Figure dell’assenza | Nathalie Galesne, Sophie Bachelier
Figure dell’assenza Stampa
Nathalie Galesne   
Abbiamo seguito il loro percorso, la tragica odissea della traversata del deserto, abbiamo saputo dell’esistenza di nuovi lager in Europa e nel Maghreb, dove la Libia (con le sovvenzioni dell’Unione Europea e grazie ai recenti patti con l’Italia) detiene un triste record di torture e stupri.
Ci hanno raccontato il loro lungo viaggio nel Mediterraneo e abbiamo visto questo mare funesto rigurgitare corpi e stracci sulla sabbia delle sue sponde. Attraverso il lungo poema epico dello scrittore italiano Erri De Luca abbiamo scoperto qual è il destino omerico e dantesco dei suoi uomini e delle sue donne provenienti dall’Africa e abbiamo incrociato le loro solitudini in alcuni documentari pluripremiati come Welcome Europa, di Bruno Ulmer, o Come un uomo sulla terra, di Riccardo Biadene, Andrea Segre e Dagmawi Yimer.
Eppure, tra tutte queste storie di esodo, pochi racconti e pochi segni parlano dello smarrimento di coloro che rimangono nei paesi abbandonati. Padri, madri, giovani mogli, mariti e amici rimasti a rimuginare il loro dolore, quel senso di abbandono e di impotenza di fronte all’assenza dei cari, senza che le parole riescano mai a trovare risposta.
Figure dell’assenza | Nathalie Galesne, Sophie Bachelier
Rufisque © 2007 Sophie Bachelier

Proprio a queste figure dell’assenza ha rivolto la sua attenzione la fotografa e documentarista Sophie Bachelier per le sue ultime creazioni. “Il dramma”, si legge sul sito della sua mostra fotografica, “si svolge sulle coste senegalesi e mauritane, dove migliaia di giovani, per lo più pescatori, non riescono più a mantenere le loro famiglie e si vedono costretti all’esilio. Ormai le piroghe, un tempo sinonimo di vita e di abbondanza, affrontano l’immensità dell’oceano per un viaggio a volte senza ritorno che i Wolof chiamano “mbëkk mi”, che letteralmente significa “scontrarsi con le onde dell’oceano…” .
Figure dell’assenza | Nathalie Galesne, Sophie Bachelier
Jokul Kaw ©2009 Sophie Bachelier

È in Senegal, quindi, che Sophie Bachelier ha lavorato ad alcuni ritratti fotografici, accompagnati dai filmati delle testimonianze delle donne che raccontano come la partenza del figlio o del marito abbia fatto vacillare la loro stessa vita, a volte fino a impazzire. Le immagini e le interviste di queste donne sono state realizzate a Thiaroye sur Mer, a Saint-Louis e a Rufisque (quartiere di Jokul Kaw). In bianco e nero, le foto hanno un’estetica sobria ma grave, così come il dramma umano che evocano. Allo stesso modo i paesaggi, o una corona di pesci dall’aria funebre disposta sulla spiaggia, sono impronte di una bellezza e di una poetica che la realtà crudele non ha affatto cancellato.
Figure dell’assenza | Nathalie Galesne, Sophie Bachelier
Rufisque ©2009 Sophie Bachelier

Fatou Lo, Fatou Diouf, Fatou Seck Ndoye, Binta Diallo, Diaba Diop, NDeye Marieme… con un solo sguardo raccontano della perdita di cui soffrono. Guardano dritto in camera, nella miseria del loro calvario ma con una postura fiera: quasi sempre sono sul posto di lavoro, nei loro abiti da lavoro, ma eleganti nei vestiti di tutti i giorni. Una pausa se la concedono volentieri. “Ho voluto farmi da parte, fermarmi per un momento, per essere solo un semplice intermediario; volevo che chiunque guardi queste foto o questi video possa trovarsi faccia a faccia con queste donne e con la loro dignità. Mi sembrava giusto così, vista la gravità delle loro condizioni”.
Anche Sophie Bachelier ha in sé il senso della pausa. Lo sguardo limpido illumina la dolcezza del suo viso. Nella calma quasi campagnola della sua casa parigina, accoglie e ascolta, anche mentre parla pacatamente del suo lavoro.
Figure dell’assenza | Nathalie Galesne, Sophie Bachelier
Senabou M’Bengue. Deux de ses fils, 24 et 26 ont disparu en mer en 2005. Thiaroye-sur-mer ©2009 Sophie Bachelier

Così ci spiega come queste donne riescano a riempire il vuoto lasciato dai loro uomini. “Di solito sono i figli maschi a dover mantenere i genitori. Siccome loro non ci sono più, le donne fanno vari lavori per prendersi cura di vecchi e bambini”.
Addette alla lavorazione di quel po’ di pesce che l’oceano ancora regala, salano e affumicano la magra pesca con i piedi nella brace, spazzano le strade del villaggio, cucinano e vendono i fataya (piccole polpette di carne). Sono lavoratrici instancabili che, oltre al peso della perdita di un proprio caro, portano sulle spalle l’economia in frantumi del loro villaggio.
Figure dell’assenza | Nathalie Galesne, Sophie Bachelier
Rufisque 2010©Sophie Bachelier

