Incontro con Marco Baliani | Vesna Scepanovic
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Vesna Scepanovic   
Incontro con Marco Baliani | Vesna Scepanovic
Marco Baliani
Debutta nel mondo dello spettacolo come attore e regista teatrale nel 1975. Nel 1993 ha vinto il premio Stregagatto con lo spettacolo “Piccoli angeli” e l'anno successivo il premio IDI come regista per lo spettacolo “Come gocce di una fiumana. Per il cinema ha lavorato come attore nelle pellicole "Teatro Di Guerra" (1998), "Domani" (2001) diretto da Francesca Archibugi, "Il più bel giorno della mia vita" (2002) di Cristina Comencini e "Il ronzio di mosche". Ha interpretato "Il silenzio dell'allodola" (2005), "Viaggio Segreto" (2006) di Roberto Andò e "In memoria di me" (2006) presentato alla 57esima edizione del festival di Berlino. Quest’anno ha diretto la trasposizione teatrale di “La pelle” di Curzio Malaparte per il Teatro Metastasio di Prato.
Ci siamo incontrati a Belluno durante il festival teatrale Filo d’Arianna, dove è stato presentato un progetto monografico dedicato al suo teatro e alla sua scrittura. Tra le tante sue realizzazioni interessanti nel campo di arte, danza, teatro, film e fotografia, è stato presentato “Kholhaas”, spettacolo cult dell’attore e regista che ha dato vita al “teatro di narrazione” in Italia.
Dal 1996 al 2000 ha diretto il progetto artistico “I porti del Mediterraneo” producendo gli spettacoli corali con attori provenienti da diversi paesi dell’area mediterranea: Tirana, Beirut… ma anche Nairobi. Le sue esperienze di teatro oltre i confini italiani sono molto diverse tra loro, come mai?
Si sono tutte diverse tra di loro, non si possono accomunare. A Nairobi con i ragazzi di strada, non attori. Negli altri luoghi con gli attori giovani che uscivano dall’accademia. Ma tutte le esperienze sono state molto forti, perchè dietro c’erano queste città… A Beirut era appena finita la guerra civile, con tutta la speranza di rinascita, ma con i palazzi sventrati…Allora abbiamo messo in scena un pezzo di Efigenia. Cerano tutti i muri tappezzati con le figure dei padri della patria che si ripresentavano alle elezioni. Sono stati i signori della guerra che hanno mandato a morire migliaia di giovani in nome della loro ideologia, della loro fede. E allora abbiamo messo in scena Efigenia dove c’è un padre che manda a morire la figlia ancora una volta, convincendola che è una guerra santa.. Di volta in volta si cambiava, a seconda di dove eravamo. A Nairobi ho messo in scena un Pinocchio nero, perchè il problema principale di questi ragazzi era che non avevano un’identità. Insomma sono le esperienze che ti mettono a confronto con le altre antropologie. Però Beirut, Tirana, tutto sommato sono realtà vicine all’Italia.

Rispetto a un immaginario occidentale “collettivo” dell’Islam, come funziona il suo lavoro artistico? Quali sono state le sue percezioni dei vari luoghi dove ha lavorato?

Beirut è una città molto cosmopolita. Gli attori erano cristiani, drusi, musulmani, atei… Di tutto… Ho lavorato a Casablanca, a Tunisi. Quando l’arte è fare, tutte le differenze si coagulano per realizzare una cosa comune. Quindi ti puoi confrontare con tutti. Sai che devi raggiungere insieme un obbiettivo. Questo è molto bello. E’ chiaro che ho discusso a lungo con quelli che si dichiaravano credenti. C’era un ragazzo musulmano, quasi fondamentalista; non poteva fare il teatro perchè il padre glielo aveva vietato, ma lui lo faceva lo stesso, di nascosto.
Anche a Tirana. Era finito il comunismo. Enver Hoxha non c’era più, quindi un paese senza padri. I padri stavano al caffè tutti i giorni, con i cappelli di paglia. Una sorta di mini pensione, perché non c’era più niente da fare. Era una fase di transizione e il degrado aumentava. Sono passati tanti anni dal ‘99-2000, ora tutta Tirana è ridipinta. Oggi è diverso. Tirana ha la nostra stessa visione. C’era un buco temporale, come se si fossero svegliati 30-40 anni dopo. Sembrava “la bella addormentata del bosco”, una fiaba, guardavano molto verso il mondo occidentale, sperando che l’Occidente avrebbe risolto tutti i loro problemi.
In tutti i luoghi ci si confronta con differenze molto forti: si saluta in modo diverso, i cibi sono diversi, ci si stringe la mano in modo diverso, gli odori sono diversi, le considerazioni morali sono diverse, ma poi alla fine il teatro è uno strumento grande. C’è il corpo. Ad essempio mettere in scena Goldoni era difficile. Il testo l’ho creato insieme agli attori, abbiamo lavorato molto a livello fisico. Così superi tutte le frontiere.

