Indigeni viaggi oltreoceano: un incontro con i Qbeta | Federica Araco
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Federica Araco   
Indigeni viaggi oltreoceano: un incontro con i Qbeta | Federica Araco“Un mese fa abbiamo ricevuto una telefonata inaspettata: un lontano parente, figlio di un fratello di mio nonno emigrato dalla Sicilia in Argentina dopo la seconda guerra mondiale, ha deciso di riallacciare i rapporti con la sua famiglia italiana. Erano anni che non avevamo notizie di quel lontano ramo paterno che agli Stati Uniti preferì il Sud America. Di lui, in effetti, non sapevamo proprio nulla”.

Così Peppe Cubeta, anima e cuore del gruppo siciliano Qbeta, inizia a parlare di sé, intrecciando ricordi e visioni, storie di vita vissuta e poesia che diventa musica. “Sono nato in Sicilia, vicino Catania. Avevo soli nove mesi quando i miei genitori mi portarono in America”. La famiglia paterna di Peppe si era stabilita da tempo a New York. La madre, nata a Bengasi da genitori siciliani, conobbe il suo futuro sposo in un paesino della Sicilia. “Durante il fidanzamento mio padre attraversò l’Oceano in nave per ben quattro volte. Solo dopo la mia nascita” – continua Peppe – “i miei genitori decisero di trasferirsi nel “nuovo mondo”, raggiungendo il resto della famiglia paterna, che ancora vive lì. Mio fratello, Salvatore (batterista dei Qbeta, ndR) è nato negli Stati Uniti. Avevo quasi sei anni quando, tutti insieme, ci imbarcammo per l’ultima traversata, per tornarcene a casa nostra, in Sicilia. Hai idea che cosa significhi passare da una metropoli come New York ad un paesino dell’entroterra siciliano di appena millequattrocento anime?”.

Eredi di questa scelta coraggiosa, “controcorrente” rispetto ai flussi migratori del tempo, i fratelli Cubeta negli anni hanno piantato radici profonde in una terra difficile e meravigliosa, mediterranea e meticcia per destino e vocazione. “I Qbeta nascono nel 1992 da un gruppo di amici, musicisti, che hanno scelto di credere nei brani musicali e nei testi che proponevo - racconta Peppe- Abbiamo iniziato a rivedere insieme le partiture, poi ci sono stati i primi dischi auto prodotti, i numerosi concerti in Sicilia, le prime collaborazioni importanti”.

Temi come il viaggio, l’emigrazione, il contatto con altri mondi e culture sono tenuti in grande considerazione e si riflettono nelle scelte artistiche del gruppo.
“Ogni brano diventa per noi un’esperienza di contaminazione, un andare verso l’Altro a partire dalla consapevolezza delle nostre radici culturali. Poi l’incontro avviene da sé, senza ordini prestabiliti né rigidità, ed è meraviglioso”. Nei testi e nelle musiche dei Qbeta l’apertura alla contaminazione linguistica e sonora si fa portavoce di un profondo sentimento di appartenenza al Sud del mondo. La loro ricerca musicale non è riconducibile a nessun genere preciso: come un lungo viaggio propone “cunti” in dialetto siciliano e ritmiche bossanova, tamburi afro e fraseggi di chitarra rock anni Sessanta, scorribande di fiati balcanici accompagnate dal suono dello “scacciapensieri” (strumento musicale della tradizione siciliana) . “Ogni volta che si lavora ad un nuovo brano, non è la partitura a dettare le note, ma le emozioni, le suggestioni che vogliamo esprimere attraverso di esso” –spiega Peppe.

Indigeni viaggi oltreoceano: un incontro con i Qbeta | Federica AracoDal primo album “Qbeta” (1993) fino all’ultimo lavoro “Ognittanto” (2007), figlio dell’esperienza che il gruppo ha vissuto in Brasile, nel 2005, come ospite del Fórum Social Mundial , i Qbeta hanno affrontato problematiche legate al dialogo tra le culture come mèta di un lungo percorso di crescita individuale e collettiva.

“La parola “integrazione” è molto complessa. Racchiude in sé un richiamo ancestrale all’altruismo, sia nei propri confronti che nei confronti degli altri. L’apertura all’Altro è, prima di tutto, possibilità di condivisione: dare e condividere parte di quello che sei, che sai, non può che arricchire entrambi gli interlocutori. Credo che l’integrazione in tal senso dovrebbe essere un fenomeno spontaneo, immediato, quasi una propensione innata dell’essere umano. Più che di integrazione, preferirei infatti parlare di apertura, scambio e arricchimento tra diversi universi culturali. L’innalzamento di barriere sociali, economiche, politiche, culturali spinge l’umanità a frammentarsi creando recinzioni e gabbie che costringono ognuno di noi a chiudersi in sé stesso identificandosi con gli sciocchi particolarismi di piccoli gruppi di individui”.

La Sicilia da anni rappresenta il principale molo di attracco per i flussi migratori via mare dalle rive sud del Mediterraneo…“Potremmo definire la Sicilia una terra di confine in un mare di immigrazione. D’estate si assiste ad una vera a propria invasione di lavoratori per l’impiego stagionale nei campi: centinaia di ragazzi, anche giovanissimi, rimangono quattro o cinque mesi a spezzarsi la schiena per raccogliere i prodotti della terra, vivendo in condizioni disumane. Sono anni che si va avanti così e ancora si parla di emergenza. Ma l’emergenza non è forse un evento eccezionale? Qui, invece, si tratta di un dato di fatto: malgrado i confini che abbiamo costruito, il mondo non può avere barriere. Non è possibile negare ai popoli il diritto alla mobilità”.

La storia familiare di Peppe ha profondamente influenzato la sua visione del mondo. “Voglio immaginare il mondo tutto intero, senza limiti di suono o di pensiero”, recita una canzone dei Qbeta (“Voglio immaginare”, 1997). “L’Italia ha una storia di emigrazione molto recente: il boom economico degli anni Settanta e Ottanta ci ha forse fatto dimenticare il nostro passato prossimo? La generazione cui appartengono i miei genitori ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza di sentirsi esule in un paese straniero, ma ora sembriamo tutti ovattatati in un provincialismo borghese in grado di alimentare solo diffidenza e pregiudizi. Il fenomeno migratorio, ormai, interessa tutti i livelli della società: coinvolge rifugiati politici, popolazioni in fuga da guerre e catastrofi ambientali, immigrati ed emigranti per motivi economici per non parlare della “fuga dei cervelli” di cui il nostro paese detiene da tempo un triste primato. Dobbiamo prender coscienza di questi profondi cambiamenti e considerarli per quello che sono, cioè un dato di fatto. Questo, a mio avviso, è il primo passo da fare”.

Attraverso un’appassionata ricerca sul suono, strumento prezioso e millenario di comunicazione tra gli uomini, i Qbeta si fanno testimoni attivi della ricchezza insita nella diversità culturale del mondo.
Ascoltando la loro musica, soprattutto dal vivo, è quasi impossibile non lasciarsi coinvolgere dalla loro travolgente energia ed unirsi al coro…”Um otro mundo è possivel, è possivel o caminho!”….


Federica Araco
(02/12/2008)




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