I figli degli altri. Percorsi fotografici. | Marcella Rodino
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Marcella Rodino   
I figli degli altri. Percorsi fotografici. | Marcella RodinoUna camminata lunga otto mesi quella che ha portato alla realizzazione della mostra fotografica “I figli degli altri”, un progetto a cavallo tra ricerca e arte promosso dalla Fondazione Agnelli, che vede come protagonisti 11 volti di giovani “nuovi italiani”. Albania, Marocco, Cina, Romania e Perù sono le loro origini. I figli di immigrati, le cosiddette seconde generazioni, avranno un ruolo importante nel futuro di Torino, così come delle principali città italiane. Lo dicono i numeri: oggi un neonato su tre ha almeno un genitore straniero. Lo dice la storia delle migrazioni: tutte le volte che l’integrazione fra immigrati e società ospite è riuscita, il passo decisivo l’hanno sempre compiuto le seconde generazioni. Vivono qui, nella società italiana ed europea, e nella maggioranza dei casi qui desiderano costruire il proprio futuro, immaginandolo diverso e migliore da quello dei genitori. Si sentono e vogliono essere cittadini italiani senza per questo dover rinnegare o recidere il legame con le origini. “Ieri a Milano un ragazzo si è messo a ridere: ‘ma da dove viene questo accento piemontese?’”, si legge sui pannelli della mostra. E ancora: “La mia ragazza ideale non importa che sia italiana o cinese. Ma mio padre è fissato”.
Nella perenne ricerca di un equilibrio, visti come immigrati anche se nati in Italia, giovani in un paese che ai giovani offre poco, i ‘figli degli altri’ hanno dalla loro una voglia di fare e di realizzarsi non comune. Un’energia contagiosa che può trasformarsi in una risorsa importante per tutta l’Italia. Peraltro, l’esito di questa storia non è affatto scontato. E non dipende solo da loro. Sono questi i motivi che hanno indotto la Fondazione Giovanni Agnelli a promuovere una ricerca fotografica sulla quotidianità dei figli degli immigrati a Torino, che si è conclusa con una mostra dal 4 agosto al 21 settembre nel cuore della Città di Torino, nello spazio aperto della più centrale piazza torinese, piazza San Carlo.
I figli degli altri. Percorsi fotografici. | Marcella RodinoIl progetto, realizzato da Ilaria Turba, giovane ed emergente fotografa milanese, si è sviluppato intorno alla costruzione di un rapporto di fiducia reciproca tra chi osserva e chi è osservato. Gli stessi ragazzi hanno scelto i percorsi e gli spazi rappresentativi della “loro” città. “Io lavoro in generale a cavallo tra arte e sociale – spiega Ilaria Turba - con l’idea di creare progetti che facciano da collante tra operazione artistica e messaggio pubblico. Mi piace lavorare intorno a immaginari collettivi, andare su quelli dove c’è un vuoto di icone, simboli e cercare di mettere una pulce”. La Fondazione Agnelli studia il mondo delle migrazioni ormai da parecchi anni e nel 2006 ha presentato un’importante ricerca sulla scuola e i giovani immigrati. “La Fondazione si è sempre interessata all’immigrazione – racconta il ricercatore della Fondazione Stefano Molina -. Nel 2005 e 2006 abbiamo iniziato un lavoro sulle scuole, somministrando 900 questionari che ci hanno restituito l’idea di come questi ragazzi adolescenti passano il tempo e vivono lo spazio, sulla quotidianità, sulle abitudini”. Inizialmente la mostra fotografica era stata pensata a corollario della ricerca, una sorta di restituzione alla Città dei risultati. Ma l’incontro con Ilaria Turba ha convinto la Fondazione a promuovere un progetto interessante e autonomo: fare conoscenza con una decina di ragazzi e farsi guidare in un percorso fotografico attraverso la città come loro la vivono.
I volti nella mostra si ripetono: si muovono nella città, si rincontrano, si ha l’impressione che si portino dietro una storia personale forte. “Non c’è un racconto intimista perché non c’è bisogno di entrare nel privato, ma di comunicare fortemente un’immagine, un segno, qualcosa di forte”. “Ho scelto ragazzi anche molto diversi tra loro – continua Ilaria Turba -, selezionati attraverso l’Ufficio minori stranieri del Comune di Torino, piuttosto che associazioni che si occupano di alcune delle culture di origine. Alcuni di loro li ho incontrati in strada, camminando per la città”.
I figli degli altri. Percorsi fotografici. | Marcella RodinoIl primo passo è stato spiegare loro il progetto. Alcuni hanno accettato per il desiderio di apparire, di esserci. Per altri è stato più forte la passione per il progetto. “L’idea era di proiettare delle individualità, presentate come tali – racconta Turba - all’interno del tessuto urbano. Sono state “selezionate” in modo diverso le persone e con loro abbiamo iniziato un percorso nella città. I luoghi li abbiamo scelti in modo partecipato. Alla fine hanno prodotto una mappa vera e propria esposta nella mostra, una sorta di legenda dall’alto di tutto quello che è stato il lavoro”. Si percepisce guardandola l’idea della diffusione del fenomeno. Tra le location, gli angoli più convenzionali della città, i più classici, ma anche strade del loro quartiere, la casa dove abitano, il parco dove si trovano con gli amici o il locale dove vanno la sera. “Ci sono alcune pose dei ragazzi che comunicano il loro vivere fisicamente la città – spiega la fotografa -, altre immagini li includono come figure piccole. In questi casi l’immagine apparentemente rappresenta un paesaggio, è qualcosa che ciascuno può vedere dal finestrino di una macchina, attraversando una piazza, e in mezzo c’è un ragazzo che può essere di origine straniera, può essere anche una seconda generazione. Accanto a queste immagini con sono una serie di dati, dei testi presi dalla letteratura per dare informazioni, non didascaliche, allo spettatore. Per accendere delle lampadine.

I figli degli altri. Percorsi fotografici. | Marcella Rodino

Tra le foto esposte appaiono alcuni pannelli suggestivi, con una raccolta di frasi significative dei protagonisti e una serie di dati, testi presi dalla letteratura per dare informazioni, non didascaliche, allo spettatore. “Tutta l’operazione non è didattica, né didascalica – conclude Ilaria Turba - è una suggestione molto forte, un messaggio molto aperto che va accolto”.

Marcella Rodino
(24/09/2008)

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