Cipro: arte e cultura contro l’ultimo muro in Europa | Ellada Evangelou, Cyprus, Rooftop Theatre Group, Nicosia, Association for HistoricalDialogues and Research, Cyprus Center of the International Theatre Institute, Walls-Separate Worlds, Federica Araco
Cipro: arte e cultura contro l’ultimo muro in Europa Stampa
Federica Araco   

//Ellada EvangelouEllada EvangelouEllada Evangelou è attivista, artista e accademica nata nella parte greca di Cipro. Fondatrice del Rooftop Theatre Group, è anche facilitatrice indipendente di workshop teatrali, drammaturga e regista.

Dopo un dottorato in analisi culturale sul tema del teatro e dell’identità a Cipro, Evangelou continua a esplorare la questione del nazionalismo e del post-colonialismo “nel perenne tentativo di prestare ascolto ai bisogni e alle tendenze delle comunità presenti sull’isola e nella regione euro-mediterranea”. Collabora con alcune ONG a livello locale e internazionale per dar voce alla cittadinanza anche attraverso incontri e dibattiti alternativi “dato che le strutture governative ufficiali sono alquanto ‘kafkiane’”, spiega.

Il progetto europeo WALLS-separate worlds nella sua ultima tappa a Cipro ha coinvolto anche lei.

 


 

L’intervista di Babelmed.

 

Qual è la sua personale connessione con Cipro? Quale la sua formazione artistica e culturale?

La mia connessione con l’isola è organica: sono greco-cipriota, nata e cresciuta qui, metà in montagna e metà al mare. La mia identità artistica e sociale è collegata intimamente con lo spazio, la mia formazione è stata nel tempo permeata dai valori che mi sono stati insegnati, e di alcuni me ne sono dovuta sbarazzare per diventare più “umana”: ho dovuto abbattere tutti i muri interni…

Sono un’attivista, un’artista e un’accademica. Come artista lavoro con il mio gruppo di teatro, il Rooftop Theatre Group. Sono anche facilitatrice indipendente nei workshop, drammaturga e regista.

Negli ultimi due anni ho fatto parte del Cyprus Center of the International Theatre Institute, una ONG che opera nel settore dello sviluppo del teatro a livello locale e internazionale, e ho così avuto la fortuna di essere coinvolta nel progetto WALLS.

 //Da “Hand Diaries: An Exhibition” (2012), uno spettacolo del Theatre Group basato sulle testimonianze dei ciprioti sul violento periodo 1963-74.Da “Hand Diaries: An Exhibition” (2012), uno spettacolo del Theatre Group basato sulle testimonianze dei ciprioti sul violento periodo 1963-74.

In cosa consiste il suo impegno per l’integrazione e il dialogo all’interno della società civile cipriota?

Nel corso degli anni le esigenze della società sono cambiate, specialmente con la fine della segregazione tra i due popoli, nel 2003, con l’ingresso nell’Unione europea, nel 2004, fino alla crisi finanziaria che ha colpito più recentemente sia la parte nord che la parte sud del paese. C’è stato dunque un continuo processo di analisi e approfondimento di una situazione sociale in continuo mutamento nel tentativo di colmare le differenze tra i diversi gruppi presenti sull’isola. Abbiamo organizzato workshop, spettacoli condivisi e altre attività legate all’arte che si concentravano in particolar modo sugli elementi di coesione del popolo piuttosto che sugli aspetti divergenti: ritmi comuni, sapori, odori, visioni… nel continuo sforzo di coglierli e ri-coglierli.

 

Secondo la sua esperienza, in che modo l’arte e la cultura possono contribuire a guarire le vecchie ferite e ad aprire nuovi percorsi di incontro e discussione sull’isola?

L’arte e la cultura sono tra i pochi strumenti che abbiamo a disposizione per attuare il cambiamento. Le ferite qui sono antiche e profonde e il più delle volte non sono solo quelle visibili, più superficiali, ma si tratta di veri e propri traumi emotivi, e per questo difficilmente razionalizzabili. Non si può ragionare su una ferita a distanza, ma si può solo tentare di guarirla attraversando un processo simile e attivando un’esperienza inversa capace di convertire l’intolleranza in tolleranza, l’odio in amore… Un brano letterario, uno spettacolo teatrale, un film o un’opera d’arte possono essere più convincenti ed efficaci di un ciclo di conferenze.

 

Qual è il ruolo del teatro in questo contesto?

Fornire punti di vista alternativi, scorci e angolature inusuali da cui osservare la realtà. Non si tratta più di arte descrittiva o prescrittiva, almeno non nel periodo che stiamo attraversando. Mi auguro che entrambe queste opzioni siano state ormai superate per far spazio a un modo personale e soggettivo di creare in pratica la nostra forma d’arte. Artaud suggerisce di disegnare sulla nostra oscurità interiore, io dico di cercare sostegno nella luce che abbiamo dentro per fare arte. Raggiungere quel luogo dove la creatività teatrale può essere avvolta da questa luce è come trovare una radura in un bosco e crearci un teatro.

 

Cosa significa per lei lavorare sul dialogo e sui confini nell’ultimo paese d’Europa diviso da un muro? Quali sono nella sua esperienza le principali sfide? Quali le maggiori difficoltà?