Anni fa si è esibito con “La terra di nessuno” o “No man’s Land” che ci ricorda il titolo dello stupendo film che ha fatto Danis Tanovic. Così ha sperimentato nel teatro il testo che riporta le vicissitudini dell’ex Yugoslavia del 92-95.
Il testo c’era, ma c’era anche un grande regista cinematografico. C’era un testo meta-teatrale e un altro meta-massmediatico per il cinema. Secondo me in teatro funzionava la prima parte, la seconda parte no…L’ho scritto con Sandro Veronesi, un grande scrittore che ha elaborato il testo, ma neanche lui c’è riuscito. Funzionava la prima parte perchè statica, in trincea. I dialoghi funzionano in trincea. In teatro non ti puoi permettere uno che entra con la video ripresa, che fa finta di essere un emissario televisivo. Non ci credi. E’ proprio incongruente con lo spazio teatrale, e se non ci credi non funziona, finisce tutto. Però è bella l’idea ed è bello il testo. Dice molto dello scontro in Jugoslavia.

Incontro con Marco Baliani | Vesna Scepanovic
Marco Baliani (foto di Giulio Fornasar)
Come vede la realtà cultural-politica in Italia? Qual è il rapporto tra il teatro che fa, la società e i mezzi di comunicazione?

Oggi, nel nostro paese – ma sarebbe da capire se anche nel resto dell’Europa - il livello di percezione culturale della realtà si è molto abbassato rispetto agli anni ‘70 e ‘80. Colpevoli, soprattutto, la scuola e i sistemi di comunicazione di massa: reality show, talk show, informazioni in eccesso, tv e giornali, tutta questa iperoggettività del mondo ha abbassato la soglia della percezione dei sentimenti, delle emozioni, del dolore. Appena muore una persona il dolore è subito mostrato, la televisione intervista i parenti, vuole vedere le lacrime in diretta. E’ annullata la possibilità di distanza dal dolore. Il teatro vive quindi un momento molto difficile, ma anche di conflitto creativo. Il teatro è il luogo simbolico, non reale, dove si potrebbe sperimentare. Purtroppo assistiamo a messe in scena che vorrebbero essere verosimili. Quindi la scenografia è diventata più importante del lavoro degli attori.
C’è anche un teatro molto visionario, penso al Raffaello Sanzio, ai gruppi Fany e Alexand. C’è poi il teatro di narrazione: annullamento di qualsiasi cosa da vedere, è l’idea che l’orecchio diventa più importante dell’occhio e anche lì la gente ci va perchè finalmente ritrova la dimensione in cui è attiva in prima persona; come spettatore deve completare il quadro, deve aggiungere quel tanto di realtà che non gli viene mostrata. C’è da domandarsi dove si andrà a finire, nel senso che troppa realtà produce un’oggettività del mondo molto pesante. Il lavoro dell’artista è quello di scompaginare, ma non per il gusto di scompaginare, bensì di risvegliare la percezione dello spettatore. Brecht, Muller, Brook hanno colto questo. Viviamo in un periodo molto cupo, ma paradossalmente, nello stesso tempo, pieno di risorse per gli artisti.

In quale rapporto sta la sua narrazione teatrale con l’attualità storico-politica?

Il mio teatro di narrazione lavora sulla parola, è vero, ma io sulla scena vorrei portare i conflitti eccellenti e non tanto il teatro “politico civile “ dove vado a spiegare come sono andate le cose nel nostro paese. Questo non mi interessa molto, mentre invece è la strada che prende il teatro di narrazione. Dopo Koolhaas, comincia una ricerca, alcuni sono molto bravi, siamo pieni di narratori……Nella stragrande maggioranza hanno scelto la strada del teatro civile, teatro di memoria, il teatro che si sostituisce al giornalismo fatto bene. In questo teatro di narrazione civile trovano un senso, un perchè, una motivazione, quindi si pongono di fronte alla storia, come degli Aedi che raccontano la loro verità, contro la verità ufficiale. E’ molto interessante, ma non mi incuriosisce questa strada, trovo che sia molto piatta.
E’ utile che si faccia, si deve fare, sono contento che si faccia, ma mi sarebbe piaciuto di più se il teatro di narrazione andasse verso la poesia e non verso il giornalismo. Come poesia intendo mettere in scena davvero i conflitti. Se vado a vedere il teatro civile, io non vengo messo in discussione come spettatore, vengo assolto, capisco che non sono un cattivo perchè i cattivi stanno dall’altra parte. Mi indigno al massimo per come le cose sono andate e quasi sento un senso di frustrazione. Preferisco che lo spettatore si inquieti, che si metta al posto del conflitto teatrale che viene raccontato. Cosa avrei fatto io al posto suo? Sarebbe bello che si lavorasse di più sul teatro di narrazione che cerca i conflitti; è più difficile certo, devi lavorare sul linguaggio.

