Quanto è difficile fare cinema in Algeria! | Algeria, sale di cinema, Abdenour Hochiche, Abdelghani Raoui, Yasmine Chouikh, Malek Bensmaïl, Azzedine Mihoubi, Béjaïa, Samir Ardjoum
Quanto è difficile fare cinema in Algeria! Stampa
Nejma Rondeleux   

Quanto è difficile fare cinema in Algeria! | Algeria, sale di cinema, Abdenour Hochiche, Abdelghani Raoui, Yasmine Chouikh, Malek Bensmaïl, Azzedine Mihoubi, Béjaïa, Samir Ardjoum

Nel 1962, subito dopo l'Indipendenza, in Algeria si contavano 450 sale cinema. Sessant'anni dopo ne restano solo una ventina. Lo ha confessato lo scorso giugno il ministro della Cultura Azzedine Mihoubi, “il 95 % delle sale di cinema algerine sono chiuse o inattive”, sfatando così la mitica cifra degli anni sessanta.

Il più grande paese africano mette a disposizione una sala ogni 1,7 milioni di abitanti, il Marocco una sala ogni 775 000 abitanti, e la vicina Tunisia uno schermo ogni 665 000 abitanti. I paesi magrebini vicini sono anch'essi colpiti da questo calo drastico del numero di sale. Anno dopo anno si allontanano sempre di più dalle raccomandazioni dell'UNESCO, che auspica una sala cinematografica ogni 10.000/15.000 abitanti.

//Abdenour HochicheAbdenour HochicheIn Algeria, non essendoci una rete di distribuzione, la figura del produttore è praticamente inesistente. “Che interesse avrei a produrre un film che non sarà mai visto?”, si chiede con tono provocatorio, Abdenour Hochiche, che da tredici anni organizza con perseveranza le “Rencontres cinématographiques di Béjaïa” (RCB). Un evento raro che permette ogni anno di vedere gli ultimi successi e le novità che non sono ancora mai state proiettate in Algeria. “Bisogna essere un gran riccone o un gran cinefilo”, prosegue il presidente dell'associazione Project'heurts, all'origine del festival, “si tratta perlopiù di mecenatismo”. Poco spazio quindi per produttori privati. I registi algerini hanno due opzioni: chiedere un finanziamento allo Stato, oppure mettere su un fascicolo per richiedere un finanziamento internazionale. Nei due casi, la selezione e le severe restrizioni economiche dissuadono più di un candidato.

Morte prematura

//Abdelghani RaouiAbdelghani RaouiCi si ritrova con il didietro tra due sedie” (espressione francese che equivale all'italiana “essere tra due fuochi”, ndt), riassume Abdelghani Raoui, regista algerino di 35 anni che non riesce a fare uscire il suo lungometraggio: “da una parte ci sta la produzione statale, i cui film non hanno bisogno di nessuna legittimità, e dall'altra, i film prodotti da società straniere, con le loro esigenze tematiche”. Risultato: ci vuole molto tempo per produrre film, che a stento superano un livello “amatoriale”. Molte sceneggiature restano chiuse negli scaffali per mancanza di soldi, come quella di Abdelghani Raoui. “Dall'uscita del mio primo cortometraggio, il “Quotidien des automates” (“Quotidiano degli automi”, ndt), nel 2005, non sono più riuscito a finanziare i miei film”, racconta il regista autodidatta che ha accumulato “cinque progetti abortiti, tra corti e lunghi, negli ultimi dieci anni”. “Ho avuto parecchi problemi con i produttori perché mi chiedevano tutti di rifare un film d'animazione che assomigliasse al mio primo cortometraggio”, testimonia Raoui. “Invece io voglio cambiare marcia e passare ad altro”. Nell'attesa, il suo lungometraggio “Pressions paradis” (“Pressioni paradiso”, ndt), di cui sono stati girati e montati trenta minuti, sonnecchia... ma, questa volta, non lascerà che si addormenti del tutto.

Il divorzio tra televisione e cinema

//Yasmine ChouikhYasmine Chouikh“Prima, la televisione coproduceva film, ma da qualche anno non investe più nel cinema”. Yasmine Chouikh, frizzante regista di 33 anni, ricorda con rammarico i “bei tempi” in cui la televisione e il cinema andavano a braccetto. “un concorso di sceneggiatura, “Les fennecs d'argent”, era organizzato dalla TV per aiutare i giovani autori a fare film”. È proprio così che questa figlia di registi ha incominciato a fare cinema. “La televisione non aiuta più direttamente gli autori, ma dovrebbe almeno diffondere le opere dei giovani registi”, dichiara questa appassionata del grande schermo che, dopo due lunghi anni di trattative, sta per cominciare a girare il suo primo lungometraggio grazie al finanziamento dello Stato, attraverso il Fondo di sviluppo dell'arte e della tecnica dell'industria del cinema (FDATIC). “Bisogna sbloccare una dinamica immobile da ormai troppi anni” - sostiene Yasmine Chouikh - Sennò, gli Algerini non potranno mai fare lungometraggi e finzione, che costano cari”. Una situazione ancora più frustrante perché il connubio cinema-televisione funziona perfettamente nei paesi vicini. Selezionato per il secondo anno di seguito alle “Rencontres cinématographiques di Béjaïa” di inizio settembre, il regista marocchino Hicham Elladdaqi ne è la prova. Questo discreto cineasta di 32 anni ha beneficiato del “preacquisto” da parte della televisione marocchina 2M per il suo documentario “La route du pain” (“La via del pane”, ndt), racconto della difficile vita dei braccianti di un quartiere popolare di Marrakech, che ogni giorno se la devono sbrogliare per trovare lavoro.

Spezzare il circolo vizioso

//Malek BensmaïlMalek BensmaïlIn questa ricerca di finanziamenti, anche i veterani stentano a chiudere i budget, come lo testimonia il percorso di Malek Bensmaïl, regista originario di Constantine, città dell'ovest del paese, conosciuto per i suoi numerosi documentari sull'Algeria contemporanea. Dopo 25 anni di carriera e nonostante una filmografia di una quindicina di film, il regista di 49 anni ha avuto difficoltà a trovare i soldi necessari per finire il suo ultimo documentario “Contre-pouvoirs” (“Contropoteri”, ndt), presentato in anteprima algerina alle 13° “Rencontres cinématographiques di Béjaïa”. Tenuto conto dell'argomento del documento, che affronta il tema scottante delle elezioni presidenziale del 2014 viste attraverso la redazione di un giornale, era complicato, per non dire impossibile, ottenere finanziamenti algerini, ammette il regista. “Abbiamo dovuto dirigerci verso una coproduzione, ma siccome l'Algeria non interessa granché chi ha soldi è stato alquanto difficile trovare partner finanziari”. Per chiudere il suo “piccolo budget” da 150 mila euro – il documentario precedente “La Chine est encore loin” (“La Cina è ancora lontana”, ndt) aveva un budget di 800 mila euro – Malek Bensmaïl ha lanciato una campagna di “crowfunding” sul sito tousgoprod.com. “L'Algeria gira in tondo”, constata con amarezza, ma comunque ottimista, Samir Ardjoum, critico cinematografico e autore del blog “Chroniques algériennes” sul sito francese Libération, “perché anche se non ha un'industria cinematografica, l'Algeria è un paese di grandi cinefili”. E poi, i numerosi premi internazionali ottenuti dai registi algerini spingono a proseguire la lotta per il cinema...

 


 

Nejma Rondeleux

29/10/2015

Traduzione dal francese di Matteo Mancini

 

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