Perché il mare l’hanno svuotato le navi officina battenti bandiera straniera, portando così alla progressiva scomparsa dei piccoli pescatori. “Per i giovani che sono rimasti e che si spezzano la schiena per misere pesche, i rottami restituiti dall’Atlantico sono spesso più remunerativi del pesce quasi inesistente. Fare lo spazzino del mare è diventato più redditizio”, sospira Sophie Bachelier.
Figure dell’assenza | Nathalie Galesne, Sophie Bachelier
Plage de Jokul kaw ©2009 Sophie Bachelier

A tutto questo si aggiunge la catastrofe ecologica. A Jokul, per esempio, “è rimasto solo un fazzoletto di terra: il mare erode inesorabilmente il litorale, mettendo in pericolo le abitazioni dei pescatori, mentre la città che si espande erode il quartiere dall’altra parte”, spiega l’artista denunciando l’abbandono delle zone costiere da parte del governo senegalese. “La gente vive nella più totale indigenza, abbandonata alle sue disgrazie e in condizioni igieniche senza precedenti, peggiorate dalle devastanti inondazioni che causano sempre più morti. Solo nel 2010 ho perso quattro amici, di cui alcuni molto giovani, tutti portati via dalla malaria in pochi giorni”.
Ma il male peggiore in questa zona è senza dubbio l’emigrazione dei giovani, che il governo senegalese non riesce a impedire. “Tutto il sangue più giovane del Senegal si disperde nell’oceano, come una lenta emorragia”, diceva a proposito dei flussi migratori del suo paese il regista e sceneggiatore senegalese Samba Félix Ndiaye, morto poco meno di un anno fa a 64 anni .
In qualche modo Sophie Bachelier ha portato avanti il messaggio del suo amico, che aveva scelto il documentario per “mostrare il Senegal com’è oggi, l’Africa e il ruolo di questo continente nel mondo”. Perché al di là delle foto, Sophie ha anche ripreso queste donne che, di fronte alla telecamera, raccontano una storia unica e tuttavia comune a tante altre donne come loro, madri o spose di uomini scomparsi nell’oceano, chiusi nei centri di detenzione o che vagano come clandestini nelle metropoli europee, alla disperata ricerca di un lavoro e di un’integrazione che l’Europa continua a negare. La musica del compositore Zad Moultaka e una fotografia di rara qualità conferiscono al film, ancora in corso d’opera, una poesia asciutta e straziante.

Altrettanto drammatico, in queste storie di emigrazione, è l’isolamento delle giovani spose i cui mariti se ne sono andati lontano. Queste donne si ritrovano prigioniere della loro tragedia, in un’eterna attesa del loro sposo e senza la possibilità di rifarsi una vita, nemmeno se il marito è morto in mare, poiché formalmente non c’è stato né un funerale né una separazione. Per questo, quando i mariti manifestano l’intenzione di emigrare, molte donne chiedono il divorzio prima della partenza per il grande viaggio, lo “mbëkk mi”.
Figure dell’assenza | Nathalie Galesne, Sophie Bachelier
Son fils est emprisonné depuis deux ans dans un centre de rétention en Espagne. Jokul kaw ©2009 Sophie Bachelier

“Oggi l’emigrazione non è più quella di una volta, perché spesso l’approvazione della famiglia non è più necessaria. Si parte anche senza il consenso dei genitori o della propria moglie, che è quasi sempre contraria alla partenza”, aggiunge la fotografa. Eppure, nonostante anche in Senegal arrivino i racconti delle disavventure in mare, della reclusione (a volte per anni) nei centri di detenzione, della frustrazione una volta arrivati in Europa, dei rimpatri visti come un tremendo disonore o, peggio ancora, dei naufragi e dei dispersi in mare, nell’immaginario collettivo attraversare l’oceano rappresenta ancora l’unica via d’uscita per un’intera generazione di ragazzi.
Sono ormai 15 anni che Sophie Bachelier vive e lavora tra Francia e Senegal: una vita scandita dalla diversità dei progetti di cui si occupa. Studia la lingua dei Wolof, ha prodotto tre album del cantante senegalese El Hadj NDiaye (che ha ricevuto il Grand Prix du Disque dell’Académie Charles Cros), per conto del CISP (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli) ha montato “Le piège”, un film di Djamel Benramdane e Kays Djilali sulle difficoltà dei migranti sub-sahariani che si ritrovano bloccati nel Maghreb. Alcuni dei ritratti di donne senegalesi sui quali ha da poco finito di lavorare sono stati pubblicati a ottobre nell’opera bilingue “Lentement/Slow”, accanto ai testi dello scrittore senegalese Boubacar Boris Diop e dell’intellettuale siciliano Nando Della Chiesa .
Ma il riconoscimento più bello per Sophie Bachelier viene dalle donne di Thiaroye sur Mer, di Rufisque e di Jokul Kaw.
Figure dell’assenza | Nathalie Galesne, Sophie Bachelier
Le petit frère de Fatou Lo, menuisier, 35 ans, a tenté la traversée en 2004. Thiaroye sur Mer ©2009 Sophie Bachelier

“Ho portato le foto. Erano entusiaste e si sono riconosciute nei miei ritratti. È stato il regalo più bello che potessero farmi”, racconta emozionata la fotografa.
“Per me scrivere non è un lavoro, è un modo per stare in compagnia e per sentire vicino chi non lo è”, ha detto recentemente Erri De Luca a Robert Bober per il canale Arte. “Sentire vicino chi non lo è”: è proprio in questo filone che si inseriscono il percorso e le produzioni di Sophie Bachelier.

Nathalie Galesne
Traduzione dal francese di Manuela Scocco
(17/11/2010)