Attori, migranti | Federica Araco, Astragali Teatro, Fabio Tolledi, H.O.S.T., Irene Lazaro, Carla Lama, Francis Leonesi, Laura Lutard, Antonio Palombo, Camille Thomas, Hamado Jean Baptiste Tiemtore
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Federica Araco   

//Lecce, Teatro Astragali, 5 maggio 2013. Carla Lama è Europa.Lecce, Teatro Astragali, 5 maggio 2013. Carla Lama è Europa.

 

Lo spettacolo Metamorfosi presentato da Astragali a Lecce il 5 maggio scorso concludeva una residenza artistica con attrici e attori provenienti da Germania, Lettonia, Turchia, Bulgaria, Francia, Grecia, Albania, Spagna, Inghilterra, Ucraina, Burkina Faso e Italia.

Alcuni di loro avevano partecipato anche ai workshop in Francia e a Cipro e alle residenze di Zante e Cadice organizzate dalla compagnia salentina tra il settembre 2012 e il marzo 2013 nell’ambito del progetto H.O.S.T.

“In questi mesi con la mia compagnia ho incontrato più di sessanta attori”, racconta il regista Fabio Tolledi. “Alcuni professionisti, altri giovani esordienti che hanno costruito un percorso partendo dalla domanda ‘qual è la nostra tradizione culturale?’. Si tratta di un interrogativo molto contraddittorio che produce risposte interessanti. Chiedere quale sia la loro tradizione culturale e teatrale ad attori provenienti dalla Turchia, per esempio, pone immediatamente una profonda contraddizione interna che impone di fare i conti con una tensione cosmopolita che nega se stessa per un’identità nazionale monolitica e assolutamente improbabile. Ma la questione è più trasversale e riguarda tutti, anche noi qui nel Salento”.

Irene è di Cordova, ha conosciuto il lavoro di Astragali a Cadice e ha voluto approfondire l’esperienza a Lecce. “In questa ricerca teatrale riesco a recuperare tutto ciò che nel quotidiano tendo a disperdere e che invece mi aiuta a riconnettermi con me stessa”, racconta. Lunghi capelli, ondulati e nerissimi, incorniciano due grandi occhi scuri, pieni di luce e curiosità. “Il lavoro con il mito, la storia dell’epos, conoscere persone di altri Paesi sono elementi di un processo che mi arricchisce molto perché ciò che mi interessa maggiormente è crescere non solo a livello professionale o intellettuale, ma soprattutto a livello umano, attraverso il contatto con persone che vivono in modo diverso dal mio. A Cadice ho lavorato sul mito di Dafne ed è stata un’esperienza più intima e personale sulle mie radici perché nel migrare è importante ricordare chi sei veramente. A Lecce ho scelto la figura di Aracne che per me ha una forte rilevanza rispetto al tema della ribellione. Aracne è la prima donna che si ribella e che attira l’attenzione di un dio non per la sua bellezza ma per il suo lavoro creativo così pregiato da sfidare Pàllade. Per me rappresenta la politica del movimento spagnolo del 15 maggio: un momento di rivoluzione, creatività, una possibilità concreta di cambiare la realtà sovvertendo l’ordine delle cose”.

Nella ricerca teatrale di Astràgali, erede degli insegnamenti di Grotowsky, il processo conoscitivo-creativo del singolo è più importante dello spettacolo in sé e il corpo dell'attore è il luogo dove accade l'esperienza che si intende esprimere e condividere.

Il metodo di lavoro prevede un intenso training quotidiano che integra tecniche appartenenti a tradizioni diverse, come il tai chi e il qi gong, con una ricerca approfondita sull’uso del respiro e della voce.

 

//Lecce, Teatro Astragali, 5 maggio 2013. Camille Thomas è Aracne.Lecce, Teatro Astragali, 5 maggio 2013. Camille Thomas è Aracne.

