TFF, una Parigi in guerra e il dolore di tre donne a Damasco | Torino Film Festival, Carmit Harash, Sara Fattahi, Lamine Ammar-Khodja, Anna Roussillon, Andrea Deaglio
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Stefanella Campana   

//“Où est la guerre” di Carmit Harash - TRAILER“Où est la guerre” di Carmit Harash - TRAILER

Carmit Harash, documentarista israeliana di Gerusalemme, dal duemila vive a Parigi e nel maggio di tre anni fa ha cominciato a pensare che la Francia fosse in assetto di guerra e a cercarne gli indizi nelle strade della città. Con l’iPhone “per cercare un’estetica contemporanea”, ha girato per le strade di una Parigi non stereotipata, parlato con la gente, osservato quello che succedeva “per capire dove sta andando il Paese scelto per vivere serena”. Nasce così il suo profetico documentario “Où est la guerre” (Dov’è la guerra) in concorso al Torino Film Festival nella sezione Documentari internazionali. “Un’idea assurda, ma con l’attacco mortale al giornale satirico Charlie Hebdo e gli ultimi tragici avvenimenti del 13 novembre questa folle idea si è trasformata in realtà – spiega Carmit Harash - In superficie tutto sembra normale in Francia ma ci sono due mondi paralleli che non si parlano. Non sono stata sorpresa di questi ultimi attentati, mi hanno ricordato quando vivevo a Gerusalemme. Consiglio a nessun paese di diventare come Israele: la guerra continua non è vita. Ma non ho risposte a questa situazione, sono un’artista e pongo domande. So però che non bisogna tacere: se non si integra veramente il 20-30% della popolazione è difficile evitare il terrore”,

Carmit Harash, laureata alla Scuola di Cinema di Gerusalemme, ha scelto di girare con l’iPhone mentre camminava, a volte mentre parlava al telefono “e questo mi ha permesso contatti diretti con le persone, senza intermediari. Non capivano nemmeno che stavo girando un film, anche se chiedevo il permesso di filmarle”. E racconta che prima d’iniziare aveva parlato con molte persone “che hanno cercato di dissuadermi perché non ammettevano che ci fossero problemi”. Nel suo documentario ci sono anche immagini in bianco e nero girate tra il 2012-2013 in place de la Bastille “ho avuto paura perché di notte è molto pericolosa, c’è molta violenza”. Non mancano scene girate con i suoi familiari a Gerusalemme mentre si rifugiano durante un allarme bombe. In precedenza Carmit Harash ha affrontato in una trilogia di documentari il tema dei rapporti tra Israele e la guerra: Film de guerre (2007), Demain (Domani, 2010). L’ultimo, Tregua (2013), quando la guerra potrebbe scoppiare da un momento all’altro. “iI cessate il fuoco per gli israeliani non significa non aspettare la guerra: non c’è garanzia di pace nemmeno quando viene negoziata e dichiarata ufficialmente”.

//“Coma” di Sara Fattahi - TRAILER“Coma” di Sara Fattahi - TRAILER

Anche un’altra giovane regista, Sara Fattahi, siriana esule in Libano, affronta un tema di terribile attualità, il dramma della guerra in Siria attraverso il dolore di tre donne. Dopo molti documentari, al Torino Film Festival presenta il suo primo lungometraggio “Coma”. E’ una riflessione simbolica, complessa, feroce sul tragico destino di un paese che sta vivendo un lento e doloroso coma. Tre donne – nonna, madre, figlia – vivono recluse in un vecchio palazzo di Damasco. Conducono una non esistenza, una prigionia, estraniandosi da una città in perenne stato d’assedio. Scorrono le immagini di una vita quotidiana ripetitiva, monotona, tra rito del caffè, lettura del Corano, visione di soap opere, gioco delle carte, il rimpianto di una vita agiata e la mancanza di “uomini veri”, quello del defunto marito della nonna, dell’ex marito della madre divorziata a cui chiedere un sostegno economico, donna forte che non nasconde la noia, la tristezza, anche le lacrime, preoccupata delle ormai scarse risorse economiche. E la figlia, che fa la spola tra il Libano e Damasco e scrive lettere accorate al fidanzato. Sullo sfondo spari, edifici in fiamme, voci di uomini pronti a combattere ma anche una surreale colonna sonora di appassionate soap siriane. Una vita assurda la loro, come è assurda la guerra in Siria, ovunque.

//“Bla Cinima”, di Lamine Ammar-Khodja - TRAILER“Bla Cinima”, di Lamine Ammar-Khodja - TRAILER

Quest’anno il TFF dedica una sezione al Mediterraneo. Tra le opere proposte, “Bla Cinima”, dell’algerino Lamine Ammar-Khodja che in una piazza centrale di Algeri cerca di parlare di cinema con le persone che incontra. Ma il cinema viene presto travolto dalla vita, pur tentando di raccontarla e di reinventarla in quell’atto semplicissimo ma così difficile che è filmare la parola. E’ invece un incontro tra due persone quello raccontato in “Je suis le peuple” (Io sono il popolo, 2014) della francese Anna Roussillon, in cui però affiorano momenti importanti dell’Egitto: “Estate 2009, a 700 km a sud del Cairo: incontro Farraj ai bordi di un campo. Lui ha la zappa sulla spalla, io la camera in mano. Diventiamo amici e complici. All’inizio del 2011, quando scoppia la rivoluzione in piazza Tahrir, tutto sembra immobile al villaggio. Poco a poco, però, Ferraj mi parla con entusiasmo, collera o stanchezza, di elezioni e costituzione, di speranze di cambiamento…”  

//"Je suis le peuple" di Anna Rousillon - EXTRAIT"Je suis le peuple" di Anna Rousillon - EXTRAIT

 

Si può raccontare l’emergenza dei migranti? Esiste un cinema d’urgenza per mostrare al mondo ad esempio quello che è successo questa estate al confine tra Italia e Francia? E’ il tema che affronta Andrea Deaglio raccontando la vicenda drammatica di un gruppo di migranti africani, che respinto al confine francese di Ventimiglia, si arrocca tra gli scogli e chiede la possibilità di proseguire il proprio viaggio verso i paesi del Nord.

E’ un Festival particolarmente interessante e non a caso premiato da un’affluenza di pubblico in notevole crescita. Sabato la premiazione.

 


Stefanella Campana

24/11/2015