Tahrir, un documentario di Stefano Savona | Federica Araco
Tahrir, un documentario di Stefano Savona Stampa
Federica Araco   
Tahrir, un documentario di Stefano Savona | Federica Araco Cairo, febbraio 2011 . Elsayed, Noha e Ahmed hanno vent’anni, un sogno nel cuore e gli occhi pieni di speranza. Da giorni vivono accampati a Piazza Tahrir, il cuore della rivolta che sta infiammando un paese immobile da trent’anni. Insieme a loro, migliaia di giovani, anziani, uomini, donne, bambini, ragazze velate e universitari progressisti, copti, musulmani, laici e religiosi. Sono arrivati da tutto l’Egitto per gridare no a un regime repressivo e corrotto con slogan e canti. Enormi striscioni esprimono la loro indignazione e il rifiuto verso Mubarak e i suoi uomini, dopo anni di censure e violenze.
Gli ingressi alla piazza sono costantemente presidiati dai custodi della rivoluzione, che impediscono con barricate e sassaiole l’irruzione della polizia, pronta a sgomberare.
Sotto un cielo immobile, attraversato dagli aerei delle forze armate, la gente discute, si confronta, racconta la propria storia e il proprio dolore sognando un futuro diverso, fatto di libertà, giustizia, uguaglianza sociale, democrazia. Sono lì a centinaia, pronti a rischiare la vita in nome di questo cambiamento, inebriati, stupiti e sostenuti dalla forza dirompente dell’agire comune.

In Piazza Tahrir per diciotto giorni si resiste insieme, si lotta insieme. Qui la gente impara a difendersi dalle cariche della polizia, cura i feriti, riscopre il desiderio e la libertà di dire apertamente cosa pensa. Le sanguinose repressioni dell’esercito, gli interminabili discorsi di Mubarak, gli arresti e le torture dei rivoluzionari non scalfiscono l’entusiasmo ma rafforzano la protesta, creano coesione e supporto diffondendo un sentimento di sano patriottismo. Qui tutti si sentono pari e uguali, come fratelli. Non ci sono capi: si discute insieme in piccoli gruppi per decidere le mosse successive, mentre il passaparola diffonde le notizie di scontri e manifestazioni nel resto del paese. Anche Suez, Alessandria, Luxor si stanno sollevando, seguendo l’esempio del Cairo. Elsayed, Noha e Ahmed parlano animatamente, si confrontano tra loro scrivendo nero su bianco una lista di richieste prioritarie sul piano politico e costituzionale. Qualcuno prova a capire cosa accadrà dopo la caduta del dittatore. Non ci sono direzioni precise, solo un anelito, una speranza a scaldare il cuore di tutti in queste fredde notti di febbraio. Ognuno ripete ad alta voce le frasi pronunciate dagli oratori per diffonderle nell’enorme piazza piena di gente. Migliaia di voci diventano un’unica voce. Migliaia di corpi si fondono in un solo corpo, in un solo respiro.

Il documentario di Stefano Savona è una cronaca in presa diretta di questo cambiamento. Le immagini raccontano i passaggi cruciali della rivoluzione: i discorsi, le barricate, le lunghe veglie silenziose, i canti di protesta. Poi le prime fughe di notizie sulle dimissioni del primo ministro fino all’annuncio ufficiale della caduta di Mubarak.
Tra lacrime, abbracci, risate e sguardi increduli migliaia di persone esultano per la vittoria ottenuta con una lotta instancabile, con la morte di figli e fratelli, con la determinazione e la ferma presenza della gente comune.


Tahrir, un documentario di Stefano Savona | Federica Araco Abbiamo incontrato il regista in occasione della proiezione di “Tahrir” alla rassegna “Primavera araba del cinema” di Villa Medici.

Gli ultimi mesi hanno stravolto il profilo socio-politico di gran parte dei paesi arabi. Cosa l’ha portata proprio in Egitto?
Mi interessa raccontare il ruolo dei singoli e delle persone comuni all’interno dei processi politici. Credo che questa sia una delle possibilità più entusiasmanti che il cinema offre, e specialmente il documentario. Purtroppo qui in Occidente, nonostante siamo in democrazia, esistono sempre meno spazi pubblici in cui le relazioni di natura politica possano materialmente aver luogo. Non perché sia vietato, ma perché le abitudini contemporanee spingono la gente a chiudersi in casa e nella vita di tutti i giorni lo spazio privato occupa il 99 percento del tempo. La presa di parola, l’ascolto dell’altro, il piacere del dibattito pubblico sono elementi estremamente cinematografici. Il mio penultimo film, “Il palazzo delle aquile”, è la cronaca dell’occupazione del Municipio di Palermo da parte di venti famiglie di senza casa. Ho provato a creare una sorta di teatro della messa in scena dell’atto politico filmando questa mini-rivoluzione, che purtroppo non ha avuto i risultati sperati.

