Essere donne. Gli anni ’60 delle lavoratrici italiane | Cecilia Mangini, Essere donne, Pier Paolo Pasolini, Pratolini, fabbrica, operaie, lavoro, precariato, Felice Chilanti, Lino Del Fra, I racconti del lavoro invisibile
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Federica Araco   

Essere donne. Gli anni ’60 delle lavoratrici italiane | Cecilia Mangini, Essere donne, Pier Paolo Pasolini, Pratolini, fabbrica, operaie, lavoro, precariato, Felice Chilanti, Lino Del Fra, I racconti del lavoro invisibileSeppur con le spalle ricurve e un viso segnato da una vita di intense emozioni, Cecilia Mangini ha ancora l’energia e la freschezza di una ragazza. Incorniciati da una nuvola di riccioli bianchissimi, i suoi grandi occhi si spostano curiosi a perlustrare ogni angolo della stanza, incrociando lo sguardo del pubblico, tra saluti e sorrisi.

Decana del documentario, definizione che non ama affatto – e ci tiene a precisarlo – questa donna minuta alla soglia dei novanta è stata la prima italiana a dedicarsi a due ambiti che negli anni Cinquanta erano appannaggio esclusivamente maschile: il cinema del reale e la fotografia.

“Di documentaristi bravi, all’epoca, ce ne erano moltissimi”, racconta. “E personalmente ritengo che parlare di un cinema fatto da uomini o da donne sia improprio. Entrambi sono esseri umani e come tali possono fare tutto”. Ma imbracciare per prima una telecamera per raccontare il mondo esterno con uno sguardo sempre lucido e acuto è stato un gesto straordinariamente coraggioso. “Ho cominciato come fotografa”, ricorda. “Scattavo per le strade mentre tutti mi dicevano che quello non era un mestiere per signorine. Ma io ero così determinata da non voler subire queste discriminazioni. Fumavo addirittura in pubblico, quando a farlo allora erano solamente ‘quelle altre’”.

Nel cinema, dopo un esordio da critico, ha presto cominciato a sperimentarsi come collaboratrice, sceneggiatrice e regista, lavorando spesso con Pier Paolo Pasolini e con il marito, Lino Del Fra.

Il suo costante impegno sociale, civile e politico l’ha portata a indagare temi forti negli anni intensi e complessi della trasformazione postbellica: dalle condizioni delle periferie (Ignoti alla città, 1958, Firenze di Pratolini, 1956) alla situazione del Mezzogiorno italiano (Stendalì, suonano ancora, 1960), dalla sessualità e al diritto all’aborto (Comizi d’amore’80, 1980) fino al fascismo e all’antifascismo (All’armi, siam fascisti, 1962, Stalin, 1963, Domani vincerò, 1969).

Nel mediometraggio Essere donne. Gli anni ’60 delle lavoratrici italiane (1965), proiettato alla Casa Internazionale delle Donne nell’ambito del progetto I racconti del lavoro invisibile, Cecilia Mangini entra nelle grandi fabbriche del boom economico provando a cogliere le profonde conseguenze sociali e culturali dell’ingresso femminile nel sistema produttivo.

Essere donne. Gli anni ’60 delle lavoratrici italiane | Cecilia Mangini, Essere donne, Pier Paolo Pasolini, Pratolini, fabbrica, operaie, lavoro, precariato, Felice Chilanti, Lino Del Fra, I racconti del lavoro invisibileConservato dall’Archivio del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD), prodotto da Unitelefilm, il documentario è commentato dall’autorevole voce di Felice Chilanti, “giornalista avvertito e intelligentissimo”.

“A fare i registi ci sono le cose del cuore, le cose dell’anima e poi le cose che realizzi semplicemente perché si tratta del tuo lavoro”, confida l’autrice. “A Essere donne io sono particolarmente legata, soprattutto per i lunghi mesi di preparazione che mi hanno fatto vivere a stretto contatto con le protagoniste dei miei racconti. Devo dire che hanno avuto tutte una parte importantissima nel progetto, anche a livello di co-regia”.

Le immagini scorrono veloci sullo schermo. Sono volti femminili del mondo dell’alta moda e dello spettacolo. Visi curatissimi, perfettamente truccati, giovani, vincenti, sorridenti impreziositi da accessori e abiti eleganti. Ma chi rappresentano? Non certo i 6 milioni di donne che in Italia lavorano alla produzione e nemmeno le numerosissime casalinghe, sempre indaffarate nelle loro faticose faccende domestiche. Men che meno, le operaie che per appena 800 lire al giorno restano chinate per ore alla catena di montaggio, in un pastificio pugliese o in una fabbrica di Milano dove si fanno 1000 saldature all’ora.

