I pinguini di Pao sparsi per Milano | Paolo Bordino, Pao, Gavina Ciusa, Museo PAC, Dario Fo, Franca Rame
I pinguini di Pao sparsi per Milano Stampa
Gavina Ciusa   

Curioso come la forma dei paracarri -“dissuasori” in calcestruzzo dalla sosta o dal transito dei veicoli in determinate zone di Milano - abbia suggerito il nome di “panettoni” alla gente comune, e abbia spinto un artista writter che si firma Pao, e si chiama Paolo Bordino, a farne poesia ricoprendoli con una bomboletta spray di un’espressiva sintassi del colore che li traduce in teneri, amabili pinguini.

//Pao, “Pinguini”, 2009 MilanoPao, “Pinguini”, 2009 Milano

Pao, sei nato nel 1977 a Milano dove vivi e lavori con nuove e personali caratteristiche. Quando hai cominciato a disegnare?

«Disegnavo ai tempi del Liceo Scientifico. Lo facevo per diletto e senza pensare che quel gesto potesse diventare qualcosa di più. Mi appassionavano la musica - i concerti punk e ska - ma non avevo talento da musicista e ho lavorato come tecnico del suono. In seguito ho abbandonato la facoltà di Sociologia, e ho trascorso un anno a Londra, dove mi sono mantenuto facendo anche il lavapiatti.»


E la Street Art?

«Nel 1999 è stata la fortuna a richiamarmi in Italia per adempiere il servizio civile e ad assegnarmi compiti d’ufficio nell’archivio di Franca Rame e di Dario Fo. Assolti gli obblighi di Leva, sono stati loro a farmi lavorare in teatro. Ho fatto il tecnico del suono, il macchinista, il costruttore di scenografie. Ho scoperto un mondo ricchissimo dove tutte le forme d’arte convergono. E proprio in quel periodo, nei primi anni 2000, ho iniziato a disegnare per strada. Sono stato sempre contrario agli imbrattamenti di palazzi e monumenti, e i paracarri mi erano sembrati ottimi supporti da dipingere con lo spray. Nella loro forma tridimensionale e tondeggiante avevo individuato una relazione con quella dei pinguini che ben presto hanno popolato la città suscitando curiosità e simpatia. Per me quasi un gioco che aveva consentito di raggiungere il mio obiettivo: finire sul Corriere della Sera nella rubrica “La foto del giorno”. Intanto, dal lavoro in teatro rubavo con gli occhi ogni cosa fosse utile apprendere. Prendevo spunti e sviluppavo un approccio operaio con l’arte»

 

In fondo gli artigiani sono operai, e gli artisti sono artigiani.

«Sì. Ma oggi l’artista al quale piace dipingere, che “tocca” la tela, molto spesso è giudicato negativamente. »

 

Dipende da cosa sa fare… Ogni artista può andare nella direzione che crede. In questo senso c’è molta libertà, l’essenziale è saperla usare. Nella tua formazione che cosa, intellettualmente, ha avuto un ruolo fondamentale?

«Di sicuro lavorare in teatro è stata un’opportunità unica. Vedere da vicino come si muovono i veri artisti, mi ha lasciato un forte desiderio di studiare e di imparare, e mi ha insegnato cosa significa e come ci si approccia all’arte.»

 

E non a una sola arte, ma a molte arti che si intrecciano in un contemporaneo collegato al passato e che intuisce il futuro. L’incontro tra parola e arte visiva consente infinite comparazioni. Il tuo percorso, pur molto vario, esprime uno stile personale che, comunque si manifesti, si distingue e si rende riconoscibile. Quanto è legato alla Compagnia Fo-Rame?

«Da loro ho appreso non solo tecniche ma ciò che difficilmente le scuole riescono a insegnare. Dalle loro personalità eccezionali, ai vertici della cultura mondiale - non dimentichiamo che Fo è anche Nobel della letteratura e autore vivente più rappresentato al mondo - ho ricevuto una grande lezione di umiltà. Mantenevano un approccio costante con lo studio e con il lavoro e, insieme, un contatto sereno e umano con chiunque li avvicinasse. Perché il talento esiste, ma da solo non sempre è sufficiente, ma a volte si può imparare anche senza averne molto. Sono la costanza, la perseveranza, l’impegno che possono portare a risultati veri e più alti. Io che non sono nessuno, che sono appena agli inizi, devo dire che aver conosciuto questi livelli d’arte e di umanità mi fanno tenere i piedi ben saldi per terra.»


