Legami stretti tra la Lenci e la Sardegna  | LENCI, Gavina Ciusa, Sandro Vacchetti, Mario Sturani, Antonio Cao, Alessandro Mola, Marino Cao, ceramiche sarde Gigi Chessa, Nillo Beltrami, Claudia Formica, Giovanni Riva, Otto Maraini, Giuseppe Porcheddu, Clelia Bertetti, Marcello Dudovich, Mario Pompei, Paola Bologna, Camillo Ghigo, i fratelli Giovanni, Giuseppe, Tina, Antonio Ronzan
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Gavina Ciusa   

//Sandro Vacchetti, La “sardina” sul dado, ceramica Essevi. Collezione e foto Gavina CiusaSandro Vacchetti, La “sardina” sul dado, ceramica Essevi. Collezione e foto Gavina CiusaA quanti non sono riusciti a godersi la mostra “LENCI Ceramiche in Sardegna” (Cagliari, Teatro Civico di Castello, 8 aprile - 3 giugno) e il suo esibire sogni e immaginari in ceramiche di policroma lucentezza e in mitiche bambole provenienti da collezioni isolane, si segnala il bel catalogo LENCI Ceramiche in Sardegna, stampato per conto della libera associazione culturale Arteficio (Cesano Boscone, MI 2012), con interessanti testi di Antonello Cuccu e di Concettina Ghisu, e le eccellenti foto di Pierluigi Dessì, testimonianza dell’evento e dell’attenta ricerca del materiale espositivo di Cristina Puxeddu.

È un’occasione per sottolineare come la LENCI continui a monopolizzare l’attenzione in Italia e nel mondo, e a mantenersi singolare esempio di eccellenza innovativa e di coniugazione tra arte e imprenditorialità. Le sue prime creazioni nascono a Torino, in una fabbrichetta artigianale di giocattoli fondata nel 1919 dai coniugi Enrico Scavini e Helen König. Lei era un’artista austrotedesca di vulcanico talento e dal diminutivo del suo nome deriva LENCI, acronimo di “Ludus Est Nobis Constanter Industria”, “Il gioco è per noi continua attività”. “Gioco” che condusse magistralmente portando la Ditta a superare i 600 dipendenti. Condividendo il lavoro con moltissimi eccellenti artisti italiani, tra i quali il pittore ceramista Sandro Vacchetti, direttore artistico dal 1922 al 1934, l’eclettico Mario Sturani, direttore artistico dal 1940 al 1964, Gigi Chessa, Nillo Beltrami, Claudia Formica, Giovanni Riva, Otto Maraini, Giuseppe Porcheddu, Clelia Bertetti, Marcello Dudovich, Mario Pompei, Paola Bologna, Camillo Ghigo, i fratelli Giovanni, Giuseppe, Tina e Antonio Ronzan…, e plasmatori e decoratori di notevoli capacità.
La LENCI produsse dapprima oggetti per bambini, quindi le irresistibili bambole inventate da Helen, realizzate in morbido feltro -il famoso pannolenci- con teste elettroformate in appositi stampi con un procedimento brevettato senza cuciture che consentiva di dipingervi volti di intensa espressività. Bambole che ottennero riconoscimenti a Roma, Milano, Zurigo e, nel 1925, tre Grand Prix, sette diplomi d'onore, sei medaglie d'oro e tre d'argento all'Esposizione di Arti Decorative di Parigi.

Inevitabile che la concorrenza si attivasse producendo pupattole inferiori per qualità e prezzo. Nel 1927 la LENCI rispose affiancando alle bambole ceramiche di altissima qualità. Multipli in terraglia forte formati a colaggio, decorati singolarmente con smalti policromi sottovetrina. Un trionfo che ottenne il plauso di Giò Ponti, fu segnalato dalle riviste Domus e Casa Bella. Riscosse notevole successo nell'Esposizione Internazionale di Torino, nella Callows Gallery di Londra, nella Galleria d'Arte Pesaro di Milano (1929), nella prestigiosa "Galleria della Ceramica" della IV Esposizione Internazionale d'Arte Decorativa e Industriale Moderna di Monza (1930).
Tra il 1928 e il 1932 le ceramiche toccarono i massimi livelli stilistici e qualitativi in modelli numerati, realizzati e decorati sotto il controllo severo della König. Il successo diede nuovo vigore all’azienda, ma le vendite non risollevarono la situazione finanziaria oppressa dagli elevati costi di produzione, dalla crisi del 1929, dalle insolvenze di clienti e distributori e dalle sanzioni imposte all'Italia con la guerra d'Abissinia. Tanto che nel 1937 la König si vide costretta a cedere alla famiglia Garella le quote societarie della LENCI, continuandone la collaborazione sino al 1941.

