Egitto: le contraddizioni della musica indie | Ebticar, Mada Masr, musica indipendente, mainstream, popolare, punk rock, hip hop, musica gotica, Sonic Youth, Nirvana, Massar Egbari, Wust al-Balad, Rami Abadir
Egitto: le contraddizioni della musica indie Stampa
Rami Abadir   

Se chiediamo a 10 persone interessate “Che cos’è la musica indipendente?”, le risposte saranno varie, perché questa definizione è un’esperienza nuova, senza precedenti in Egitto.

Per comprendere la scena “indie” in Egitto, il suo peso, i suoi contributi e le sue contraddizioni, occorre fare una ricerca alle radici della musica “indie”, per capire come è cominciata negli altri paesi, dove le scene musicali indipendenti hanno avuto origine. Questo ci porterà alla domanda essenziale: la denominazione di “indipendente” soddisfa il suo scopo?

 

Le origini della musica indipendente come prodotto sottoculturale

Con indipendente, nel caso della musica, si riferisce all’essere alternativi alla musica mainstream o popolare. Nei modelli americano e dell’Europa occidentale, la cultura mainstream guida le scelte del pubblico, e in parallelo emergono forme culturali che vengono definite controculture. La musica “indie” è spesso espressione di queste controculture, caratterizzate da specifici look, mode, stili di vita, forme d’arte e linguaggi gergali.

Come conseguenza diretta, gli artisti indipendenti usano canali alternativi a quelli tradizionalmente utilizzati dallo stato, dal mercato e dalle etichette musicali dominanti, per quanto riguarda produzione, distribuzione ed esibizione in pubblico. Sono produzioni basate sul “fai da te” a basso budget attraverso la creazione di piccole etichette musicali, senza grandi campagne pubblicitarie, per mantenere il carattere esclusivo dell’essere, appunto, indipendenti. Tra gli esempi più noti di questo approccio ci sono: il punk rock, il movimento musicale più radicale degli anni Settanta; la musica gotica, rave, acid a madchester nel Regno Unito; e il no wave, il primo hip hop, l’industrial e il grunge negli Usa.

 

//Sonic Youth, band no wave formatasi negli anni OttantaSonic Youth, band no wave formatasi negli anni Ottanta

 

//Gli Happy Mondays, gruppo originario di Manchester (UK)Gli Happy Mondays, gruppo originario di Manchester (UK)


Il disintegrarsi del concetto

Il concetto di “indipendente” cominciò a disintegrarsi quando le grandi major - vale a dire le 3 grandi compagnie in cui si erano fuse le sei maggiori etichette musicali: Universal Music, Warner Music e Sony Music - assorbiro il grunge dopo la pubblicazione dell’album Nevermind dei Nirvana, nel 1991. Le band nate dalla controcultura “indie” hanno cominciato allora a cedere la propria indipendenza: è successo ai gruppi brit rock inglesi, vale a dire Oasis, Blur, Suede e Pulp. Solo alcuni sono rimasti semi-indipendenti, appoggiandosi alle major, o alle etichette più piccole di cui le major erano proprietarie, solo per la distribuzione. La musica “indie” è perciò diventata un genere di massa, nonostante il suo anticonformismo. Quando il genere è diventato popolare, attirando ascoltatori e altre band, le grandi compagnie musicali hanno sfruttato questa situazione, e i concerti si sono spostati nelle grandi sale riservate alle performance dal vivo, con il risultato che l’anticonformismo degli inizi è andato perduto.

Ci sono ancora dei modelli di produzioni indipendenti sia negli Usa che in Europa - alcuni gruppi ed etichette post rock, per esempio - ma non sono più legati alle controculture. Il concetto di “indie” si è apparentemente disintegrato, e l’indipendenza della musica non è più appannaggio di controculture, quanto piuttosto frutto di una precisa scelta di modalità produttiva fatta dalla band o dal singolo artista. In aggiunta, ci sono molti generi musicali che possono essere considerati “diversi” dalle produzioni di massa, ma sono prodotti e promossi dalle grandi major. E le band sono generalmente indifferenti al modo in cui vengono descritte, se indipendenti, mainstream, esclusive etc.