Ha scritto diversi libri in questi anni. Qual è il rapporto tra la sua scrittura e il teatro?
Questi due linguaggi si incrociano?

Non centrano molto, non sono uniti, non si incrociano. Il lavoro di scrittura è un lavoro solitario. Forse la cosa comune è il grado di attenzione e io come il regista lavoro sull’attenzione. Per me scrivere vuol dire andare a cercare delle storie, non inventarle nella mia testa. Io vado per la strada e le trovo perchè vedo cose che gli altri non vedono, lavoro sui dettagli. La scrittura è un allenamento al vedere. Molto bello, ma è solitario. Lo fai da solo e non saprai mai cosa succede mentre il testo viene letto. Io non scrivo per il teatro, scrivono già i corpi degli attori. Se dovessimo mettere in scena le Baccanti, il testo avrebbe un terzo di movimenti, un terzo di testo-parole, un terzo di musica e luci. Sono tutti linguaggi che fanno sì che quel teatro sia improducibile. Tra dieci anni, non lo fa un altro teatro. Quel teatro lì è nato con l’amore del gruppo che l’ha fatto. Non si può scrivere per i posteri in teatro; penso a tutti i concorsi di scrittura creativa, scrittura teatrale, premi alla scrittura. Mi meraviglio che ancora si continui a insistere su una cosa che è morta nella fine dell’800. E’ finito quel teatro, finito il teatro con uno che sta al tavolino e pensa tutta la soluzione, quel marchingenio in cui credeva molto la borghesia secondo cui il mondo si potesse governare attraverso una macchina, questa idea è fallita e il mondo si sta distruggendo. E’ inutile che nella testa del autore ci sia un disegno complessivo di un’opera che potrebbe dare una soluzione… Non l’ha fatto più la danza, la scultura, la pittura.
Il teatro è rimasto invece inchiodato all’idea che c’è ancora bisogno di un autore. In teatro non nascono nuovi autori, non possono nascere. Il teatro è una performance, Hic et nunc. Nasce con un gruppo, nasce per un mese, due mesi… quello che nasce è un testo eccezionale, perchè è messo in scena in quel modo lì. Dopo un anno devi fare un altro testo.

Che cosa porta in giro quest’anno? Quali sono le sue idee, i suoi sogni per il futuro?

L’anno scorso ho scritto il testo di Curzio Malaparte con dieci attori. Lo porteremo in giro quest’anno. E’ un testo molto duro, crudo, acido su Napoli, alla fine della seconda guerra mondiale. Racconta la catastrofe della città quando arriva la liberazione. Lo scrittore pensa che arrivi la peste con la liberazione. La gente inizia a vendere tutto: la moglie, i figli, se stessa; lui anticipa il mondo di oggi, anticipa il tempo liberista capitalista. La gente vende tutto pur di esistere. E’ la svendita. Malaparte vede la liberazione come inizio di catastrofe e non di libertà. Quindi non sarà molto amato questo spettacolo, come non è amato Curzio neanche in Italia.
Poi ho realizzato “La notte delle lucciole”, un altro spettacolo di un grande scrittore italiano, Leonardo Sciascia, che parla con Pasolini. In scena, un vecchio bidello con 5 ragazzi di scuola.
Vorrei anche realizzare un grande spettacolo su Antonio Gramsci, con 200 attori, per il 2011.
Lo farei anche gratuitamente perchè nessuno me lo vorrebbe pagare. Lo farei a tappe, in tutti i festival, ovunque ci vogliano. Mi piacerebbe concluderlo in Sardegna, dove è nato Gramsci.

Vesna Scepanovic
(06/08/2008)
I libri di marco baliani
  • Meta' di sophia -rizzoli, 2008
  • L'amore buono -rizzoli, 2006
  • Pinocchio nero.diario di un viaggio teatrale -rizzoli, 2005
  • Nel regno di acilia -rizzoli, 2004
  • Corpo di stato.ol delitto moro -rizzoli, 2003
  • Il signor ventriglia -l'orecchio acerbo,2002
  • Kohlhaas -edizioni corsare, 2001

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