Anni difficili che generarono rivoli di ceramiche note come “epigoni LENCI”, prodotte dagli stessi maestri che ne erano stati artefici nella casa madre e dovettero abbandonarla fondando, sempre a Torino, laboratori ad essa ispirati. Tra essi la C.I.A. Manna (inizi anni ’30); "Le Bertetti" (1932); l’"Ars Pulchra" (1935). Soprattutto la "Essevi", attiva dal 1934 al 1952, di Sandro Vacchetti che creò pezzi singolari per inventiva e risultati plastici e cromatici. Con lui collaborarono Nello Franchini, Giovanni Grande con la moglie Ines Panchieri. I sardi Valerio Pisano, i fratelli Marino e Antonio Cao, e Alessandro Mola che, a Cagliari, aveva avviato una produzione di ceramiche sardo-moderniste con l’appoggio del gallerista Palladino.

L’Isola dunque non era indifferente alle innovative ceramiche LENCI e ai suoi epigoni. Nel catalogo le belle manifatture a soggetto isolano non sfigurano tra pezzi “nazionali” quali il rassegnato ronzino cavalcato dal fiero “Don Chisciotte” (Giovanni Grande). La sintesi descrittiva del gruppo contadino “L’affilatura della falce” (Ines Panchieri). Il singolare “Amore paterno” di Vacchetti. La “Maternità” della König. Il magico incarnato degli “scandalosi” Nudini. Gli ironici bimbi che scimmiottano gli adulti tra vasi, scatole, scodelle di singolare design. E le molte stupende Madonne. Un viaggio fantastico che poggia sul reale e induce emozioni respirate a Cagliari, a Sassari ma anche a Nuoro dove della leggendaria LENCI e degli “epigoni” ho sentito favoleggiare da nonne, mamme, zie, amiche e amici di famiglia. E fin da bambina rallegravo lo sguardo osservandone i prodotti protetti da vetrinette, e godevo per come esaltavano lo stile dei nostri costumi senza mai scadere in quel becero folklore nel quale venivano relegati da chi nel continente li giudicava componenti senza Storia della nostra “subcultura”. A tutt’oggi sono purtroppo ancora in molti a ignorare il lavoro degli artisti sardi che da fine ‘800 avevano operato per la crescita moderna dell’isola. Già dal 1914 Francesco Ciusa si dedicava alle Arti Applicate e alla ceramica, come pure i fratelli Melis e molti dorgalesi. Fermenti in qualche modo paralleli alla LENCI che a sua volta guardava a Eugenio Tavolare, a Edina Altara e all’isola, cogliendo nei “suoi” sardi in pannolenci o in ceramica l’ansia di nuovo sui quali soffiava quel vitale respiro europeo caratteristico della LENCI , e imprescindibile riferimento del mondo artistico-intellettuale isolano.

//Coppia di bambole sarde Lenci, souvenir della crociera “MAIDEN VOYAGE 1932 X REX”. Collezione e foto Gavina Ciusa Coppia di bambole sarde Lenci, souvenir della crociera “MAIDEN VOYAGE 1932 X REX”. Collezione e foto Gavina Ciusa
Da giornalista e da sarda, negli studi di artisti contemporanei piemontesi ho spesso avvertito il sentire comune che lega le nostre due regioni. Da collezionista non posso non citare il Lui e Lei LENCI, in costume sardo, che mi accompagnano da tempo, ognuno recando un nastro di panno col ricamo MAIDEN VOYAGE 1932 X REX, che la dice lunga sulla vita di bordo che avevano avuto la fortuna di vivere come souvenir. Di certo bambole che non stimolavano l’istinto materno. Da non cullare. Piuttosto da scrutare ammirando il loro essere ambasciatrici di stile. Un trait d’union che in qualche modo annullava il contrasto tra Sardegna e Continente, rivolgendo pari attenzioni al costume e all’abito alla moda che nell’isola hanno sempre convissuto con la massima naturalezza. Basti pensare a due ceramiche della König, la “Comare sarda” con costume di un rosso urlante che scopre solo viso e mani, esercita una forza seduttiva e matriarcale di certo non inferiore alla consapevolezza che andavano acquisendo le adolescenti moderne come “Nella” che a Torino posava mostrando le gambe. O ai “colpi di vento” di Vacchetti che muovono con la stessa impertinenza le gonne delle eleganti signore continentali e delle belle sarde cogliendone la sensualità dei corpi insieme al temperamento e alle apprensioni per il futuro. Ben rappresentate in una ceramica Essevi. Una piccola bimba di accattivante levigatezza, coperta solo dalla cuffietta di Desulo e dalla mutandina merlata di rosa, siede pensosa su un grande dado da gioco. L’imponderabile sorte alla quale pare essersi rassegnata la Sarda venditrice di angurie di Mario Sturani.



Gavina Ciusa
24/06/2012