Per quanto riguarda il mio interesse rispetto all’Egitto, prima di fare il cineasta, e prima ancora di fare il fotografo, mi occupavo di archeologia egiziana. È stato proprio lì che ho deciso di abbandonare questo lavoro. Ero al Cairo dopo la prima Guerra del Golfo, in un periodo molto particolare e ricco di cambiamenti profondi sul piano sociale e politico. C’erano tanti stimoli e mi è sembrato semplicemente assurdo continuare a scavare le mummie mentre potevo raccontare storie contemporanee. Da allora sono tornato in Egitto tantissime volte, quasi ogni anno, perché era rimasto per me una sorta di luogo intimo dove scrivere, studiare, ritirarmi a riflettere. Ho scattato molte foto ma non ero mai riuscito a fare un film perché nonostante il Cairo, che è la parte del Paese che conosco meglio, fosse un posto estremamente fotogenico, la mancanza di discorso politico dovuto alla dittatura rendeva ai miei occhi tutto superficiale e il modo che la gente aveva di esprimersi era per me poco interessante. Ho girato tantissimo ma non sono mai riuscito a montare niente perché ogni volta mi sembrava di rientrare nello stereotipo orientalista: qualcosa di molto esotico e bello da vedere ma che non racconta molto.

Un connubio perfetto, dunque…
In effetti il mio interesse per il discorso politico e il mio legame con l’Egitto si sono fusi in modo imprevisto. Ero in città pochi mesi prima dei fatti di Piazza Tahrir ma non avrei mai immaginato che potesse nascere un movimento così plateale in cui migliaia di persone si ritrovano insieme per rivendicare il proprio diritto di parola.
La rivoluzione egiziana non nasce da esigenze pratiche ma dal desiderio della gente di ottenere uno spazio di libertà politica. Quando mi sono accorto di quello che stava succedendo in Egitto, nonostante stessi lavorando a un altro film, sono partito con le prime attrezzature che ho trovato. Sapevo di avere scarsissime possibilità di riuscire ad arrivare nella piazza e girare un film, ma ho deciso di rischiare e ci sono riuscito. Filmare una rivoluzione in Egitto… se me lo avessero detto tre mesi prima avrei detto:“voi siete pazzi!”.

Nel suo documentario, racconta i giorni della rivoluzione attraverso gli occhi di tre giovani egiziani laici, istruiti, progressisti… Ma le voci di Piazza Tahrir erano molte, diverse e spesso in contrasto tra loro. Può spiegarci le ragioni della sua scelta?
La maggior parte dei ragazzi che ho seguito erano credenti, ma laici da un punto di vista politico. La scelta è stata casuale: ero solo e dovevo scegliere qualcuno che mi piacesse e con il quale poter instaurare un rapporto di fiducia reciproca. Non potevo avere uno sguardo obiettivo su quello che succedeva. Nel mio documentario, i protagonisti parlano esclusivamente per sé stessi, ma sono animati da un desiderio di democrazia diffuso e trasversale: in piazza c’erano anche molte donne velate dalla testa ai piedi che erano lì per lottare per la libertà. Noha, per esempio, una delle protagoniste del mio film, ha l’hijab ed è molto credente ma non ha come riferimenti politici i Fratelli musulmani, un movimento con tratti simili alla Democrazia Cristiana o al partito al potere nella Turchia di oggi. Una compagine mediamente conservatrice a tendenza religiosa, come Ennahda in Tunisia, di cui si sente molto parlare ma i cui leader, a giudicare dalle interviste che rilasciano, sembrano meno estremisti della nostra Lega Nord…

Nessuno avrebbe mai creduto che in un Paese che sembrava immobile e addormentato da trent’anni di regime come l’Egitto potesse succedere qualcosa di simile. Può parlarci della sua esperienza durante la dittatura di Mubarak?
L’Egitto che conoscevo era per me un luogo molto stereotipato fatto di cinismo e corruzione, cose delle quali il popolo stesso quasi si vantava. Un misto di disincanto e sarcasmo in un discorso molto qualunquista da un punto di vista politico. Quando sono arrivato a Piazza Tahrir, nonostante riconoscessi alcuni tratti dell’Egitto che mi era familiare, come lo humor e la facilità di stringere legami, ho percepito una volontà totalmente nuova di teorizzare una società politica a partire dal recupero della dignità schiacciata da trent’anni di dittatura. Un evento così forte lavava via una sorta di vergogna e di imbarazzo anche dovuto alle scelte delle generazioni precedenti. Molti in piazza erano ragazzi delle classi elevate i cui genitori, privilegiati dal regime, avevano potuto garantire loro un’istruzione elevata, anche all’estero. Ed erano lì per dare il loro contributo, restituendo in qualche modo un significato al privilegio che gli era stato dato.

