"Shooting Back": la cinepresa come arma | Marie Medina
"Shooting Back": la cinepresa come arma Stampa
Marie Medina   
Un ebreo che tratta la sua vicina palestinese da prostituta. Dei coloni che pestano un pastore arabo. Queste scene, molto mediatizzate, sono state filmate dalle stesse vittime grazie alle telecamere che una ONG israeliana aveva consegnato loro. I Palestinesi in questo modo possono registrare le vessazioni che subiscono quotidianamente e le violenze di cui sono spesso vittime. “Funziona meglio di una pistola” osserva il giovane Diaa, la cui famiglia è una di quelle che partecipano a questo progetto, chiamato "Shooting Back".

B'Tselem, il Centro informazioni israeliano per i diritti dell’uomo nei Territori occupati, ha distribuito circa 80 videocamere nei territori occupati, di cui una quarantina solo nella regione di Hebron, una ventina nella città e una ventina nelle colline a sud.

La zona d’altronde accumula molteplici elementi di tensione. I circa 500 coloni installati nella città vecchia - caso unico in Cisgiordania - sono considerati in assoluto i più radicali. In più, abitano a stretto contatto con i Palestinesi. Le palazzine del souk sono spesso occupate al piano terra da commercianti arabi e ai piani superiori da coloni ebrei. Sopra il mercato vengono stese delle reti per proteggerlo dagli oggetti che vengono buttati dai piani superiori. Ogni tanto liquidi di diverso genere attraversano le maglie delle reti. Sui membri della TIPH (Presenza internazionale temporanea a Hebron, incaricata di facilitare il dialogo tra le due comunità), viene versata ogni sorta di liquidi: acqua, olio, urina.

Due anni fa, B'Tselem ha consegnato una prima videocamera alla famiglia Abu'Ayesha che era sottoposta a vessazioni continue. La loro casa, situata proprio di fronte ad un quartiere ebreo di Hebron, aveva dovuto essere circondata da una rete protettiva per proteggerla dal lancio continuo di pietre e alimenti. Quando la madre di famiglia è stata pesantemente insultata da una donna colona, una delle figlie ha filmato la scena. Il video insulto, "charmouta" (puttana in arabo), è stato largamente diffuso su internet e sui media israeliani. “Le poche simpatie di cui godevano i coloni di Hebron si sono vaporizzate” osserva Elias Levy, un giornalista spagnolo che vive da molti anni ad Hebron.

Se pure queste immagini obbligano il pubblico israeliano ad aprire gli occhi su una realtà che fino ad allora preferivano ignorare, il progetto Shooting Back non era nato con intenzioni mediatiche. All’origine B'Tselem cercava un modo per raccogliere prove sulle violazioni dei diritti dell’uomo. Prove che potessero essere presentate alla polizia, che potessero appoggiare una denuncia, confermare delle testimonianze, essere ammesse in tribunale.

È un punto fondamentale. In pratica, su dieci denunce di Palestinesi contro coloni ebrei, di solito nove sono archiviate senza alcun seguito, secondo uno studio pubblicato a Luglio dall’organizzazione israeliana Din (C’è una giustizia). Solamente nell’8% dei casi, si chiede che i sospettati siano portati davanti a un giudice

“Siamo considerati cittadini di seconda classe. Non credono mai agli Arabi, puntualmente vale la parola dei coloni” riassume Issa Amro, un collaboratore di B'Tselem a Hebron.

La videocamera quindi è uno strumento che dona maggior peso a una parola che fino ad allora non ne aveva nessuno.

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Bassam Jaabare
Due mesi fa, Bassam Jaabare, coordinatore di Hebron, ha filmato un incidente tra due ragazze. Quando una donna colona ha accusato la giovane palestinese d’aver aggredito sua figlia, “la videocassetta ha aiutato a provare che mentiva”, si felicita questo padre di otto figli.

“Tutto ciò non cambia la mia vita, ma almeno posso difendere meglio i miei diritti”, osserva. In passato, la polizia si rifiutava di registrare le sue denuncie perché non aveva la possibilità di provarle. Adesso ha degli elementi concreti da portare, anche se questo non risolve tutta la questione. Durante il Pourim (festa religiosa in cui gli ebrei si ubriacano), dei coloni hanno lanciato pietre nel suo quartiere. Suo fratello ha avuto il naso rotto. Ha sporto denuncia “ma non è successo niente”. Secondo Bassam Jaabare, “i poliziotti hanno detto che non potevano arrestare dei coloni durante feste religiose”.