 

//Nirvana, una delle principali band grungeNirvana, una delle principali band grunge

 

//For Tomorrow” dei BlurFor Tomorrow” dei Blur


La scena “indie” egiziana

È stato l’emergere di spazi e fondazioni che sostenevano gli artisti e i gruppi indipendenti, come  Al Mawred Al Thaqafy (Risorse Culturali), all’inizio del millennio a contribuire alla diffusione del termine “indie” in Egitto. Il termine non era connesso con alcuna controcultura, perché queste semplicemente allora quasi non esistevano, e stentano anche oggi. In altre parole si è diffuso quando negli altri paesi l’”indie” era ormai al tramonto, con l’eccezione della musica mahraganat. Quest’ultima può essere considerata un miscuglio di cultura popolare e controcultura: è cominciata come produzione indipendente, poi è stata assorbita dalle grandi case di produzione. Ma è difficile dire se stiamo seguendo le stesse fasi che la produzione musicale come espressione di controculture ha seguito in Europa o negli Stati Uniti negli anni Settanta, o se in Egitto questa fase sia stata semplicemente saltata.

Molti gruppi nati originariamente come “indie” - tra cui Wust El Balad, Resala, Massar Egbari, Nagham Masry e Cairokee - sono ora al centro della ribalta, e questo vale anche per alcune band di altri paesi arabi che recentemente hanno cominciato a esibirsi in Egitto. Inizialmente produzione, promozione, pubblicità ed esibizioni dal vivo avvenivano in maniera assolutamente indipendente. La loro musica si rifaceva alle produzioni occidentali, principalmente il rock, e usava strumenti occidenti, mescolati con altri orientali, e accompagnati da liriche tradizionali, o semplicemente di attualità e colloquiali, eseguite in uno stile a metà strada tra Occidente e Oriente. Questa musica ha suscitato un grande interesse, perché era diversa da quella dei cantanti pop più noti, come Elissa, Haifa, Sherine, Tamer Hosny, Amr Diab , e via dicendo.

 

L’assimilazione della produzione “indie” nella produzione di massa

Questa situazione è cambiata rapidamente, e molte band “indie” sono state presto cooptate dalle produzioni commerciali. Un esempio è la sponsorizzazione, da parte della Coca Cola e della Pepsi Cola, di gruppi come i Cairokee e i Wust al-Balad. Queste band, e molte altre, hanno beneficiato di ampie campagne pubblicitarie per promuovere la loro musica, che è diventata solo un elemento dell’intero processo produttivo. Senza parlare poi del fatto che le vendite dipendevano in larga parte da grandi negozi, come i Virgin Megastore. La partecipazione di band egiziane o di altri paesi arabi, come i Mashrou’ Leila (Libano) e gli Autostrad (Giordania), al popolare show televisivo Al-Bernameg, condotto da  Bassem Youssef dapprima su ONTV e poi su MBC, dimostra chiaramente come essi abbiano proliferato sui canali commerciali, che ospitano contemporaneamente programmi di intrattenimento e talk show di massa, come ad esempio il noto programma condotto da Fifi Abdou e Hisham Abbas.

Tali gruppi hanno anche preso parte ad altre operazioni commerciali ed eventi sponsorizzati. I Wust al-Balad e i Cairokee hanno suonato a un evento promosso dalla Red Bull, Massar Egbari e altri gruppi si sono esibiti per la Pepsi, e i Mashrou’ Leila hanno tenuto un concerto nel Porto Cairo Mall di proprietà del Gruppo Amer. Si tratta degli stessi canali usati abitualmente dai gruppi commerciali per farsi pubblicità e guadagnare soldi, dunque non c’è nulla che li distingua.

L’indipendenza sembra dunque essere solo una fase transitoria, o una scelta temporanea per aprirsii una strada nel settore commerciale e produrre musica per il grande pubblico, con alcune eccezioni, naturalmente.

Questo spiega perché molti artisti e gruppi accettano di partecipare a spettacoli organizzati in strutture statali, come ad es. la Biblioteca Alessandrina o il Teatro dell’Opera del Cairo, o in strutture del Ministero della Cultura, sostenendo che si tratta di spazi di “proprietà del pubblico” e non dello stato.

Ciononostante, molti di loro continuano a definirsi, e a essere definiti dal loro pubblico, “indie”, solo perché la loro musica è diversa dalla musica commerciale. Ma la differenza nello stile musicale crea un genere, e un genere diverso non significa necessariamente che si tratta di una produzione “indie”, altrimenti Mohamed Monier sarebbe considerato un artista indipendente, cosa che non succede.

 

//Massar Egbari e altri gruppi si esibiscono nella manifestazione sponsorizzata dalla Pepsi Massar Egbari e altri gruppi si esibiscono nella manifestazione sponsorizzata dalla Pepsi

 

//Wust al-Balad nello spot che lancia la manifestazione della PepsiWust al-Balad nello spot che lancia la manifestazione della Pepsi

 

//Dina al-Wedidi si esibisce alla Biblioteca AlessandrinaDina al-Wedidi si esibisce alla Biblioteca Alessandrina

 

Restare “indipendenti”

Non c’è nulla di male se una band decide di lasciar perdere la propria indipendenza e utilizzare canali commerciali, in tutto o in parte. Quello che è strano, però, è continuare a utilizzare una definizione così equivocabile e adattabile, un termine pieno di contraddizioni. I gruppi che continuano a definirsi così, probabilmente lo fanno per rispetto del loro pubblico. Tra gli ascoltatori, c’è chi continua a usarlo perché conferisce un carattere esclusivo e distinto, rispetto alla musica pop e commerciale, ai loro ascolti, e dunque aumenta il senso di individualità e unicità del loro gusto personale.

