Il sogno di “Da Tahar”, l’imprenditore che ama Molière | Karim Metref
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Karim Metref   
Il sogno di “Da Tahar”, l’imprenditore che ama Molière | Karim MetrefSi chiama Benabbas Abbas, ma tutti lo conoscono come Tahar. I giovani lo chiamano tutti “Da Tahar” (zio Tahar). Ha la faccia pulita e sorridente delle persone profondamente buone. Nato probabilmente a metà del secolo scorso, non è facile dire la sua età. Fa parte di coloro che accumulano gli anni ma non diventano vecchi. Uno che ha sempre lavorato duro. Da giovane, come tanti della regione, ha lasciato Tigemounin, il suo piccolo villaggio arroccato ai fianchi del Giurgiura, e si è diretto verso le città di pianura che offrivano più possibilità a chi come lui aveva volontà e coraggio.
Come tutti, probabilmente, fece un po' di tutto prima di lanciarsi nella confezione sartoriale. Un settore in Algeria che, dalla partenza degli ebrei d'Algeria, è stato per decenni quasi esclusivamente dominato dai montanari cabili. Ha lavorato tanto, ha guadagnato tanto, ma non si è mai montato la testa. È rimasto un contadino nell'anima, sempre con le maniche rimboccate. Sempre pronto a battersi con la vita. Quando era ricco, ha sempre condiviso con chi aveva di meno e ha sempre aiutato il suo villaggio. Oggi dice che la confezione è morta e che la sua “fabbrichetta” è chiusa. Stessa storia dappertutto. D'un colpo la merce cinese ha invaso il mercato. “Quello che io producevo per due dinari, loro lo mettevano sul mercato al dettaglio ad un dinaro.” Dice senza scomporsi, senza smettere di sorridere, come se raccontasse la storia di qualcun altro. “Oggi che fai? Ti godi la tua pensione ben meritata?” – gli chiedo - “Nemmeno per sogno! Oggi sto lanciando una nuova impresa. Ho ideato una piccola giostra da giardino. Leggera, maneggevole ed economica. L'ho brevettata e adesso sto per iniziarne la produzione su scala semi industriale.”
Sentendo le sue parole e vedendolo tirare fuori, con entusiasmo quasi infantile, foto e disegni del suo nuovo piano, capisco in pieno le parole di Rudyard Kipling nella sua "Lettera al figlio": “Se puoi vedere distrutto il lavoro di tutta la tua vita e, senza dire una parola, ricominciare; Se puoi perdere, in un colpo solo, il guadagno di cento partite senza un gesto e senza un sospiro di rammarico...” .
E sta realizzando un suo sogno: costruire un teatro all'aria aperta. Come tutti quelli costretti a battersi con la vita da piccoli, Tahar non ha studiato molto. Anche se da autodidatta poi ha imparato molto. Quando, come quasi ogni cabilo più o meno colto, parlando salta dal cabilo al francese senza accorgersene, si esprime in una lingua di Molière corretta. Parla il francese come i vecchi cabili. Con la erre lunga e arrotolata. Con la acca mai muta ma sempre aspirata come in cabilo, le parole usate sembrano uscire da un vecchio libro di testo. Si vede che ha ben studiato alla scuola elementare ma che non è mai andato oltre tranne che continuando a leggere. Parla come i buoni libri.

Il teatro della montagna
Non ha avuto tante occasioni di frequentare il mondo culturale, Da Tahar, aveva troppo da fare nel mondo del lavoro. Per questo ne ha un rispetto quasi religioso. Per incoraggiare la cultura nel suo piccolo villaggio di montagna, un giorno, ha deciso di costruire un teatro all'aria aperta. In un suo piccolo frutteto in mezzo ad un paesaggio dalla bellezza mozzafiato. Tutto verde selvaggio e pietra nuda, a poche centinaia di metri dal monte detto “talettat n wedrar” (Il pollice della montagna). Come per coniugare la bellezza dell'arte con quella della natura.
Sfortunatamente la fine dei lavori per il teatro hanno coinciso con l'inizio della guerra civile. Da Tahar ebbe soltanto il tempo di emozionarsi vedendo recitato “Il medico per forza” di Molière adattato in lingua cabila da Mohya, un drammaturgo originario di un comune vicino e montato da una piccola troupe amatoriale di Ath Yanni, la famosa compagnia “Teatro della collina” che marcò la storia del teatro cabilo in quelli anni.
Ne parla ancora con le lacrime agli occhi. “Hanno recitato ad Algeri, al Teatro Ibn Zaydun” per varie settimane e il teatro era sempre strapieno. Erano anni che ad Algeri uno spettacolo teatrale non aveva commosso così tanto” . Era anche la prima rappresentazione in cabilo che veniva recitata in un vero teatro, in una città composta per più del cinquanta per cento da cabili.
“Vederli recitare qua, in mezzo a queste montagne, di fronte al pubblico del villaggio che non ha mai visto uno spettacolo teatrale, fu per me la più grande ricompensa per i miei sforzi!”
Un anno o due dopo, il “Teatro della Collina” fu sciolto. I suoi attori sono tutti andati in esilio, come la maggior parte degli artisti e intellettuali algerini. In quelle montagne dal 1992 fino al 2000, lo spettacolo che si recitò fu di tutt'altro tipo.

Dopo la guerra, il sogno continua
Quando mio fratello mi propose quest'estate di andare a trovare Da Tahar a Tigemounin e di vedere che fine aveva fatto il suo progetto di anfiteatro montanaro, fu per me una prospettiva molto allettante. Non potevo chiedere di meglio: rivedere le mie montagne e avere l'occasione di salutare di persona un uomo di cui ho sempre sentito parlare come di una leggenda.
Arrivati sotto la struttura, mio fratello riconobbe nell'unica macchina parcheggiata sul ciglio della strettissima strada di montagna, quella del nostro uomo. “Mi sa che siamo fortunati... E' qui!”
Lo trovammo intento a dare direttive ai suoi figli e a qualche operaio per rimettere in sesto il teatro e le strutture d'accoglienza annesse. Ci accolse con la sua simpatia e generosità naturale. Ci fece fare il giro dell’area. “L'abbandono e il clima rigido di questo luogo hanno lasciato un segno sulla struttura ci disse, ma ora che è ritornata la calma, ci rimettiamo a lavorare” .
Ci raccontò che stava preparando, con un gruppo di associazioni, un omaggio a Mohya, il drammaturgo morto nel frattempo in esilio, senza rivedere la Cabilia alla quale aveva regalato lungo la sua carriera gli adattamenti più belli delle migliori opere del teatro universale.
Dopo una lunga chiacchierata ci congedammo da Da Tahar per andare a salutare le alture del Giurgiura. Lo lasciammo riemergersi tranquillamente nelle sue pianificazioni edilizie e culturali.
Prima di uscire dal teatro, lo guardai a lungo. Cercai di radicare nella mia memoria la sua immagine, ripetendo, a bassa voce, il proverbio cabilo che dice : “Se non è ancora arrivata la fine del mondo è perché ci sono ancora dei giusti sulla terra” .

Karim Metref
(11/11/2009)


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