“La lunga strada gialla”, il Sud Italia rurale in un film | Mirko Adamo, Federico Price Bruno, Christian Carmosino, Antonio Oliverio, Festival Cinemambiente, Sicilia, Calabria, Molise, Campania
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Cristiana Scoppa   

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Doveva intitolarsi “In direzione ostinata e contraria”: ostinata come sono i muli, con cui Mirko Adamo e Federico Price Bruno, siciliani doc, hanno deciso di risalire l’Italia, da Portella della Ginestra (Palermo) a Roma. E contraria, perché il viaggio che hanno intrapreso e il loro progetto “Ecomulo” aveva lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla sorte e il destino – assai critico – delle zone rurali del Meridione d’Italia, sempre più spopolate, sempre più abbandonate, sempre più dimenticate dalla politica e dalle istituzioni, come se l’Italia fosse solo quella delle città, delle industrie, delle autostrade. Il film che racconta questo incredibile viaggio – 72 giorni a dorso di mulo, per “trazzere”, cioè mulattiere utilizzate per il trasporto della legna e del carbone, per il contrabbando e per la movimentazione del bestiame, mucche, pecore, capre, alla ricerca di pascoli – si è intitolato “La lunga strada gialla”, proprio in omaggio a quella rete di strade sterrate che un tempo connettevano senza soluzione di continuità Sicilia, Calabria, Molise, Campania, per arrivare a Roma, sfruttando dove possibili tratti delle antiche strade consolari tracciate dai Romani. E che in tanti, a cominciare da Federico e Mirko, vorrebbero recuperare per “un turismo davvero sostenibile”.

La data e il luogo della partenza, il 1° maggio, Festa dei lavoratori non sono stati casuali. A Portella della Ginestra “si è consumata la prima strage della Repubblica sulla pelle dei lavoratori, dei braccianti agricoli, di queste terre”, spiegano Mirko e Federico. E un mulo, lavoratore per eccellenza, è stato il primo a morire colpito dalle pallottole. Era il 1947, e una manifestazione di braccianti in lotta contro il latifondismo, forti del sostegno del Partito Comunista che nelle elezioni del 20 aprile 1947 aveva superato la Democrazia Cristiana, venne stroncata nel sangue con il coinvolgimento della banda del bandito Salvatore Giuliano: 11 morti, di cui 2 bambini, e 27 feriti.

La produzione del film ha avuto un andamento impervio, un po’ come le montagne attraversate da Mirko e Federico a cavalcioni dei due muli, Giovanni e Paolo (in realtà una mula, Carmela), ribattezzati così in onore dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi dalla mafia.

“Tutto è nato da un incontro casuale in un bar di Palermo”, racconta Sara Petrozzi, la giovane documentarista che per prima ha creduto nel progetto. Lei ha coinvolto il regista Christian Carmosino, che però non era libero per poter seguire interamente il viaggio. “Abbiamo così pensato di lanciare un invito a giovani documentaristi interessati al progetto, con l’idea di costruire un team per filmare le varie tappe, e lavorare poi a un film collettivo. Nel frattempo abbiamo affidato a Mirko e Federico una telecamera, insegnando loro i rudimenti per fare delle riprese nei tratti in cui nessuno riusciva ad affiancarli”.

Sono stati così messi insieme materiali assai eterogenei, che hanno dato non poco filo da torcere in fase di montaggio, difficile anche per l’impegno tutto gratuito dei professionisti. Alla fine la regia è stata firmata insieme da Christian Carmosino e Antonio Oliverio, che aveva da poco completato gli studi in regia, appassionatosi al progetto anche perché originario della provincia di Benevento, territorio rurale campano bellissimo, ma sempre più marginale. A consentire di completare il montaggio è stato poi un progetto di crowdfunding lanciato sulla piattaforma Produzioni dal basso e il sostegno dell’Università Roma Tre.

In poco più di 50 minuti, il film racconta un’Italia mozzafiato e i tanti incontri fatti per strada, dalle accoglienze trionfali nei paesi dei Nebrodi, in Sicilia, dove i muli sono ancora protagonisti della cultura del lavoro e delle feste tradizionali, all’incredulità e a volte anche apatia della Calabria, “il territorio più massacrato dalla cementificazione e dallo spopolamento” nonostante la bellezza delle sue coste, per ritornare al calore accogliente della Campania, “dove in 3 chilometri ci siamo dovuti fermare 8 volte nelle case dei contadini che incontravamo”.

A tutti Federico e Mirko chiedevano un “pizzino”, una lettera da consegnare al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla fine del loro viaggio, per fargli “sentire la voce di queste terre, di chi le vive, e fare qualcosa per difendere la sua bellezza”. Alla fine Federico e Mirko sono stati ricevuti al Quirinale, ma non dal presidente Napolitano.

Una nota davvero amara, compensata dai riconoscimenti che il film ha cominciato a raccogliere, ottenendo il premio “Ambiente e società” al Festival Cinemambiente di Torino lo scorso 5 giugno, con questa motivazione “È un andare lento che mostra spaccati di vita quotidiana che possono essere colti solo all’andatura di un mulo. Forte è il contrasto fra i luoghi degli incontri e la freddezza della grande città”. Il film è ora disponibile in Dvd.

 


 

Cristiana Scoppa

13/06/2016