Sarajevo, my love! | Eylem Kaftan, Jovan Divljak, Sarajevo, Josip, Broz Tito, Radovan Karadzic
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Tatjana Đorđević   

Sarajevo, my love! | Eylem Kaftan, Jovan Divljak, Sarajevo, Josip, Broz Tito, Radovan Karadzic

"Vivo da 40 anni nello stesso quartiere, a Sarajevo, a due passi da un'antica chiesa ortodossa e da una moschea del XVI secolo. E salendo appena, da casa mia, raggiungo il seminario cattolico della Bosnia. Prima della guerra quest’armonia, nata dalla differenza, si ritrovava nella vita d’ogni giorno… La religione e la nazionalità appartenevano alla sfera privata. Sarajevo mi ha aperto gli occhi. Ero stupito nel vedere una città così ricca di grandi qualità umane, soprattutto la tolleranza e la generosità”.

Queste sono le parole di Jovan Divljak, il generale di nazionalità serba che ha difeso Sarajevo durante la guerra del 1992-1995 quando decise di lasciare l’esercito jugoslavo e di aderire a quello bosniaco per difendere la “suo” Sarajevo dall'aggressione esterna. Oggi Divljak con la sua associazione “L’educazione costruisce la Bosnia ed Herzegovina” vive per aiutare i bambini orfani della guerra. Per il popolo bosniaco lui è un eroe e un difensore dei diritti umani che, dopo la guerra, ha migliorato la vita di molti cittadini, indipendentemente dalla loro origine etnica. Per la Serbia, dove è nato, lui è un criminale di guerra.

Jovan Divljak è crescuto a Belgrado, in Serbia. Lì si è sposato nel 1960 con la moglie Vera con la quale si è trasferito a Sarajevo qualche anno dopo, rimanendoci a vivere fino ad oggi. Come giovane recluta, Divljak faceva parte della guardia d’elite dei fondatori della Republica Socialista Federale Jugoslava e il suo primo presidente Josip Broz Tito. Sotto il governo di Tito, le divisioni etniche in Jugoslavia erano tenute sotto controllo. Ma dopo la sua morte è cambiato tutto. I partiti nazionalisti nelle repubbliche di Jugoslavia sono saliti al potere e hanno cominciato a combattere per il dominio.

All'inizio del conflitto degli anni ’90, la propaganda del politico serbo Radovan Karadzic contro i musulmani bosniaci era molto forte. Per Divjak, un serbo che ha accettato Sarajevo come la sua casa, si impose una scelta molto difficile. E Divjak decise di stare dalla parte delle vittime.

Il 3 maggio del 1992 è stato coinvolto in uno dei più gravi incidenti della guerra. Le forze serbe hanno catturato il presidente bosniaco Alija Izetbegovic per contrattare la liberazione dei generali serbi. Tuttavia, lo scambio è andato storto e Divjak, che aveva condotto l'operazione, fu accusato di tradimento dal comando militare serbo.

Alcuni anni più tardi, dopo il ritiro forzato dall'esercito e la fine della guerra, Divjak ha trovato la strada, e il suo modo di costruire la pace, aiutando i bambini orfani sopravvissuti agli orrori della guerra attraverso la sua organizzazione.

Tuttavia, la sua pace è stata interrotta un giorno di marzo del 2011, quando è stato arrestato all'aeroporto di Vienna e la Serbia ne ha chiesto immediatamente l’estradizione. Ma il governo non aveva fatto i conti con il sostegno popolare che Divjak aveva ormai anche in Serbia: la campagna spontanea lanciata immediatamente in Serbia è riuscita a ottenere il suo rilascio a titolo gratuito.

Il soldato che è diventato marito, padre e nonno in questo film ricorda l'eredità lasciata dal conflitto. "Non ho mai odiato gli altri e alla mia età sto ancora cercando di capire i danni dell’odio”, dice Divljak.

Nel documentario “Sarajevo, my love” la giornalista turcha Eylem Kaftan traccia un profilo del generale dell'esercito serbo che ha deciso di schierarsi al fianco delle vittime bosniache, offrendo immagini penetranti e toccanti del processo di recupero doloroso presente ancora nella Bosnia di oggi.

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Tatjana Đorđević

16/09/2016