Da invisibili a protagonisti: rifugiati politici si raccontano attraverso il teatro | Federica Araco
Da invisibili a protagonisti: rifugiati politici si raccontano attraverso il teatro Stampa
Federica Araco   
Roma Il Centro Rifugiati Politici Enea , inaugurato nel Novembre 2007, è un complesso polifunzionale per l’accoglienza e l’integrazione di rifugiati, richiedenti asilo politico e beneficiari di protezione umanitaria. Ex convento di suore comboniane, l’ampia struttura ospita attualmente 400 utenti, di cui circa 130 donne - alcune con prole - provenienti principalmente da Eritrea, Somalia e Afganistan con una significativa presenza curda e siriana.

Da invisibili a protagonisti: rifugiati politici si raccontano attraverso il teatro | Federica AracoIl programma di accoglienza prevede un monitoraggio costante attraverso colloqui mirati a metter in luce la storia e le aspettative personali di ogni utente per agevolarne il processo di integrazione. Il percorso verso l’autonomia si articola in una prima fase di apprendimento della lingua, un periodo di inserimento professionale e la ricerca di un alloggio, con una permanenza che varia da quindici giorni a dieci mesi.

Dal 16 al 18 ottobre presso il Centro Enea sono stati presentati gli spettacoli teatrali Migration Review per la regia di Dani Horowitz e “Struggimenti” dell’autrice israeliana Yossefa Even Shoshan per la regia di Claudia Della Seta e Blenda Sevald. Entrambi gli spettacoli sono frutto di laboratori sperimentali condotti da Afrodita Compagnia , che dal 2005 lavora attivamente tra Israele e l’Italia coinvolgendo artisti e tecnici italiani, arabi e israeliani. Il progetto “Teatro dei Popoli2” ha coinvolto cinque lavoratrici straniere immigrate in Italia in un laboratorio che si è svolto nell’autunno del 2007 a Prato, presso l’Officina Giovani – Cantieri Culturali, e alcuni rifugiati politici che attualmente risiedono presso il Centro.

Le donne coinvolte nel laboratorio per la messa in scena di Struggimenti si raccontano tra le righe di un copione al contempo fiabesco e disincantato, onirico e crudelmente reale. Mostrando gli angoli più oscuri dell’animo umano di fronte alla lotta per la sopravvivenza, le figure femminili confrontano le proprie paure e le ferite del passato e nella condivisione la disperazione sfuma in un bagliore di speranza.

“L’aspetto più complesso di questo nostro progetto è stato creare una relazione di fiducia reciproca” – ci spiega Dani Horowiz, scrittore e drammaturgo israeliano e regista dello spettacolo Migration Review - “Volevo creare insieme ai ragazzi dei monologhi che potessero raccontare e sovrapporre le diverse percezioni della condizione “in sospeso” che ognuno di loro vive, trovandosi a metà tra la propria terra di origine e il paese di arrivo. Ho organizzato alcuni incontri individuali durante i quali la principale difficoltà è stata superare la barriera linguistica”.

I ragazzi del Centro Enea coinvolti nel laboratorio teatrale con Dani Horowitz hanno storie personali particolarmente dolorose. Molti di loro sono stati costretti a fuggire dal proprio paese di origine e sono arrivati in Italia come rifugiati politici o clandestini dopo un lungo e tormentato viaggio in condizioni estremamente disagiate.

Da invisibili a protagonisti: rifugiati politici si raccontano attraverso il teatro | Federica Araco“Ho domandato a ciascuno di loro le stesse cose – continua Horowiz - volevo che esprimessero la loro idea di “casa”, parlandomi delle persone care, del lungo viaggio affrontato per arrivare fin qui. Come si può immaginare molti di loro erano piuttosto diffidenti all’idea di raccontare particolari così personali ad uno sconosciuto. Inoltre il numero dei ragazzi che inizialmente aveva aderito al progetto è nel tempo notevolmente diminuito: molti hanno lasciato il centro, trovando impiego o un altro alloggio dove trasferirsi. Alla fine sono rimasti in cinque: con loro si è creato un rapporto più intimo e confidenziale. Successivamente a questa prima fase di interviste ho effettuato il lavoro di scrittura del testo, poi tradotto in lingua italiana. Nelle ultime tre settimane abbiamo costruito lo spettacolo”.

Il risultato? Una penetrante riflessione sul senso di vuoto che accompagna la condizione del rifugiato, spesso costretto a nascondersi nell’ombra della clandestinità. Una metafora esistenziale sulla perdita d’identità di chi vive eternamente in cerca di un proprio equilibrio “altrove”, senza perdere la speranza.
I monologhi isolati di Migration Review danno voce al silenzio della solitudine. Ogni racconto fa emergere emozioni e ricordi legati al sorriso di una madre, all’odore della cucina di casa, a una melodia, al pianto di una figlia che ci si immagina da qualche parte laggiù in Iraq, Afganistan, Bangladesh, Kurdistan, Eritrea.

“Ogni posto che non è casa è prigione”, dice qualcuno. Lo è per chi, profugo o emigrante, è costretto a lottare per potersi integrare in realtà estranee e troppo spesso ostili. Lo è altrettanto per chi, come suggerisce qualcun altro, vive anch’esso da esule, senza saperlo.


Federica Araco
(12/11/2008)



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