 

Camille ha 24 anni e ha cominciato la sua esperienza nel mondo del teatro partecipando alla residenza organizzata da Astragali a Lecce nell’agosto 2008 in occasione dello spettacolo “Noi, emigranti”. Poi ha continuato a studiare a Parigi, sua città natale. Non è facile per lei parlare di questa esperienza, che è stata molto fisica e ha coinvolto emozioni, ricordi e sensazioni intensi e profondi. “All’inizio ho cominciato a lavorare su questi miti che mi sembravano lontani, estranei”, spiega, “ma poi ho compreso che parlano dell’amore, della morte, del desiderio e di tutto ciò che fa parte della nostra vita. In Metamorfosi per me il messaggio fondamentale è che la vita continua sempre, in un modo o nell’altro. Per questo ho scelto di lavorare su Aracne, colei che preferisce morire piuttosto che riconoscere la superiorità di una dea e si trasforma in ragno ma continua a dedicarsi alla sua arte sconfiggendo in un certo senso la morte stessa”.

Laura è francese, ha 24 anni, e anche lei ha conosciuto il teatro attraverso l’esperienza fatta con Astragali nel 2008. “La ricerca sul corpo e sulla voce sono essenziali per me perché al di là delle differenze culturali non è più il cervello che parla ma è il corpo e questo cambia tutto”, racconta. “Inoltre, tutta l’iconografia sul mito che abbiamo passa prima di tutto per l’immagine e quindi per il corpo. E anche se la gente non conosce affatto la storia, lavorando con il corpo riusciamo a esprimere delle emozioni in modo molto intenso e profondo e a condividerle”. Laura ha portato in scena il mito di Niobe, moglie del re di Tebe, madre di dodici figli che offende Latona e per questo è punita vedendo sterminare la sua prole da Apollo e Diana. Per il dolore, Niobe si trasforma in roccia ed è trasportata in Frigia. “Ho scelto questo mito perché trovo sia molto importante guarire le ferite attraverso la creazione teatrale. Nella mia azione ho scelto però di non rappresentare Niobe ma Diana, colei che le uccide i bambini, e questo mi ha permesso di non metter in scena il mio dolore ma di rappresentare chi lo ha provocato e così relativizzarlo facendo uscire tutte queste emozioni negative vivendole, attraverso il mito, a un livello più universale”.

Il lavoro su Metamorfosi ha avuto una dimensione iniziale più individuale, con letture e ricerche iconografiche che potessero ispirare e stimolare la rappresentazione del mito scelto da ognuno. In un secondo momento, ciascuno ha lasciato emergere i ricordi evocati dalle immagini e dalla storia del proprio personaggio.

“Ho lavorato molto su mio padre, che ho perso da giovanissimo, e su uno dei ricordi più belli che ho di lui, quando da piccolino mi ha insegnato a fischiare”, racconta Francis. “Non è un caso che il mio Atteone entri in scena fischiettando”, aggiunge. “La parte in cui si trasforma in cervo e sente crescere le corna sulla sua testa è stata ispirata da una tela del XX secolo dai toni molto delicati. Atteone si trasforma e muore ed è in qualche modo una vittima perché viene punito dopo aver sorpreso per caso Diana e le sue ninfe mentre si fanno il bagno.

C’è anche un aspetto incestuoso, perché Diana è la sorella di suo nonno e dunque c’è come la trasgressione di un tabù. Lavorare con le figure della danza del cervo del qi gong mi ha aiutato ad acquisire una gestualità più precisa. Appoggiarsi su cose fisiche per tradurre esperienze psicologiche permette di creare immagini che puoi restituire al pubblico in modo più completo e totale”.

 

//Lecce, Teatro Astragali, 5 maggio 2013. Francis Leonesi è Atteone.Lecce, Teatro Astragali, 5 maggio 2013. Francis Leonesi è Atteone.


La riflessione artistica proposta da Astragali in questo lavoro coglie nel principio di eterno movimento e trasformazione dell’epos di Ovidio una chiave di lettura per interpretare il fenomeno delle migrazioni che portano l’individuo a diventare altro, in un luogo altro, perdendo i propri riferimenti abituali.

