Gabi Jimenez o la rabbia di creare | Gabi Jimez, Django Reinhard, Cézanne, Picasso, Basquiat, Nathalie Galesne, R.O.M. Rights of Minorities
Gabi Jimenez o la rabbia di creare Stampa
Nathalie Galesne   

//Gabi JimenezGabi JimenezVoce calda, spensierata, gentilezza spontanea… Gabi Jimez accetta alla prima telefonata l’idea di un’incontro. Prendiamo un appuntamento. Skype, che padroneggia rapidamente grazie alle sue figlie, permettendo di superare così la lontananza geografica. Meraviglia della tecnologia, benché sia dall’altro lato delle Alpi, eccomi di colpo nella casa dell’artista, a qualche cinquantina di chilometri da Parigi, nel Parc du Vexin (Val d’Oise). Un giro nel soggiorno, in giardino, nell’atelier; poi una piccola ballata tra i moltissimi oggetti recuperati.

Gabi Jimenez non è stato sempre sedentario. Nato in una baraccopoli, ha vissuto in un caravan, nomade per 30 anni, a seconda delle espulsioni. «Erano ancora più selvaggi di oggi » ricorda, « All’epoca non c’erano né preavvisi, né procedure ». Questo passato spiega senza dubbio il suo percorso militante: impegnato da più di venti anni all’interno dell’ADVOG (Association Voyageurs-Gadjé), questo gioviale cinquantenne fa molti interventi anche nelle scuole e trasporta su richiesta il Tikno Musée con le sue circa 800 opere. « Sono oggetti che colleziono e che raccontano la vita quotidiana gitana, che ritengo siano molto utili per capovolgere le rappresentazioni negative proiettate sul nostro mondo».

Gabi Jimenez sembra aver vissuto diverse vite in una sola. Inizialmente venditore di ferraglie, poi chitarrista, ha lavorato un po’ nel settore della pubblicità e della grafica, linguaggi che ha fatto confluire nella sua produzione artistica. Colori vivaci, forme ripetitive, geometrie variabili di corpi incastrati animano l’opera di questo creatore riconosciuto a livello internazionale.

 

« Durante la Seconda Guerra Mondiale, Picasso ha risposto a un nazista che gli chiedeva a proposito della sua tela Guernica ‘Siete voi che l’avete fatta ?’, ‘No, voi’. Io posso dire la stessa cosa a proposito dei miei quadri. Non sono io che li ho realizzati, è frutto di quel che fa la società alla nostra gente! ».

 

Frammenti di una conversazione informale

Dite che alcuni gitani sono diventati artisti a seguito di una riconversione, cosa intendente esattamente?

Vengo da una famiglia di gitani di Kalé. Parliamo l’andaluso. Balliamo il Flamenco da generazioni. Questa è la nostra « gitanità» che continua a trasmettersi. Oltre alla musica, siamo paesaggisti, fiorai… Abbiamo una particolare destrezza che è dovuta alle nostre attività artigianali: sappiamo maneggiare pizzo, stagno, piante, cestini… questo saper fare manuale ha permesso ad alcuni di noi di diventare artisti, di operare, cioè, una riconversione in chiave artistica quando i nostri mestieri hanno cominciato a scomparire. Infatti non siamo sprovveduti, piuttosto abbiamo una grande capacità di adattamento che ci permette di non dipendere dagli altri. Aver strutturato le nostre vite in funzione del viaggio riflette esattamente questa facoltà di saperci adeguare.

 //«Django des terrains», Gabi Jimenez«Django des terrains», Gabi Jimenez

 

E c’è anche contaminazione…

Noi portiamo molti elementi di ispirazione che si sono rilevati fecondi, e che si sono contaminati con altri elementi. Il Flamenco, per esempio, altro non è che una mescolanza delle culture araba, ebraica e gitana proibite, perseguitate e cacciate dalla Spagna dai re cattolici. Queste diverse espressioni artistiche si sono mescolate nel gran calderone del Flamenco.

Il Jazz manouche, detto Jazz francese, è a Django Reinhard che lo dobbiamo. Lui ha saputo imparare queste sonorità dei neri americani discendenti degli schiavi e diluire le influenze africane di questa musica con le sonorità nate nei caravan. Il problema è che questo retaggio culturale, appartenente ormai al patrimonio della Francia, non è riconosciuto come tale. Biréli Lagrène dice che quando suona negli Stati Uniti lo considerano come jazzista, ma in Francia è percepito unicamente come un musicista manouche.

 

Come definire allora questa figura dell’artista zigano nella società francese?