Torniamo a parlare di multidisciplinarietà

«Nella Compagnia Fo–Rame, a base familiare, tutti facevano di tutto. Era un lavoro collettivo intenso che mi ha dato grande fiducia. Mi ha spinto ad assumere impegni che non credevo di essere in grado di sostenere. Il fatto di operare, seppure come tecnico, nel settore artistico, mi ha aiutato molto. Quanto ho imparato nella scenografia lo riutilizzo lavorando nello spazio urbano o sui quadri. È vero che tempi e tecniche della Street Art e della pittura in studio sono differenti, ma una non esclude l’altra. Anzi, si arricchiscono a vicenda e mi hanno portato a percorrere una strada che dal punto di vista tecnico ed espressivo ho percorso da solo, lontano da quella che è la narrazione teatrale. Mi sono emancipato.»

 

// Pao, “Il velo di Maya”, 2007, acrilico su legno Pao, “Il velo di Maya”, 2007, acrilico su legnoIn questo momento quali sono i tuoi progetti?

«Lavoro alla realizzazione di una serie di opere sviluppando nuove ricerche sulla spazialità di forme concave riprodotte anche su “Mondotondo” (Skira 2010 ndr).»

 

Che però appaiono convesse, come in “Wormhole” e nell’inquietante “Compleanno” del 2009?

«Sì. Attraversiamo un’epoca di cambiamento e vorrei andare oltre le concezioni geometriche più diffuse e lo spazio tridimensionale al quale siamo abituati. La matematica, e le scienze in generale, hanno sviluppato ricerche che vanno oltre la tridimensionalità. L’arte, che una volta era al passo e si corrispondeva con le scienze, mi pare se ne sia un po’ allontanata. Io cerco cose sconosciute e poco presenti in una ricerca che si affida a geometrie “diverse” e che mi consenta di esplorare piste poco battute. E allo stesso tempo intendo aprirmi su visioni interiori. Ho già in mente il titolo della mia futura mostra e a quale raccolta di poesie potrebbe riferirsi.»

 

La vera cultura fa riferimento alle arti e alle scienze tralasciando nozionismo e citazioni a effetto. Di sicuro un autodidatta fortemente motivato può essere molto più bravo di chi ha portato a termine malamente gli studi e se ne gloria incorniciando il suo attestato del nulla.

« Guarda dove siamo finiti! Dovevamo parlare di pinguini… »

 

Torniamo agli inermi pinguini che, appena nati, già riuscivano a fendere quelle sottili polveri inquinanti di Milano che gonfiano gli occhi e soffocano il respiro. Di certo non passava inosservata la loro colorata, indifesa, ingenua e perciò inquietante, espressività, concentrata in una tridimensionalità tutta tesa al rispetto dell’ambiente. Sono stati loro -e senza intermediazioni- a far arrivare a Pao richieste di lavoro (decori per stand fieristici, per serrande di negozi, per allestimenti). E non solo. Hanno fatto sì che la sua parte artistica prendesse il volo aprendogli le porte di Gallerie italiane ed estere. Persino di un Museo, il PAC di Milano, che l’ha accolto nella collettiva “Street Art Sweet Art” (2007).

Certo, pinguini difficilmente ripetibili, ma anche il passaggio di Pao alla bidimensionalità riserva delle sorprese. È interessante il grande acrilico dove rappresenta “Il velo di Maya” come una sottile e invisibile superfice d’acqua. Una sorta di trasparenza verticale che vince la forza di gravità e che un personaggio maschile ritratto in un bosco vuole varcare per conoscere il mistero che l’altrove lascia immaginare. E lo taglia, tale velo, non andando oltre il limite della tela alla maniera di Fontana, bensì vincendo la tensione della pelle dell’acqua, forandola con polpastrelli che fuoriescono dal dipinto riappropriandosi della loro tridimensionalità, della libertà d’esplorazione, di conoscenza, di giudizio.

//Pao, “Wormhole”, 2009, acrilico su vetroresina Pao, “Wormhole”, 2009, acrilico su vetroresina

 



 

Gavina Ciusa

01/02/2013