fotografico è sui giovani rapper palestinesi. Collabora per Vanity Fair, Gioia, RaiNews24, La Repubblica e numerose altre importanti testate. Il suo sguardo è sempre rivolto al mondo femminile, in una società in forte cambiamento tra laicità e religione. Nel 2013 inizia a documentare le donne nella Tunisia post rivoluzione. Qui incontra l’attivista Amina Tyler (Sboui), e ne nasce un sodalizio culturale e professionale che sfocerà in un lavoro che gli varrà tre menzioni d’onore all’IPA (International Photography Awards) del 2013. Il progetto presentato a Napoli, ”La primavera siamo noi” nasce da un lavoro proprio sulle ragazze di Tunisi. “Le ho viste con i loro colori passeggiare in Avenue Bourghiba - scrive Cristina - e le ricordo per la loro allegria e determinazione. Protagoniste insieme agli uomini della rivoluzione, considerata tradita da molti, loro continuano a resistere chiedendo partecipazione, diritti e il vero cambiamento della società”. Ma non c’è solo la Tunisia nello sguardo che Cristina porta nella città di Napoli. C’è anche l’eterna tragedia di Gaza e le tragedie dei migranti del Mediterraneo perché il suo prezioso lavoro vuole raccogliere gli sguardi del mondo femminile in continua lotta verso la libertà, la conquista e la rivendicazione dei propri diritti. “Le donne incontrate da Gaza alla Tunisia fino alle migranti eritree, sbarcate a Lampedusa, rappresentano una forza innovativa, una spinta al cambiamento che solo le donne posso dare in alcune società”. Attraverso sguardi, gesti consuetudini, Cristina Mastandrea vuol far trapelare una sorta di “resistenza femminile”, una resistenza che si delinea in maniera trasversale nelle società del Medio Oriente, del Nord Africa e di tutto il Mediterraneo.

 

"I Fiori del Male" di Zoe Vincenti

Donne e Mediterraneo nello sguardo di tre fotografe | Cristina Mastrandrea, Michela Fabbrocino, Zoe Vincenti, Donne e Mediterraneo

Il mondo delle donne in Marocco visto dagli occhi di una fotografa documentarista ed editoriale. Zoe Vincenti viaggiaattraverso Messico, India, Europa e Nord Africa e si specializza su progetti di fotografia documentaria, con un interesse più profondo su tematiche di identità e genere, diritti umani e contraddizioni della società contemporanea. Collabora con D-la Repubblica, The Oprah Magazine (Usa), Wirtshafts Woche (De), Cosmopolitan, Elle. Dai suoi viaggi e dalla sua sensibilità nasce il progetto “I Fiori del Male”. “Dei miei viaggi in Marocco - scrive Zoe - conservo losservazione ravvicinata e intima del mondo femminile. Quello che forse, per identificazione, è stato il mio costante desiderio di capire quanto la vita di queste donne si avvicinasse allo stereotipo che noi occidentali abbiamo di loro, mi ha portato sul sentiero della rabbia, dellindignazione e dellamarezza. Nel suo lavoro Zoe denuncia l’impatto pesante e tirannico dell’uomo sulla vita e sulle scelte di una donna. “La vita di una donna in questi paesi è costantemente condizionata dalle scelte di un uomo - scrive Zoe - partendo da un padre poi da un fratello, fino ad arrivare ad un marito. Dopo linfanzia la donna inizia ad essere gestita come una mera proprietà. Solo dal 2004 è stato cambiato il codice della famiglia (Moudawana) che di fatto ha portato a piccoli miglioramenti nella vita delle donne. L’ambiguità, sottolinea Zoe nel suo lavoro, è proprio in quel duplice statuto giuridico in cui la donna è costretta. Da un lato uno statuto giuridico «pubblico », di stampo moderno e democratico, in cui teoricamente la donna puo’ godere degli stessi diritti dell’uomo. Dall’altro la sfera «privata», retta da norme di ispirazione religiosa e tradizionale nel quale la donna ha diritti e doveri diversi dalluomo. In questa discrepanza, in questa cesura, la donna cerca di evolversi, divincolarsi per raggiungere la sua piena indipendenza.

 

"Madri in Lutto" di Michela Fabbrocino

Donne e Mediterraneo nello sguardo di tre fotografe | Cristina Mastrandrea, Michela Fabbrocino, Zoe Vincenti, Donne e MediterraneoMichela Fabbrocino è fotografa di origini vesuviane ed il suo è uno sguardo aperto sul mondo. Nel 2013 si laurea in Fotogiornalismo presso lAccademia di Belle Arti di Napoli con una tesi sulla condizione della vita di clausura ed è esperta di uso sociale della fotografia. Le sue opere hanno un valore prevalentemente documentaristico, dal forte carattere antropologico e sociale. Michela usa la fotografia come i clerici vagantes nel Medioevo usavano la parola ed il mimo:l’idea è di raccontare in maniera aneddotica la realtà che ci circonda, le sue valenze, i suoi simboli nascosti. Nel 2014 vince il premio fotografico e giornalistico “cassetto delle idee” che le permetterà di esporre allinterno dellomonimo festival a Pescara. Nel suo progetto “Madri in lutto”, Michela Fabbrocino vuole raccontare lidentità delle donne che ogni Venerdì Santo sfilano per le strade di Maddaloni, più di trecento, rigorosamente scalze e totalmente vestite di nero, donne che rappresentano la visione del lutto della Madre che accompagna il figlio nel doloroso cammino verso la morte. La donna rappresenta la struttura portante dellintero corteo - scrive Michela -sono infatti le stesse donne a sfilare e a portare sulle spalle la pesante statua dellAddolorata, a differenza di tutte le altre processioni del Venerdì Santo in Campania, dove forte è invece la presenza del sesso maschile. Le donne scandagliate da Michela però sono staccate dal contesto del corteo religioso e ritratte singolarmente con gli abiti del rito come se attraverso la gestualità e l’aura sacra di riproposizione di cerimonie ancestrali si rinnovasse l’eterno connubio tra donna e Natura, Donna e Rito, in una ricerca sempre ossessiva e difficile della Verità e del ricongiungimento della particella, staccata ed impazzita, all’Uno. Dalla Tunisia al Marocco, passando per il Sud Italia, si delinea così in questo triplice progetto una figura ancestrale, senza tempo, che da sempre guida e accompagna l’uomo, una forza che al pari della Natura è impossibile imprigionare, figura in cui l’universo interroga sé stesso per ritrovare il cammino della propria evoluzione.


 


 

Marco Cesario

14/07/2015