Oggi, in Francia, gli artisti definiti zigani – categoria generica che contiene in effetti una moltitudine di origini e di realtà – sono molto collegati tra loro. Abbiamo tutti più o meno superato lo stadio della sopravvivenza e del viaggio e siamo stati in grando di mettere in piedi un pensiero critico e un dispositivo artistico. Ma direi anche che abbiamo un’attititudine comune nei confronti dell’arte. Per esempio, non apprezziamo la prestazione artistica in quanto tale. Un venditore di ferraglia ha tanto merito quanto noi, se non di più. Quando siamo gratificati, non ne facciamo nulla del nostro titolo onorifico, non ci fa alcun effetto. Non c’è per noi questa supremazia dell’arte che troviamo altrove.

//«44 gajé e un gitano», Gabi Jimenez«44 gajé e un gitano», Gabi Jimenez

 

In fin dei conti possiamo parlare di cultura rom?

Sì, certamente, c’è una base sociale e culturale che influenza l’interpretazione artistica. Questo è indubbio. Ma questa cultura non deve essere preservata, deve continuare a circolare, essere inseminata, restituita alla comunità in senso più ampio, ed esprimersi nel contesto contemporaneo. Per quanto mi riguarda non voglio inserirmi nella categoria dell’arte gitana, evito a tutti i costi di veicolare l’idea che ci sia una cultura specifica rom alla base del mio lavoro artistico.


Sarebbe folklore. Non mi stanco mai di ripeterlo: sono un artista gitano, non il contrario. Le mie opere dovrebbero suscitare rabbia ed essere accessibili a tutti i cittadini. E quando dico «rabbia» intendo che noi non dobbiamo conformarci a ciò che ci si aspetta da noi, non dobbiamo lasciarci bloccare all’interno di un perimetro assegnato alla cultura zigana e restarci isolati. Ed è estremamente difficile perché siamo sistematicamente messi al margine, alla periferia del mercato dell’arte, la sfera artistica è blindata. E questo spiega perché alcune persone realizzano delle opere che devono piacere ai gagé. La loro scelta è dettata da ragioni di sopravvivenza. Si tratta di un fenomeno perverso del quale non vorrei per nulla al mondo far parte.

//Festival delle baraccopoli, Slovacchia, foto di Gabi JimenezFestival delle baraccopoli, Slovacchia, foto di Gabi Jimenez

 

Perché vi definite in primo luogo un artista pittore e non anche un musicista ?

All’inizio volevo diventare un musicista, ma mi sono accontentato di dare qualche lezione a persone famose. Ho collaborato con gli « Ogres de Barbak », li ho seguiti in Slovacchia al Festival delle baraccopoli. Un momento indimenticabile. Volevamo andare da loro in modo che sentissero la loro importanza.

Ho anche scritto un testo nell’ultimo numero della rivista «Etudes tsiganes»  sul Flamenco dove chiedo a diverse persone, come Paco Suarez, Frédo, Alexian Santino Spinelli, Antonio Maya e Boboï, di raccontare questa musica, di esplorarla insieme a me.

Ma sono prima di tutto un pittore. D’altronde vivo della pittura e del mio lavoro artistico. Sono stato attratto molto precocemente dalla passione per l’arte. Sono il primo pittore della mia famiglia. Spero di seguire il cammino tracciato dai miei maestri, quel solco che hanno scavato dentro di me. Mi riferisco in particolare a Basquiat, Pollok, Dubuffet, Picasso, Van Gogh e Cézanne.

//«Extermination», Gabi Jimenez«Extermination», Gabi Jimenez

 

E in tutto questo, il «gabisme» ?

Il «gabisme» ( lo stile inventato dall’artista, ndT) nasce dalla musica che ho ascoltato imbevendomi dell’opera di questi pittori. Quando siamo davanti a quello che loro hanno creato, arriviamo ad allontanarci da una visione realista per lasciare agire le loro creazioni in noi. Voglio fare la stessa cosa con il mio lavoro imponendolo all’istituzione artistica, e vorrei farlo con la mia memoria di gitano, questa memoria collettiva intrisa di discriminazione, razzismo e xenofobia. Le mie mostre sono concepite su carta e si articolano attorno a questi temi forti. Ed è per questo che quando uno viene a vedere ciò che produco scopre, al di là della mia opera, qualcosa di specifico : il genocidio, la relegazione quotidiana… Le creazioni che nascono da questa rabbia vorrei restituirle all’umanità, al una dimensione universale.

 


 

Nathalie Galesne

Traduzione dal francese di Federica Araco

19/10/2015

 

Realizzato con il contributo di:

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