B'Tselem ha distribuito videocamere fino alle colline a sud di Hebron, dove gli allevatori palestinesi non ricevono elettricità – utilizzano dei pannelli solari o pale eoliche per ricaricare le batterie. In questo modo è stato possibile filmare un incidente occorso in Giugno: quattro uomini mascherati hanno assalito a colpi di bastone una famiglia palestinese, colpevole di far pascolare il proprio bestiame troppo vicino alla loro colonia di Susya. Dopo la diffusione delle immagini diversi sospetti sono stati interrogati e poi rilasciati. Fino ad’ora non è stata emessa alcuna condanna.

Shooting Back dunque non riesce ancora a lottare efficacemente contro questa relativa impunità. Tuttavia il progetto svolge un ruolo protettivo. “ La maggior parte dei coloni non amano essere filmati mentre aggrediscono qualcuno. Così, quando appare la videocamera, loro se ne vanno”. osserva Issa Amro. Un membro di B'Tselem una volta ha persino sentito un ufficiale dire ai suoi soldati riguardo a una famiglia: “Non fate niente di scorretto. Hanno una telecamera e vi possono filmare”.

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Suhair Jabari
Jabari si sente più sicuro da quando i suoi di casa si sono visti consegnare una videocamera. “Questo serve a migliorare le cose da queste parti. C’è meno violenza” nota questo architetto di 21 anni, che qualche mese fa ha registrato degli scontri tra i suoi parenti e dei coloni, nelle campagne vicino a casa sua. Un tribunale israeliano ha riconosciuto ai Jabari la proprietà della terra in questione e per questo, sul posto, vengono alzate una tenda azzurra e una bandiera dello Stato di Israele: dei coloni vi avevano eretto una sinagoga di fortuna.

“La videocamera è meglio di una pistola!” commenta Diaa, il fratello di Suhair. Questo adolescente di 15 anni ha recentemente filmato l’arresto di suo padre, accusato di aggressione fisica a un colono. Spiega di aver usato la telecamera in modo che fosse visibile, per proteggere suo padre da eventuali violenze della polizia.

Michael Yagupsky, che lavora al servizio video di B'Tselem, è anche lui convinto che la videocamera possa essere uno strumento efficace di “resistenza non violenta”. Secondo lui “i ragazzini non lanciano più pietre, ma impugnano la videocamera”.

Per i suoi realizzatori e i suoi partecipanti, Shooting Back neutralizza la spirale radicale. Ma non è l’opinione di tutti. “In questi ultimi due anni la situazione si è deteriorata”, afferma David Wilder, portavoce della comunità ebrea di Hebron.

Accusa gli “attivisti di estrema sinistra” di fungere da “provocatori” E rimprovera ai video di non mostrare che mezze-verità: quando viene filmato un incidente, “la prima parte della storia viene tagliata in fase di montaggio” e “si mostra la sola reazione (dei coloni)”.

B'Tselem è un’organizzazione molto “pro-palestinesi”, che “non si preoccupa dei diritti umani degli ebrei”, continua David Wilder. Secondo lui, essa tenta di “delegittimare la presenza della comunità ebrea di Hebron” e ciò ha uno scopo politico. Vogliono che gli ebrei siano espulsi dalla Giudea e dalla Samaria, rilancia, utilizzando il nome con cui i coloni designano la Cisgiordania.

"Così come filmano loro, filmiamo anche noi”, conclude con tono di sfida, senza però spiegare perché i coloni non abbiano ancora diffuso i video schiaccianti di cui sarebbero in possesso.

In ogni caso gli aggressori si adeguano alla presenza delle videocamere. Così, i quattro assalitori di Susya si erano mascherati i volti prima di aggredire la famiglia del pastore palestinese. Michael Yagupsky di B'Tselem non esclude in avvenire l’uso di camere miniaturizzate, più facili da nascondere: “È una corsa agli armamenti tra persone che tentano di ottenere delle prove e altre che cercano di dissimularle”.

http://www.btselem.org/


* Questo articolo fa parte di una serie d’inchieste giornalistiche sui fenomeni di radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. E’ stato redatto nell’ambito del progetto DARMED, realizzato dal Cospe e sostenuto dall’UE.

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    "Preventing Violent Radicalisation 2007"

"Con il sostegno finanziario del Programma Preventing Violent Radicalisation
Commissione Europea - DG Giustizia, Libertà e Sicurezza" 


Marie Medina
(Traduzione Alessandro Rivera Magos)
(10/09/2008)

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