Alcuni sono continuamente alla ricerca di nuovi gruppi “indie” sconosciuti, e perdono interesse per le band che raggiungono una maggiore notorietà, nonostante questo sia l’obiettivo, legittimo, di qualsiasi gruppo musicale. Presi da tutte queste classificazioni e dal perpetuo dibattito che suscitano, gli ascoltatori finiscono per trascurare i veri criteri di valutazione che dovrebbero sempre essere usati per l’arte: originalità, creatività, qualità.

Un argomento utilizzato per gustificare i gruppi indipendenti che utilizzano i tradizionali canali di produzione e promozione è che, così facendo, contribuiscono a “diffondere la cultura ‘indie’”. Ma anche questa giustificazione è contradditoria, perché diffondere la musica “indie” attraverso i soliti canali finisce per omologarla alla musica commerciale. Inoltre non prende in considerazione il processo attraverso il quale la musica commerciale assorbe la musica “indie”, mentre quest’ultima perde la propria indipendenza via via che si diffonde e acquista popolarità, che è esattamente ciò che è successo al grunge all’inizio degli anni Novanta negli USA. L’inevitabile evoluzione della musica “indie” è di diventare musica commerciale, a meno che l’artista non decida di continuare ad aderire a un’interpretazione radicale del concetto di indipendente.

 

//Cairokee nello spot della Coca ColaCairokee nello spot della Coca Cola

 

Lo chiede il pubblico

A queste contraddizioni se ne aggiunge un’altra: l’interazione tra case di produzione e spazi per concerti indipendenti e non indipendenti, pubblico e gusto mainstream.

Il miglior esempio è il mahraganat. All’inizio, la musica folk e mahraganat era assolutamente indipendente, ed era ascoltata solo in ristrette cerchie e comunità. Ma ben presto ha cominciato a diffondersi nelle grandi città, attraverso i forum e sui social network. Questo ha spinto le grandi etichette commerciali a scritturare gli artisti mahraganat, a utilizzarne la musica in colonne sonore e spot pubblicitari, e incorporandoli progressivamente nel proprio brand via via che ne aumentava la popolarità. Contemporaneamente, anche organizzazioni alternative si davano da fare per ospitare questi artisiti nei loro concerti, come Al Mawred Al Thaqafy al Teatro Geneina e 100Copies e D-CAF, promuovendo gli spettacoli come una combinazione di cultura popolare e d’élite, proprio come il pubblico domandava.

Entrambi gli esempi mostrano come queste band venissero considerate come una merce da offrire al pubblico, senza alcuna differenza tra strutture commerciali e indipendenti. Va detto però che agli artisti mahraganat non importa come sono presentati. Lo stesso schema si ripete anche con altri gruppi indipendenti. Grazie ai social network, il pubblico ora chiede gruppi “indie”, così le etichette commerciali cercano di metterli sotto contratto e distribuirli. E la stessa cosa fanno le etichette “indipendenti”. Alla fine, i due pubblici finiscono per fondersi, con il risultato di disintegrare il concetto di “musica indie”. Un processo al quale contriuisce il web, poiché tutti i gruppi, commerciali o indipendenti, ormai usano Internet per produrre e farsi pubblicità.

 

//Il gruppo Madfaageya, una produzione di 100CopiesIl gruppo Madfaageya, una produzione di 100Copies

 

//Una parte del concerto del di Okka & Ortega al Teatro GeneinaUna parte del concerto del di Okka & Ortega al Teatro Geneina

 

//Un brano di Okka & Ortega dal film Abdo Mota (prodotto da El-Sobky)Un brano di Okka & Ortega dal film Abdo Mota (prodotto da El-Sobky)

 

Proprio come una produzione commerciale

La rete ha ormai un ruolo fondamentale per la musica. Ma le case di produzione indipendenti e le organizzazioni di promozione musicale come Al Mawred Al Thaqafy (che giocano tutte un ruolo effettivo nella sponsorizzazione di gruppi “indie”) in rete si comportano come le imprese commerciali: presentano ciò che il pubblico chiede e promuovono gruppi emergenti. Così tutti i gruppi cercano di firmare dei contratti con queste organizzazioni o esibirsi negli spazi che gestiscono, che d’altro canto non fanno preclusioni per nessuno. Il loro obiettivo è conquistare la fiducia degli ascoltatori, per i quali d’altro canto queste etichette e spazi di esibizione costituiscono una garanzia di qualità. Tutto ciò finisce per rendere la relazione tra queste imprese,  i gruppi musicali e il pubblico piuttosto complessa, e virtualmente simile a quella esistente sulla scena commerciale.