Molte delle persone che intervista ribadiscono il concetto di unità nella lotta al regime al di là delle secolari divisioni confessionali e culturali tra cristiani e musulmani. Ma i recenti episodi di violenza dimostrano che le fratture sono ancora molto profonde…
Tentare di interpretare la politica contemporanea dell’Egitto lungo la griglia della religione secondo me non chiarisce la situazione, anzi la complica ulteriormente. L’aspetto confessionale non ha nessun valore politico rispetto a quello che è successo in Piazza Tahrir. Mentre ero lì, ho girato momenti in cui il pope copto pregava insieme all’imam ma non li ho montati nel film perché non mi sembrava aggiungessero molto a quello che diceva la gente. Dopo il crollo del regime di Mubarak sono emersi una serie di piccoli gruppi di estremisti, principalmente salafiti e wahabiti, che prima erano esclusi e ora si stanno scatenando. Sono numericamente minoritari ma molto violenti. La presenza di queste tendenze deviate giova all’attuale regime militare che in questo modo vede legittimata e giustificata la sua presenza, e per questo continua a spostare l’attenzione su una presunta guerra di religione. Possono esserci scontri, anche gravissimi, come quelli di ottobre, ma non si può, secondo me, ipotizzare una guerra confessionale perché questi gruppi religiosi hanno vissuto insieme per secoli, anche prima che il regime li costringesse alla convivenza forzata. Certo, nel momento in cui si dovesse strumentalizzare questa polarità, la situazione potrebbe degenerare ma sarebbe una forzatura rispetto alla fisionomia della società egiziana.

In Tunisia le elezioni per l’assemblea costituente hanno affidato un’elevata percentuale di seggi al partito islamista Ennahda. Cosa pensa che accadrà in Egitto con le elezioni di fine novembre?
Non ho elementi per poter prevedere i futuri sviluppi politici. Credo che una buona percentuale dei voti andrà ai Fratelli Musulmani, che però non sono un partito coeso. Al loro interno convivono anime e aspirazioni molto diverse e la rivoluzione ha enfatizzato queste divisioni. I giovani del movimento sono scesi in piazza molto prima dei loro leader, anzi in un primo momento addirittura contro il loro volere. Dopo la rivoluzione hanno continuato a far sentire la loro voce chiedendo nuove forme di organizzazione del partito e rivendicando nuovi spazi anche per le donne. Bisognerebbe poi capire come si organizzeranno i partiti del cosiddetto blocco laico dove ci sono i liberali, “quelli di sinistra” e i nasseristi. Anche qui la situazione è molto fluida e non è ancora chiaro se decideranno di unificarsi oppure no. È importante anche capire che ruolo avranno gli estremisti, se saranno tenuti a bada dai Fratelli Musulmani o se cercheranno di giocare un loro ruolo specifico, pur essendo contrari alle elezioni. Di fatto sarà comunque un primo censimento delle forze in campo. Si tratta di un processo lungo che culminerà soltanto con le elezioni presidenziali, che ancora non hanno una data certa. In qualche modo si profileranno nuove strategie in vista delle consultazioni per il senato in programma per gennaio. C’è, poi, anche l’incognita dell’esercito, che in Egitto detiene monopoli economici tali da poter influire sullo sviluppo sociale e politico del Paese. Non sappiamo ancora se ci saranno partiti che decideranno di schierarsi contro le forze armate. Anche all’interno dell’esercito, infine, è in atto una spaccatura tra alcuni ufficiali più giovani che rivendicano una nuova organizzazione interna. La situazione è molto complessa e fluida e questo la rende difficilmente sintetizzabile. Questo crea il rischio, molto diffuso presso i media occidentali, di banali semplificazioni che impediscono una reale comprensione.

I suoi documentari hanno temi forti e immagini spesso di grande impatto. Quali progetti ha per il futuro?
Sto lavorando da tre anni a un documentario che racconta le vicissitudini di una famiglia di Gaza che ha subìto atroci massacri durante l’operazione Piombo Fuso. Ero lì durante l’attacco israeliano e sono tornato l’anno successivo per vedere cosa era cambiato nel loro quartiere. Vorrei tornarci una terza volta in primavera. I protagonisti di questa storia sono ragazzi adolescenti che hanno fatto scelte diverse per uscire da questo lutto. Questo sarà anche un film sulla libertà di scelta nel posto in cui c’è meno libertà di scelta al mondo, e sulle alternative possibili anche in un posto del genere. È un documentario che richiederà in tutto circa cinque anni di lavoro.


Federica Araco
(10/11/2011)


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