Sono gli anni dell’accelerazione economica in cui tutto sembra possibile e al nord le grandi industrie sono una fucina di posti di lavoro. Ogni giorno, migliaia di donne si accalcano davanti agli enormi cancelli della Montecatini, della Fiat, della Pirelli in cambio di una “paga ingiusta”, indispensabile però per arrivare alla fine del mese.

I ritmi sono massacranti, imposti dallo sguardo severo del tempista di reparto, e la stanchezza accumulata in fabbrica si somma ai numerosi impegni domestici, alla cura dei figli e della casa. Non c’è mai tempo per riposare. Alcune vedono i propri bambini solo quando dormono, di notte o la mattina presto, prima di andare a lavoro.

I pochissimi nidi comunali esistenti hanno orari inadatti alle esigenze delle operaie e le madri che non hanno la possibilità di farsi aiutare da altri famigliari sono costrette a scegliere tra costosi istituti privati, gestiti da suore, e la rinuncia del proprio lavoro.

Ma c’è anche chi prova a conciliare le due cose. Una donna trascorre le sue giornate in casa, realizzando a cottimo reggiseni e interrompendo la produzione per pulire, stirare, cucinare, gestire i figli. Cuce 10 ore al giorno per poco più di 1800 lire.

Lo sviluppo industriale del sud è lento e insufficiente e a questa cronica arretratezza si aggiunge una struttura sociale e culturale fortemente legata al patriarcato. La condizione della donna qui è ancor più difficile e molte ragazze scelgono di emigrare in Svizzera o in Germania per poter contribuire alle spese della famiglia. Chi resta, si dedica ai pesanti lavori agricoli, come la stagionale raccolta delle foglie di tabacco. Le tecniche usate nei campi sono in genere arcaiche e faticose. E i soldi a casa non bastano mai.

Nell’Italia degli anni Sessanta, in ogni settore della produzione ci sono donne. Eppure questa presenza per la società resta anonima, mascherata e distorta da polverosi luoghi comuni e pregiudizi secolari che ne offuscano il valore, troppo spesso non compreso né apprezzato.

“L’argomento mi toccava molto da vicino, essendo io stessa una donna lavoratrice, pur non facendo nulla di manuale”, racconta la regista. “La catena di montaggio in fabbrica era per tutti un grande mistero. Ne aveva parlato addirittura Gramsci, ma nessuno sapeva esattamente come funzionasse, eccetto chi ci lavorava. Prima di Essere donna non era stato mai girato nulla in proposito nell’ambito del cinema documentario. Anche il tema degli asili, completamente inadeguati alle esigenze delle lavoratrici, era per me di centrale importanza: ritenevo fosse urgente portarlo al centro del dibattito. Ma la cosa che più mi ha colpito è quanto queste donne avessero il senso della dignità del lavoro che svolgevano, e come questo fosse sentito da tutte come un qualcosa di estremamente prezioso, essendo una conquista ancora recente, all’epoca. Fino a pochi anni prima, infatti, solo a pochissime era concesso di lavorare, e solo come ostetriche, infermiere o maestre. Dall’inizio degli anni Sessanta alcuni mestieri tipicamente maschili cominciarono a essere praticati anche da noi”.

Essere donne. Gli anni ’60 delle lavoratrici italiane | Cecilia Mangini, Essere donne, Pier Paolo Pasolini, Pratolini, fabbrica, operaie, lavoro, precariato, Felice Chilanti, Lino Del Fra, I racconti del lavoro invisibile

Ormai, siamo abituati a trovare professioniste di successo nelle attività più disparate e non stupisce affatto incontrare eccellenze femminili nel settore scientifico, sanitario, accademico o politico.

“Oggi il Paese è affaticato e le risorse famigliari sono molto ridotte per sbarcare il lunario. Se in passato il salario delle donne consentiva di far quadrare i conti, oggi è molto raro che entrambi i partner di una coppia abbiano accesso a un lavoro dignitoso e adeguatamente remunerato. Molte professioni, inoltre, sono espropriate e portate all’estero in un mercato sempre più competitivo, globalizzato e schiacciante. Questa mi sembra, in generale, una grave forma di regressione, più che di emancipazione…”

Cecilia Mangini parla di un inarrestabile processo di squalificazione del lavoro, fenomeno che, secondo lei, riguarda sia i livelli più bassi che gli ambiti dirigenziali. “Chi lavora come operaio, per esempio, anche se è stato assunto a tempo indeterminato, spesso deve accettare una paga sempre più inadeguata e insufficiente al costo della vita. Le donne, d’altro canto, puntano con determinazione e durezza agli incarichi manageriali, ma per poter occupare e mantenere questi posti di potere sono costrette a diventare ancora più rigide e autoritarie degli uomini”.

 


 

Federica Araco

2/03/2015

 

L’incontro è avvenuto alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, in occasione del secondo dei quattro incontri dedicati a “Parole e immagini” nell’ambito del progetto I racconti del lavoro invisibile (http://www.iraccontidellavoroinvisibile.it).