“Ad Astragali siamo abbastanza abituati a unire questioni sociologiche con aspetti artistici”, spiega Antonio, che da anni lavora stabilmente con la compagnia. “Avere a disposizione un materiale come Metamorfosi è stato molto interessante perché si tratta di un serbatoio immenso, che ha avuto un impatto molto forte sull’immaginario collettivo. Ciononostante, i temi che emergevano dalla sua lettura erano per noi raggiungibili, vicini, anche grazie al recupero di piccoli ricordi personali che in questo lavoro sono rimasti come tracce invisibili e segrete che ciascuno seguiva ma che dall’esterno si intuivano appena. E via via il processo si trasformava sotto i nostri occhi, assumendo forme inaspettate…”

“L’epicentro della mia vita è la trasformazione, la mobilità”, racconta Carla. “Ho sempre cercato una dimensione che non fosse mai certa, ho toccato anche dei punti di normalità nel mio quotidiano, ma sempre con una spinta a cercare qualcos’altro”. Ex infermiera, Carla ha lasciato un lavoro sicuro con contratto a tempo indeterminato per partire verso l’ignoto e intraprendere il percorso di ricerca teatrale. “Mi piace stare in una dimensione di liminalità, di assenza di certezza, per questo ho scelto di lavorare sul mito di Europa, che parte senza sapere dove sta andando. È una figura ambigua e il suo stato d’animo quando lascia la sua terra è un misto di paura e preoccupazione, ma ha anche tutte le qualità per poter esplorare un territorio sconosciuto”.

Hamado è un attore e ricercatore impegnato nell’ambito della sperimentazione teatrale da quasi dieci anni tra Burkina Faso, Francia, Belgio e Italia.

“Credo di poter parlare del tema della migrazione, essendo io un africano, un burkinabé, in Europa. Migrare ti spinge a confrontarti con la questione dell’identità e con la consapevolezza di come tendiamo a trasformare noi stessi e le nostre vite in funzione dell’ambiente esterno. Quando sono arrivato a Parigi il cambiamento è stato molto forte. Una delle prime cose che tu scopri quando arrivi in Europa e che sei nero, e che si vede, e questo cambia il tuo rapporto con le persone. E non è facile, anche se la società francese è più abituata all’immigrazione, ma non per questo più tollerante. L’esperienza migratoria ti fa andare verso gli altri con una visione aperta e fiduciosa ma il confronto è spesso problematico e finisci per non fidarti più. Anche lo stile di vita cambia radicalmente, per esempio da un punto di vista alimentare, e questo non è un aspetto secondario”.

 

//Lecce, Teatro Astragali, 5 maggio 2013. Hamado Jean Baptiste Tiemtore è Tiresia.Lecce, Teatro Astragali, 5 maggio 2013. Hamado Jean Baptiste Tiemtore è Tiresia.

 

Hamado ha cominciato a lavorare su Metamorfosi in occasione della residenza di Lecce, città dove vive attualmente. “Per me è stato interessante poter lavorare con il corpo perché la parola cambia di significato in ogni posto mentre l’esperienza fisica permette di esprimere sentimenti ed emozioni universalmente condivisi. Ho scelto di lavorare sul mito di Tiresia, l’indovino che si trasforma in donna per sette anni e poi perde la vista, perché per me rappresenta il simbolo della democrazia e della libertà della stampa. Tiresia diventa cieco per aver detto ciò che pensa e che ha vissuto sulla propria pelle rispondendo a una domanda di Giunone. "Lavorare su di lui è per me è stato un modo per riflettere sulla democrazia e sulla giustizia perché dimostra che siamo sempre puniti per ciò che diciamo se non piace a chi è sopra di noi e ha il potere di colpirci”. “Nel trasformarmi in donna volevo sperimentare una metamorfosi ma anche un’apertura”, continua Hamado. “Per un uomo diventare una donna richiede un percorso a tappe molto lungo. C’è in genere una caricatura machista delle donne che è un’icona che la società spesso utilizza per schiacciarle. Io ho provato a superarla ispirandomi ad alcune qualità di mia madre che per me è stata una figura di riferimento. Rimasta vedova quando ero piccolo, è sempre stata una donna molto forte ma non ha mai perso la sua femminilità. Il mio Tiresia-donna deve molto a lei, in particolare alla sua saggezza, eleganza, bellezza e leggerezza”.

 



Federica Araco

4/07/2013

(Foto di Federica Araco)