Laura Halilovic, “Io rom romantica” | Laura Halilovic, Woody Allen, Davide Tosco, Nicola Rondolino, ROM, cultura gipsy
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Stefanella Campana   

//Laura HalilovicLaura HalilovicA quelli che pensavano che non sarei mai riuscita…”, scrive ironica e orgogliosa Laura Halilovic su facebook, invitando a vedere il suo film autobiografico, “Io rom romantica”, prodotto da Wildside con Rai Cinema, presentato nell’estate scorsa al Giffoni Festival . Non manca certo la tenacia a questa giovane regista dal viso volitivo, lunghi capelli e fisico esile, che ha saputo superare ostacoli e pregiudizi, nata a Torino in un campo nomadi da una famiglia originaria della Bosnia Erzegovina. Oggi vive con il piccolo figlio in una casa popolare della Falchera, insieme alla famiglia, dopo la separazione dal marito, “dove mi trovo benissimo . All’inizio mi sentivo spaesata, nel campo ero più libera, noi bambini sempre in giro, solo il cielo a farci da confine. Ma ricordo anche il filo e la rete che delimitavano il campo. Eravamo come animali in gabbia. Siamo stati fortunati. Non abbiamo subito uno sgombero e abbiamo deciso di andare a vivere in un appartamento perché ci è stata data la possibilità di scegliere”. Gli sgomberi la fanno arrabbiare: “Tutti si lamentano che i rom non riescono a socializzare con le persone: come fanno se li mandano via da un luogo all’altro, se li fanno sentire esclusi, diversi, non accettati?”

Laura Halilovic, “Io rom romantica” | Laura Halilovic, Woody Allen, Davide Tosco, Nicola Rondolino, ROM, cultura gipsyDivisa e arricchita da due culture, quella gipsy e quella italiana, fedele ai jeans, “quelle gonne lunghe non mi sono mai piaciute”, insofferente ai luoghi comuni che dividono i rom dai gagé (i non rom), e anche ai pregiudizi della sua gente che la tratta da gagé perché non vuole seguire la tradizione: “Da noi le donne non lavorano, si sposano presto e fanno figli”. In “Io rom romantica” racconta la sua storia. Un’infanzia non facile, le difficoltà con il mondo dei gagé, la felicità per il primo giorno di scuola che diventa dolore, ricordando il commento di un compagno “ci mancava anche la zingarella”. Laura ricorda le parole della nonna esperta di erbe che non vuole andare via dal campo sgomberato: “Un giorno metti la pentola a bollire sul fuoco, e sei in un posto. Quando l’acqua bolle sei in un altro; quando la pasta cuoce in un altro e la mangi chissà dove”.  Confessa: “E’ difficile spiegare la nostra cultura, bisogna viverla”. Non nasconde le sue critiche: “Sposarsi a 15 anni è una tradizione stupida o il divieto per la zia, che ha partorito da meno di 40 giorni, di entrare in casa nostra. E per la mia gente il cinema è pornografia. Da noi se lavori fuori, qualunque mestiere fai, e non sei sposata, vieni considerata una prostituta, per quanto lentamente qualcosa stia cambiando”. Ora, dice, si trova in bilico tra due culture, “ho un piede fuori e uno dentro e non so in quale scarpa metterli”. Ma quando a nove anni ha visto in tv il film di Woody Allen, Manhattan, non ha invece avuto dubbi: fare cinema, come il regista americano amato, tanto da correre a Venezia per cercare di vederlo e gli ha pure scritto una lettera vera a cui però non ha mai avuto risposta: “Della storia avevo capito poco, ma mi piaceva il suo modo di stare davanti a una macchina da presa a raccontarsi con sincerità”. Se lo avesse incontrato gli avrebbe chiesto come ha vissuto il suo essere ebreo e come ne ha fatto una risorsa.

Dal padre eredita la passione per i video: “Ci riprendeva in continuazione quando io e i miei fratelli eravamo bambini. Eppure si è sempre opposto al mio sogno di una carriera nel cinema. Ora invece è orgoglioso dei film che ho girato” . Lei il suo sogno l’ha realizzato. L’occasione è arrivata quando a 15 anni le chiedono di essere la protagonista di un documentario di due noti registi torinesi, Davide Tosco e Nicola Rondolino, girato nel quartiere Falchera: “Ho accettato, a patto che mi aiutassero a girare il mio cortometraggio”. E così è stato: nel 2006 gira il suo corto Illusioni che vince l’edizione 2007 del Sottodiciotto Film Festival internazionale di Torino.

Poi tutto è successo in fretta. Insieme a Davide Tosco e Nicola Rondolino, ormai amici, realizza il nuovo progetto con la Rai, un documentario sui rom di 50 minuti. E’ il 2009 e il documentario ha un titolo significativo: “Io, la mia famiglia rom e Woody Allen”: “Il film nasce dall’ennesima scena di razzismo a due ragazze romene a cui ho assistito. Mi sono detta basta, è ora di far sentire la voce dei rom per mostrare la loro vita reale, come quella dei miei genitori che è normalissima, quali sono i loro sentimenti e ragioni”. L’ultimo lavoro della regista, sugli schermi dall’anno scorso, “Io rom romantica”. Teme un rischio: “Molti si interessano a me. Il pericolo è che lo facciano solo perché sono rom, perché ‘diversa’, che mi mettano questa etichetta”. Sui progetti futuri non si sbilancia. Con la maggiore maturità è nata anche la consapevolezza della fatica di vivere e un certo pessimismo: “Credo che l’integrazione tra le culture sia ancora molto lontana. Sono due mondi che non si vogliono conoscere e comunicare tra loro. C’è un muro da abbattere e purtroppo non credo che il cinema ci riesca ”. Ma almeno lei ci ha provato.

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Stefanella Campana

05/03/2015

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