Manet, ritorno a Venezia | Édouard Manet, Tiziano, Berthe Morisot, Lorenzo Lotto, Francesco Guardi, Gavina Ciusa, Stéphane Guégan, Guy Cogeval, Gabriella Belli, Palazzo Ducale Venezia
Manet, ritorno a Venezia Stampa
Gavina Ciusa   

 

//Édouard Manet, Le fivre, 1866, olio su tela 160x97cm Parigi, Musée d’Orsay Édouard Manet, Le fivre, 1866, olio su tela 160x97cm Parigi, Musée d’Orsay Suona “Le fifre” (1866) il pifferaio di Édouard Manet (Parigi 1832 - 1883), incantatore a tal punto da spingere a identificarlo con il suo stesso autore che dalla tela continua a trasmettere straordinaria energia. E accoglie gli ospiti con la musica incantatrice che trasuda dalla luminosità dello sfondo monocromo della tela, dai colori decisi degli abiti - il nero della giubba, il bianco della camicia, il rosso dei calzoni - soprattutto dallo sguardo misterioso rivolto al variegato pubblico della 55^ Biennale d’Arte che non può non rispondere a due irripetibili occasioni. Visitare l’esposizione “Manet Ritorno a Venezia”, accolta negli Appartamenti del Doge, a Palazzo Ducale, in una delle dimore più belle al mondo; e ammirare da vicino le opere del pittore francese giunte in laguna dai più famosi Musei internazionali.

 

“J’ai fait ce qui j’ai vu” diceva Manet fin da quando, giovanissimo, si era lasciato trascinare dalla passione per l’arte italiana, testimoniata dai suoi viaggi a Venezia, Firenze, Roma. E oggi la passione per Venezia e quei viaggi compiuti in laguna, costituiscono il pretesto per un’operazione di valenza scientifica e culturale curata da Stéphane Guégan, e voluta dai commissari Guy Cogeval, presidente dei Musei d’Orsay e dell’Orangerie di Parigi, e Gabriella Belli, direttore della Fondazione Musei Civici di Venezia

Lo dimostrano ottanta opere tra dipinti, disegni e documenti, esposte in nove sezioni tese a scandire generi ed evoluzione del linguaggio di Manet con inedite letture ad andamento tematico. A instaurare un dialogo con i dipinti del Rinascimento veneto che lo coinvolsero e condizionarono in modo assoluto, in un percorso critico lontano da quello che vide nell’arte ispanica di Velàzquez e di Goya la principale fonte della modernità di Manet, e che rivaluta il significativo rapporto dell’artista francese con l’arte italiana.

Così le due scene carnevalesche de “Il Ridotto di Palazzo Dandolo a San Moisé” di Francesco Guardi e de “Bal masqué a l’Opèra” di Manet mostrano come l’attenzione del francese sia attratta, anche nei ritratti corali, dall’indagine di ogni ambiguo e possibile gioco delle identità. Il confronto tra le “Due dame veneziane” (1495) di Carpaccio e “Le Balcon” (1869) di Manet vuol vedere come la memoria italiana sia presente nella straordinaria composizione teatrale che per bere la luce della Parigi moderna, fa emergere dal buio della stanza - dove il cameriere si aggira silenzioso e quasi invisibile - il pittore paesaggista Guillemet che fuma impettito. La violinista Fanny Claus, il capo coperto da un delizioso cappellino-bouquet, che aggiusta i guanti che proteggono le sue mani. Diverse da quelle della pittrice Berthe Morisot, poggiate quasi inerti su un ventaglio chiuso, l’attenzione puntata sul viso fortemente espressivo, e sugli intensi e stupendi occhi che vincono l’eleganza pittorica persino della sua veste bianca.


//Édouard Manet, Olympia, 1863, olio su tela, 130x190cm Parigi, Musée d’OrsayÉdouard Manet, Olympia, 1863, olio su tela, 130x190cm Parigi, Musée d’Orsay

 

Anche i bellissimi “Ritratto di giovane gentiluomo nello studio” (1530 circa) di Lorenzo Lotto e “Portrait d’Èmile Zola” (1868) di Manet, entrambi di grande intensità, con evocazioni e rimandi osservano il secondo seduto davanti alla scrivania, in uno studio ricco di raffinati particolari che indulgono sul gusto e le curiosità culturali del modello e del pittore che supera la tradizione conservandone memoria. Mentre i dipinti religiosi, seppure più legati alla Spagna, risentono di El Greco e Velasquez quanto di Tiziano e Andrea del Sarto. E così via in altre importanti opere, da’“Autoportrait” (da Tintoretto) del 1854, al “Déjeuner sur l’herbe” (1863) in una versione eseguita per un amico, successiva e più piccola dell’originale, sino alle voci internazionali che si leggono nelle belle nature morte. Dipinti tesi a far rivivere le note culturali del Rinascimento veneto e a mostrare la personalità di un artista seguito dagli impressionisti, ma da loro lontano per stile e composizione. Per i suoi modi pittorici innovativi allora poco comprensibili, proiettati nei tempi a venire, in spregiudicata e assoluta libertà lontana da ripetizioni accademiche.


//Tiziano, Venere di Urbino, 1538, olio su tela,119x165cm Firenze, Galleria degli UffiziTiziano, Venere di Urbino, 1538, olio su tela,119x165cm Firenze, Galleria degli Uffizi

 

Nel momento centrale della rassegna, con il superbo accostamento della “Venere di Urbino” (1538) del Tiziano all’“Olympia” (1863) di Manet, è il coinvolgente incanto delle due straordinarie figure femminili di grande luminosità a raccontare il loro tempo porgendo spunti al futuro. E sempre più emerge la capacità di Manet di saperli cogliere infondendo straordinaria attualità a tutto quanto rappresenta. Pare quasi di avvertire il suo sguardo sull’incarnato luminoso della “Venere” rinascimentale che stringe dei fiori in una mano e poggia l’altra, ugualmente allusiva, sul sesso. E mentre ai piedi del letto dorme un cagnolino simbolo di fedeltà, sullo sfondo attira l’attenzione il momento di ordinaria quotidianità della servetta inginocchiata davanti a un baule, alla ricerca di quanto le viene ordinato dalla serva più anziana.

Manet era rimato affascinato da questa “Venere” durante un soggiorno a Firenze. Ne aveva eseguito una delle sue irripetibili copie e, per sei anni, continuò a riportarla su vari schizzi esposti anche in mostra. Studi lunghi e meditati dai quali nascerà la moderna “Olympia” (1863). Gli occhi che affrontano chi guarda senza indulgere in ammiccamenti. Il pallore eburneo che contrasta deciso con il pelo irto e nero del gatto che ai suoi piedi inarca la schiena, e con la pelle nera della domestica africana che, di chiaro, ha solo le vesti e il grande bouquet di fiori mostrato alla padrona spiandone le reazioni. Ma “Olympia” pensa ad altro. Tiene la mano sinistra aperta sulla coscia destra, sì da celare il pube a chi osserva. Un gesto di elegante sicurezza perché Olympia interpreta - ma non è - una “femme de plaisir”. Piuttosto è una donna seducente che dispone del suo tempo e posa nuda per professione. È Victorine Meurent, la modella preferita di Manet. Sola Venere insuperata tra i marasmi artistici dei nostri giorni.

 


 
  Gavina Ciusa

15/06/2013

 

 

Manet ritorno a Venezia

fino al 18 agosto, Palazzo Ducale, San Marco, 1 Venezia

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