L'arte della resistenza | Emmanuel Vigier, Pierre Courdin, Galleria Duplex, Sarajevo, Matteo Mancini, Christian Boltanski, Sophie Calle, Joseph Beuys, Mimmo Paladino, Radenko Milak, Adela Jušić, Milomir Kovacević, Ron Haviv
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Emmanuel Vigier   

A Sarajevo esiste un luogo unico di arte contemporanea, che nonostante tutto tiene duro. Creata da un francese, la galleria d'arte Duplex mette in mostra il lavoro di una generazione che guarda in faccia il passato.

 

//Milomir Kovacević, « Tito in war »Milomir Kovacević, « Tito in war »Bisogna avere un po' di tempo davanti a sé per scoprire l'universo Duplex. In questa primavera 2013, il sole fatica a scacciare il freddo e il grigiume. La città è paralizzata da uno sciopero dei trasporti pubblici. Le parole crisi e corruzioni riecheggiano da una conversazione all'altra. Per mancanza di fondi, il museo nazionale è chiuso da mesi. Ars Aevi, la straordinaria serie di opere realizzate da artisti dalla fama internazionale (Christian Boltanski, Sophie Calle, Joseph Beuys ou Mimmo Paladino...), raccolta durante la guerra, resta quasi invisibile in locali provvisori. In questo contesto, Duplex spicca come un luogo di resistenza . Il suo creatore, Pierre Courdin, ne parla con un raro entusiasmo e un amore integro per le opere e per i giovani artisti,che sostiene da quasi dieci anni.

 

Com'è nata la galleria Duplex ?

“ Ero studente alla scuola delle Belle Arti di Parigi. L'impulso della partenza viene da un primo soggiorno nel 2001 nell'ambito della borsa di studio Erasmus. Posso dire che è stata una porta straordinaria su Sarajevo. È stato anche uno schiaffone ! Era paese che conoscevo così poco, così male. Avevo 13 o 14 anni durante la guerra. Come tutti seguivamo gli eventi in Tv. Niente di più. Ci sono tornato nel 2004 per un altro scambio universitario. Nuovi progetti, nuovi incontri... Ma questa volta mi sono reso conto che non volevo tornare.

Si sentiva spesso dire che non c'era nessun luogo dove esporre e promuovere il lavoro di artisti. È difficile esistere in quanto artista in questo paese. Il discorso generale, è : “Sei un artista ? Non hai nessuna possibilità nella vita, sei finito”.

 

Che ricordi ha dei suoi primi passi ?

“ Abbiamo prima aperto un luogo che si chiamava 10m² nel 2004. Era un cubo di vetro, nel vero senso della parola, di 10m² in pieno centro della città. Un bel cubo! Lo scopo era di avere un indirizzo permanente. Tutti sapevano che ci si poteva ritrovare lì, mettere a punto progetti ad un ritmo sfrenato. Durante i primi quattro anni, abbiamo messo su 25 mostre all'anno. Per gli artisti il vincolo dello spazio era stimolante. Era un luogo di tentativi straripanti. Un laboratorio. Straordinario”.

 

Quali scritture, quali forme d'arte emergevano in Bosnia quando si è trasferito ?

“C'era un vero e proprio fermento, che prendeva strade diverse. Pittura, video... È vero che abbiamo accolto molte performances, la galleria ci si prestava bene. Abbiamo lavorato soprattutto con la giovane generazione dei 20-30 anni”.

 

Può distinguere una linea direttrice nel contenuto delle opere ?

“La guerra è molto presente nei loro lavori, è indiscutibile. Molti erano bambini e adolescenti durante l'assedio. Secondo me, fanno con questo passato opere magistrali. Penso immediatamente a Radenko Milak che ha realizzato una serie di 24 dipinti all'olio partendo dalla foto “shock” di Ron Haviv, che mostra un paramilitare serbo, con una sigaretta in bocca e degli occhiali da sole, tirando calci a gente che sta morendo o già morta. Il risultato è molto realista, ripetuto 24 volte.

//Radenko Milak, « What else did you see? – I couldn’t see everything! », Radenko Milak, « What else did you see? – I couldn’t see everything! »,

 

Bisogna precisare che Radenko è di Republika Srspka. È un lavoro di memoria, quasi un memoriale. Ha mostrato il suo lavoro a Banja Luka, non è stato facile, è il minimo che si possa dire. Il centro d'arte contemporanea di Belgrado ha avuto il coraggio di esporre l'opera. Lo hanno accusato di essere un traditore della patria...”.

//Radenko MilakRadenko Milak

 

Un certo numero di opere hanno come tema il passato in tutta la sua realtà e brutalità.

“Adela Jušić ha realizzato un video su suo padre veramente notevole. Seguiamo questa giovane artista da ormai dieci anni.

//Adela Jušić, « The sniper »Adela Jušić, « The sniper »

 

Suo padre era un cecchino. Si è fatto uccidere da un altro cecchino. Per caso, ha trovato l'agenda che aveva durante quel periodo. I cecchini avevano un registro della loro attività...

Il film è semplice. Si vede l'artista disegnare un punto rosso. Non succede niente. Poi il viso del padre si fa sempre più visibile. Il punto rosso appare nel suo occhio.
Comincia a leggere il quaderno...

Non ci sono sentimenti vendicativi in quest'opera. È universale”.

//Adela Jušić, « The sniper »Adela Jušić, « The sniper »

 

Come riesce a vivere un tale luogo ?
Al livello economico è molto difficile. Si sopravvive. Qui, il mercato dell'arte non esiste. Non ci sta praticamente nessun collezionista. Le istituzioni non hanno soldi. Nessuna rivista d'arte. Per fortuna la fondazione Agnès B. ci sostiene. Lavoriamo con un'agenzia parigina per farci conoscere nel mercato dell'arte, le fiere d'arte contemporanea.

 

La situazione degli artisti è delicata. Lo scopo della galleria è di permettere agli artisti di uscire dal precariato per continuare a produrre opere e vivere in Bosnia”.

 


 

Emmanuel Vigier

Traduzione dal francese Matteo Mancini

12/07/2013

Galleria Duplex

Obala Kulina Bana 22

Sarajevo