La causa principale di questa situazione è il fatto che in Egitto esistono pochissimi spazi dedicati alle esibizioni musicali, al punto che le organizzazioni che li gestiscono e alcune case di produzione finiscono per dominare la scena “indipendente”: un’unica grande società, la Al-Ismaelia for Real Estate Investment, ad esempio, è proprietaria di tutti gli spazi per concerti nel centro del Cairo. Né ci sono altre organizzazioni di questo tipo in altre aree della capitale o in altre città egiziane. Ci sono però alcune piccole organizzazioni che stanno cercando di romperne il monopolio, come ad esempio il Festival Hal Badeel (Soluzione Alternativa) e la serie di eventi El Fann Midan (Arte in piazza).

 

Uno schema a senso unico

Se da una parte la musica “indie” subisce un processo di assimilazione nella scena commerciale dominante, dall’altro essa finisce per definire uno schema preciso, una specie di formula, per realizzare un prodotto musicale “indie”. Nella musica commerciale esistono già delle formule ampiamente sfruttate per costruire brani di successo, che prevedono una determinata struttura musicale, indipendentemente da chi li esegue. Con il tempo, e dato il considerevole numero di band che sono salite alla ribalta, ci si è resi conto che anche la musica “indie” ha finito per piegarsi a uno schema a senso unico. Se un brano “indie” può anche essere privo di una parte vocale, in molti casi si nota che la parte strumentale segue sempre lo stesso schema, come variazioni minime, risultando in un suono qualitativamente uniforme, al punto che è solo la voce a fare la differenza. Per quanto riguarda i testi, questi spesso affrontano gli stessi prevedibili temi, connotati generalmente da uno spirito ribelle, che finiscono per essere uno dei principali motivi di attrazione del pubblico. Questa generalizzazione ovviamente non riguarda tutte le produzioni “indie”, molte delle quali hanno una struttura originale, come ad esempio i brani di Kamilya Jubran e di Alef Band. Ma anche nella musica “indie” si riconosce ormai una schema comune, dove solo le voci fanno la differenza, proprio come nella musica commerciale.

 

Farla finita con le etichette

In ultima analisi, è sull’originalità, identità e novità, come pure sulla capacità di soddisfare il gusto del pubblico, che dovrebbe essere basato il giudizio su qualsiasi produzione artistica. La musica “indie” non è necessariamente musica impegnata. Ci sono molti brani “indie” che non presentano tratti di originalità e creatività particolari, che sono di fatto quasi delle copie di altri brani, o gruppi che devono il loro successo soprattutto ai canali di promozione utilizzati, oppure a esibizioni in particolari spazi musicali che li accreditano presso il grande pubblico, da cui la mancanza di diversità interna alla scena “indie” per quanto riguarda testi, melodie e struttura dei brani, fatte salve alcune eccezioni.  

Originalità e creatività, d’altro canto, non sono tratti caratteristici solo delle produzioni indipendenti. Ci sono molti artisti commerciali in altri paesi che sono riusciti a innovare in campo produttivo. Ne sono un esempio gli album curati da Brian Eno per altri artisti, o le produzioni di artisti quali David Bowie, Peter Gabriel, gli stessi Beatles, i King Creamson e i Nine Inch Nails. Lo stesso è successo con artisti quali Steve Reich e Philip Glass, che sono riusciti a trasformare la musica classica da un ascolto di élite a un prodotto di massa, influenzando ampiamente sia gli artisiti commerciali che quelli indipendenti. Anche a livello nazionale, ci sono brani che hanno lasciato un’impronta indelebile, sia di artisti più commerciali come Oum Kalthoum e Mohamed Abdel Wahab, sia di artisti indipendenti come Sheikh Imam e altri.

Rimane però che il concetto di indipendente è sempre più indefinito e contraddittorio, e il suo uso sempre più finalizzato a scopi ambigui. Sarebbe meglio, a questo punto, superarlo, lasciando perdere qualsiasi definizione o etichetta, oppure cercare un nuovo termine, se necessario, capace di andare oltre il vecchio concetto di “indie”.


 Rami Abadir/Mada Masr

Tradotto dall’arabo da Amira Elmasry/Mada Masr

Originariamente pubblicato in arabo su Ma3azef