L’arte e la nobiltà del lavoro | Gavina Ciusa, Tomaso Filippi, Myriam Zerbi, Luisa Turchi, Pieretto Bianco, Doretta Davanzo Poli, Sabina Vianello, Giuseppe Rallo, Daniele Resini, Allemandi, Macchiaioli
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Gavina Ciusa   

//Cesare Laurenti (1854-1936), “Fruttivendola”, 1889, olio su tela cm123x70Cesare Laurenti (1854-1936), “Fruttivendola”, 1889, olio su tela cm123x70Sfiorita la Serenissima nel 1797, spenti i riflettori sul suo potere e la sua economia, la crisi incombe sull'Ottocento. La popolazione diminuisce tra il caotico alternarsi di non chiare situazioni politiche. Scompaiono Canaletto, Guardi, Tiepolo, e la grande stagione artistica veneziana si stempera tra repliche di forme sorpassate da parte di pittori che - scrisse Camillo Boito - «non hanno animo di rompere le catene della tradizione, non hanno animo di guardare il vero in faccia». Il vento del nuovo soffia nella seconda metà del secolo con l’arrivo all'Accademia di Belle Arti di Venezia del docente Pompeo Molmenti. Per oltre quarant’anni indirizzerà generazioni di giovani artisti verso l'osservazione del vero, innescando il profondo mutamento che è oggi in scena a Stra, nel Museo Nazionale Villa Pisani, nella mostra “Nobiltà del Lavoro Arti e mestieri nella pittura veneta tra Ottocento e Novecento”.

La mostra, a cura di Myriam Zerbi e di Luisa Turchi, analizza questa innovativa stagione veneziana sempre più lontana dalle trascorse magnificenze e sempre più attenta ad affrontare il reale sotto una luce che assume un ruolo di particolare rinascenza, quasi metaforica, in dipinti che vanno oltre la tradizione. Senza dimenticarla. Come nella corte veneziana che nell’olio di Cesare Vianello fa da sfondo al “Momento giocoso” (1895) di lavandaie dalle vesti sgargianti, che ridendo si spruzzano davanti a una tovaglia riccamente ricamata stesa ad asciugare. Bandiera di antichi fasti, il cui recupero porterà all’innovazione raccontata da Pieretto Bianco ne La scuola dei merletti a Burano (1905). Grande e bellissima tela che confronta il bianco dei grembiuli di lavoranti che apprendono le tecniche delle antiche arti di Burano, con quello delle pareti del vasto ambiente che accoglie una nuova forma di Economia. La va costituendo la lungimiranza di Michelangelo Jesurum a Pellestrina, Venezia, Burano, Chioggia, in uno stabilimento dove si insegna la lavorazione del merletto a fuselli e sul cui ingresso è scritto: “Qualunque operaia disoccupata può ottenere lavoro”. Un invito e una promessa narrati visivamente nella minuziosa osservazione di un quotidiano tutto teso al rilancio delle attività artigianali su scala industriale. Mantenuti in questo e in molti altri settori. Supportati da una popolazione che, tra complessità e nuove interazioni sociali, riesce a uscire dalla crisi.

//Pieretto Bianco (Pietro Bortoluzzi)  (1875- 1937), “La scuola dei merletti a Burano”, 1905, olio su tela cm55,5x75,5  Pieretto Bianco (Pietro Bortoluzzi) (1875- 1937), “La scuola dei merletti a Burano”, 1905, olio su tela cm55,5x75,5

Così, come in Toscana i Macchiaioli e in Francia gli Impressionisti, nel Veneto luce e colore accompagnano la “Nobiltà del lavoro” in un percorso espositivo articolato in sei sezioni tematiche di suggestioni artistiche di grande qualità. Dallo studio accademico al ritratto, dalla veduta alla pittura di genere, dal paesaggismo al verismo, dal realismo alla pittura sempre più libera che evolverà nei molti rivoli novecenteschi, si snoda il racconto di un popolo che prende atto di possedere e di saper sviluppare capacità imprenditoriali attraverso un impegno lavorativo corale che segna gli albori di una nuova risorgenza. Quella microeconomia diffusa che nel secondo Novecento condurrà al miracolo del Nord Est. Dunque una storia economica che inevitabilmente si confronta con la crisi attuale, con la devastante disoccupazione che il chiacchiericcio produttivo e solidale che anima ogni trama delle tele di ieri aveva saputo vincere. Mostrando come, osserva Myriam Zerbi «il lampo che c’è nel mondo, in ogni cosa, in un panorama, in una persona, e che si manifesta in un guizzo, … può farsi, per chi sa coglierlo, consapevole ricerca per scorgere nelle pieghe delle cose quel bagliore di luce che sa dare senso e valore al quotidiano. Ed è questa scintilla che si può scorgere nelle opere esposte.»

