Solo per farti sapere che sono viva | Solo per farti sapere che sono viva, Emanuela Zuccalà, Simona Ghizzoni, saharawi, Sahara Occidentale, Fronte Polisario, re Hassan II, missione Minurso, Laayoune, Tindouf, Federica Araco, Walls-separate worlds.
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Federica Araco   

Solo per farti sapere che sono viva | Solo per farti sapere che sono viva, Emanuela Zuccalà, Simona Ghizzoni, saharawi, Sahara Occidentale, Fronte Polisario, re Hassan II, missione Minurso, Laayoune, Tindouf, Federica Araco, Walls-separate worlds.“Solo per farti sapere che sono viva” scrivevano le donne saharawi ai loro mariti profughi in Algeria. Con queste poche parole, appuntate su pezzetti di giornale o su qualche cartolina sbiadita, li informavano di essere sopravvissute alle torture, alla prigionia, alla guerra. E di essere ancora lì, ad aspettare il loro ritorno.

Emanuela Zuccalà, giornalista e regista, e Simona Ghizzoni, fotografa, hanno scelto questa frase come titolo del loro documentario realizzato in crowdfunding insieme a un’équipe tutta al femminile.

Le voci narranti sono quelle delle donne incarcerate dall’esercito marocchino perché colpevoli di esser mogli o parenti dei combattenti del Fronte Polisario, il movimento di liberazione del Sahara Occidentale.

Molte furono prelevate dalle loro case nel cuore della notte e trattenute in condizioni disumane per anni. “Una di noi avrebbe partorito dopo 20 giorni, altre tre erano incinte di pochi mesi e una sposa non aveva ancora trascorso la prima notte di nozze con il marito”, ricorda una sopravvissuta, tra le lacrime.

Segregate in luoghi angusti e malsani, senza poter comunicare con l’esterno, costrette a cibarsi di poltiglie piene di insetti, vittime di torture fisiche e psicologiche di ogni tipo, queste donne hanno vissuto “cose che non si possono raccontare”. Le loro testimonianze, lucide e composte, si alternano a fotografie, filmati dell’epoca, pagine di vecchi diari e restituiscono una narrazione corale di grande dignità e delicatezza.

Solo per farti sapere che sono viva | Solo per farti sapere che sono viva, Emanuela Zuccalà, Simona Ghizzoni, saharawi, Sahara Occidentale, Fronte Polisario, re Hassan II, missione Minurso, Laayoune, Tindouf, Federica Araco, Walls-separate worlds.Degja passa 11 anni della sua giovinezza bendata, trasportata da una prigione all’altra, e ora, finalmente libera, soffre per non aver mai provato la gioia della maternità. Leila attende di poter seppellire il corpo del fratello, perché il governo marocchino nega l’autopsia. Elghalia ha perso i suoi lunghi capelli dopo le torture subite tra le mura di un vecchio porcile di epoca spagnola pieno di pulci. Soukaina, strappata alla sua famiglia nel cuore della notte, ricorda ancora il tragico distacco dalla figlia di pochi mesi: “Con dolore portavo via con me il suo latte, mentre lei era affamata”. Tornata in libertà, scoprirà che la piccola è morta di stenti poco dopo la sua scomparsa. Hadija investe nella cultura, sperando che possa allietare almeno un poco il tempo immobile dei rifugiati in Algeria (oltre 200mila secondo stime non ufficiali) e Nana, poetessa, raccoglie i manoscritti del suo popolo disperso per il mondo.

“Condividendo il loro tempo lento, il sacro rito del tè, la mancanza d’acqua e la scarsità di cibo nei campi profughi, l’ossessivo controllo marocchino in Sahara Occidentale, abbiamo realizzato che queste vicende possono farsi simboli di temi più universali”, scrive Zuccalà. “L’impatto della guerra sulla vita e l’anima dei singoli; l’alienante condizione dei profughi in ogni parte del mondo; l’esistenza, ancora oggi, di muri che segnano confini artificiali e crudeli; la violenza contro le donne come arma affilata di strategie distruttive, com’è accaduto anche nell’est della Repubblica Democratica del Congo, in Darfur, in Libia”.

//Foto di Simona Ghizzoni.Foto di Simona Ghizzoni.

Per rispondere agli attacchi del Fronte Polisario, l’esercito marocchino, più numeroso e meglio equipaggiato, alla fine degli anni Ottanta costruì una barriera di sassi e sabbia circondata da campi minati che taglia in due il territorio conteso, da nord a sud. 2700 chilometri intervallati da postazioni militarizzate di controllo e valichi che permettono il passaggio dei caschi blu ma impediscono ai guerriglieri di avvicinarsi. Il cessate-il-fuoco del 1991 ha inaugurato una lunga stagione di stallo, nell’eterna attesa del referendum per l’indipendenza annunciato dall’ONU, a cui il Marocco si oppone con forza.

“La questione saharawi pone anche non pochi interrogativi sul ruolo dell’ONU, presente in Sahara Occidentale dal 1991 con la missione Minurso che noi contribuiamo a finanziare senza però comprendere quale sia la sua reale utilità nella risoluzione del conflitto” continua la regista. Che aggiunge: “Guardando i berretti blu della Minurso nella città di Laayoune e nel deserto di Tifariti, annoiati dai giri di ricognizione per controllare che saharawi e marocchini non riprendano le armi, viene solo in mente l’angoscia del tempo immobile del Deserto dei Tartari di Buzzati”.

 


 

Federica Araco

11/03/2014