Apparentemente ci sono confini fisici, muri per attraversare i quali è necessario trovare un passaggio e poi andare dall’altra parte. Ma ci sono anche molti muri interni da superare. Dentro di te e nelle altre persone, nel pubblico, nei sostenitori, nei colleghi, politici, agenti culturali e in molti altri. A mio avviso la sfida più importante è perseverare, continuare a supportare le persone nel loro tentativo di superare i propri muri interni ancora e ancora. Questa insistenza può essere la sfida più grande e anche la più insidiosa perché dimentichiamo spesso quanto sia difficile affrontare il processo di trasformazione personale. Ma come artista devi esser sempre presente per gli altri, non mollare mai.

 

A un anno dall’esplosione della crisi economica, qual è la situazione a Cipro ora? Quale la reazione della società civile e dei giovani alle politiche di austerità e alle pressioni politiche imposte dall’Europa?

Questa crisi è stata un duro colpo per l’ego greco-cipriota. Dopo la guerra del 1974, lo sviluppo economico nella parte sud dell’isola è stato molto rapido e ha trasformato la gente da contadini che vivevano in piccoli villaggi a nuovi ricchi che guidano Mercedes e mangiano sushi. Come risultato del boom finanziario, la comunità non è maturata da un punto di vista culturale, non ha acquisito gli strumenti necessari per affrontare la molteplicità culturale e le nuove sfide della crisi finanziaria. Lo stile di vita comodo e spesso impigrito dei greco-ciprioti li ha resi passivi destinatari di un nuovo ordine socio-economico. Le persone non sono consapevoli di avere il potere di cambiare la società, come espressione esterna delle loro vite private. I giovani sono forse il gruppo più passivo, con pochissimi artisti e imprenditori a fare da eccezione.

 

Le recenti elezioni europee hanno registrato un importante livello di astensione sull’isola. C’è qualche movimento sociale che si sta mobilitando per cambiare la situazione?

L’astensionismo in queste ultime elezioni europee è stato davvero molto alto a Cipro: più di metà della popolazione ha deciso di non votare. Il fenomeno è stato registrato anche in altri paesi europei ma altrove gruppi di giovani si sono mobilitati per rompere il sistema bipartitico e in molte occasioni sono riusciti nel loro intento.

Io interpreto questa scelta dei giovani ciprioti come un prendere le distanze dal tentativo attivo di portare il cambiamento lasciando che il sistema bipolare continui a governare con potere la comunità greco-cipriota. È un segno della mancanza di consapevolezza del proprio potere.

Detto questo, nelle ultime elezioni europee c’è stata una nuova combinazione politica con candidati sia greco-ciprioti che turco-ciprioti in egual misura ( non era mai accaduto prima), e anche qualche politico indipendente. Molte ONG e alcuni ricercatori sono attivi nelle loro indagini sulla società, ma sono ancora pochi e sia la cultura che i media mainstream sono piuttosto monolitici e sterili.

//Da “Hand Diaries: An Exhibition” (2012), uno spettacolo del Theatre Group basato sulle testimonianze dei ciprioti sul violento periodo 1963-74.Da “Hand Diaries: An Exhibition” (2012), uno spettacolo del Theatre Group basato sulle testimonianze dei ciprioti sul violento periodo 1963-74.

Qual è il coinvolgimento dei giovani? Cosa pensano riguardo al vivere separati da un muro?

Non vorrei sembrare cinica, ma la maggior parte delle persone è abbastanza abituata a questo. Abbiamo la tendenza a ricordarci dell’esistenza del muro quando vediamo dei visitatori che arrivano sull’isola e osserviamo le loro reazioni a riguardo. Dopo 40 anni (in alcuni posti, come Nicosia, il muro esiste dal 1958) si sono create nei corpi delle persone nuove abitudini. Abbiamo ormai imparato a fermarci davanti al muro e a tornare indietro. Poca gente nelle comunità che vivono sull’isola, e ancor meno i giovani, sente il bisogno di attraversarlo.

 

Ci sono associazioni greco-turche che lavorano per abbattere le barriere, ideologiche e fisiche, presenti sull’isola?

Sì. Nell’ultimo decennio sono nate molte organizzazioni con membri di entrambe le comunità che promuovono attività sia per i greci che per i turchi. Tra queste, l’Association for Historical Dialogues and Research (educazione), Cyprus Community Media Center (media), Rooftop Theatre Group (Teatro), Peace Players (sportive e pacifista), Cyprus Academic Dialogue (legata all’università), SEED (think tank) e altre.

 

Nella sua opinione, quale sarebbe la migliore soluzione politica al conflitto?

Se parliamo di una soluzione fattibile è una domanda difficile. Ma se mi chiedi quale soluzione vorrei io allora è un’altra cosa! Ma, seriamente, credo che la scelta della possibile soluzione spetti alle comunità e che sia direttamente collegata anche alle elite politiche che stanno procedendo con i colloqui, così come le Nazioni Unite e altri attori internazionali. Si sta cominciando a formare da entrambi i lati un terreno culturale orientato a una soluzione. Al momento, però, le tendenze della società sono ancora per una non-soluzione, che significa continuare ad accettare lo status quo. C’è paura nelle due comunità, per ragioni diverse che spesso sono rafforzate dall’educazione, dal ruolo dei media e dal clima politico. Così, perché una soluzione sia davvero possibile, per riunire l’isola, avremmo bisogno di un cambiamento dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto.

 


 

http://www.rooftoptheatregroup.com/

http://www.cypruscommunitymedia.org/

 Federica Araco

16/06/2014