Tali opere pittoriche si confrontano e si integrano con la mostra fotografica che si avvale della collaborazione, della competenza e della passione di Daniele Resini. Titolo: “Arti e mestieri nell’obiettivo di Tomaso Filippi”. Veneziano (1852-1948) e di personalità eclettica, lavora nei grandi atelier, per aziende e committenze private, e per le Sovrintendenze. Sino a svolgere un’attività in proprio come produttore d’immagini e commerciante rivolto ai turisti divenendo figura di spicco in Europa e in Italia. Il suo ingegno e le sue intuizione lo spingono oltre l’arte più tradizionale dei paesaggi veneziani trattando le lastre con vernici che creano abbellimento, arrotondamento dei contrasti, nitidezze con qualche effetto impressionista. Inoltre sviluppa una trattazione di taglio innovativo di temi popolari, con caratteristiche originali nelle riprese dal basso. O in primi piani di volti stagliati su sfondi da grandangolare. O con piani di ripresa multipli in cui i soggetti sono colti nell’immediatezza, cosa piuttosto rara in un’epoca che vedeva il padrone e l’operaio vestirsi allo stesso modo per posare con l’abito della festa in foto “ufficiali” che li avrebbero accompagnati dal matrimonio alla morte.

Filippi preferisce riprendere il lavoro dei popolani nella loro naturalezza, per strada o negli stabilimenti, senza mai imbalsamarli davanti all’obiettivo. O li fotografa nel proprio atelier o nella terrazza di casa, spingendoli ad assumere i gesti delle loro fatiche quotidiane in modo straordinariamente spontaneo. Tanto che, se non fosse testimoniato dai teloni della sala di posa, mai si direbbe che la lavandaia, l’acquaiola, la pescivendola, il giovane “garzone” col cesto sulle spalle, non siano stati ripresi a loro insaputa.

//Tomaso Filippi (1852-1948), “Modelli in posa, Pescivendola”, Venezia 1894-1897Tomaso Filippi (1852-1948), “Modelli in posa, Pescivendola”, Venezia 1894-1897Il talento di Filippi si esprime dunque in una fotografia diretta, realista, di grandi contenuti interpretativi. Nel 1902, quando crolla il campanile di San Marco, sconfina nel giornalismo realizzando una sorta di reportage molto forte. Forte come il suo racconto fotografico dei protagonisti delle grandi trasformazioni, in particolare di Venezia, di Chioggia, di Pellestrina. Forte come l’attenzione alla fase industriale, in particolare agli immigrati fuggiti nel 1917 da Venezia a Genova, ripresi impiegati in varie attività in uno straordinario affresco innovativo. In un singolare e sorprendente approccio verista attento a ogni classe sociale, mai prima così palesemente raffigurata, che Filippi sviluppa in parallelo con i pittori dell’epoca. Con loro instaura scambi culturali, stringe sodalizi. Trasfigura nei suoi scatti la sua documentazione e narrazione del “lavoro” così come avviene nei dipinti di Alessandro Milesi, Ettore Tito, Luigi Serena, Eugenio De Blaas, Luca Cima, Pietro Fragiacomo, Lina Rosso e altri ancora.

Senza dubbio una mostra imperdibile, colta, coinvolgente che - sottolinea il direttore del Museo Giuseppe Rallo - «ci pone innanzi tutto di fronte a due espressioni artistiche fortemente intrecciate ma anche ad oggetti d’esposizione. Ritrovamenti che ci fanno riflettere su quanto potenziale c’è ancora da scoprire nelle tante cose che abbiamo, che si conoscono non ancora appieno. Valori aggiunti là dove - indagandoli, studiandoli e rappresentandone lo studio - se ne trovino i nessi anche nel modo di metterli insieme. Nelle tante visioni che s’intrecciano nelle foto di Filippi - e non solo nelle relazioni con la pittura ma anche con quanto accadeva a Venezia, nel Veneto e fuori dal

Veneto - il rapporto con il lavoro, con gli aspetti sociali, con la vita delle persone che da fatto storico e sociologico diventa anche bellezza, ben si inserisce nel percorso sulla pittura dell’Ottocento che il Museo Nazionale di Villa Pisani ha intrapreso negli ultimi anni.»

 


Gavina Ciusa

17/10/2012

 

 

NOBILTA’ DEL LAVORO Arti e mestieri nella pittura veneta tra Ottocento e Novecento”

Arti e mestieri nell’obiettivo di Tomaso Filippi”

Museo Nazionale Villa Pisani, Stra (Venezia)

tel 049.502270 www.villapisani.beniculturali,it

 

Sino al 4 novembre 2012 dalle 9.00 alle 17.00. Chiuso il lunedì


Catalogo edito da Allemandi con scritti di Myriam Zerbi, Luisa Turchi, Doretta Davanzo Poli,  Sabina Vianello, Giuseppe Rallo, Daniele Resini.