Quando una compagnia di teatro parte… | Fabio Tolledi
Quando una compagnia di teatro parte… Stampa
Fabio Tolledi   
Quando una compagnia di teatro parte… | Fabio Tolledi
© Daniele Coricciati

È usuale per una compagnia di teatro caricare e partire. Le compagnie si chiamano di giro, partire è il momento ordinario dell’avventura straordinaria del fare teatro.
Ma questa volta è diverso, è sicuramente diverso.
In questi anni abbiamo conosciuto luoghi che ci hanno profondamente cambiato, che hanno aperto il nostro orizzonte e hanno cambiato il baricentro del nostro mondo.

Negli anni ‘80, quando ho iniziato a fare teatro, e ho iniziato a studiare teatro in quella che fu la nostra università, il terzo teatro, l’antropologia teatrale che qui aveva un punto di riferimento ci insegnava che questo Salento era un luogo delle perdute origini del fare teatro, luogo da cui passare, che non si poteva incrociare di passaggio, luogo verso cui un poco andare per trovare quelle tracce tra oriente e occidente, periferia infinita o botola della storia (per dirla ancora una volta con Bodini), la nostra signora dei turchi era una madonna del migrante (Bene) o il corpus domini celato dal drappo viola (Barba). Ecco, il teatro della fine del secolo scorso era la memoria ferita e tradita del migrante che in sé, nel proprio corpo, segna la ferita dell’abbandono della propria terra, non il segno della resistenza.

A partire dalla metà degli anni ‘90 abbiamo capito che il pensiero meridiano ci imponeva di pensare a partire da noi, dalla nostra condizione concreta, di una terra concreta e violata. E abbiamo fatto di questo Salento il luogo molteplice di un teatro possibile. È il Mediterraneo, questa terra.
E allora abbiamo cominciato a girare tra pari nella terra crosta sorella. La Grecia prima di tutto. Non la Grecia antica, ma la Grecia contemporanea e antica nel contempo, nel tempo condiviso proprio del teatro dell’ora e qui. Tra queste MINNE VAGANTI che l’industria dello spettacolo ci dona, tra questi grandi eventi che inaridiscono questa terra, tra i musicisti divorati dallo star system che tutto rende uguale e consumabile, tra un DE-MARTINI di questo Salento da bere, che senso ha cercare di scovare il senso del teatro, il senso di una comunità impossibile, inconfessabile, impraticabile?
Che senso ha, dunque, ancora, oggi, partire, da qui, con il proprio teatro?

“Fatevi dare un teatro” esortava l’Antonio Verri in Fate fogli di poesia. E allora alla Grecia, vera e senza vesti o vestali, abbiamo aggiunto l’Albania, il Kosovo, Cipro, la Siria, il Libano, la Giordania, la Francia, il Marocco, la Spagna. E dovunque abbiamo trovato gente che chiedeva, che domandava al teatro quello che mai avrebbe potuto trovare dentro un televisore, al cinema, in una sede di partito, anche in un’università.

Perché quello che accade in un teatro vivente è l’incontro tra donne e uomini. Perché quello che accade in un teatro è la vita.
Questo strano percorso ci porta oggi ad incontrare la Palestina. la terra da cui viene Gesù Cristo, il luogo dove una ingiustizia assoluta ha luogo da più di sessant’anni.
Un luogo dove la buona coscienza dell’Europa ha pagato il proprio debito con la shoah . Vi pare strano il termine shoah in arabo si dice nakba : la catastrofe. Lo stesso termine indica il progetto di genocidio nazista e la perdita della terra e il progetto di genocidio nelle terre sante.
Migliaia di profughi, migliaia di morti.
E noi, con il nostro teatro, andiamo a raccontare le nostre storie lì. Lì dove la storia soffre. Lì dove il Mediterraneo sanguina. Lì dove il povero Cristo si è sacrificato. Dove i poveri cristi, a Gaza, vivono in condizioni disumane, dopo un’aggressione militare che ha massacrato centinaia di donne e uomini e bambini. Lì dove un muro di 480 chilometri viene costruito, dopo il muro di Berlino, contro il muro di Berlino, contro la falsa coscienza del democratico occidente, del nostro caro near-west.

E lì porteremo Persae. dopo averlo fatto sul mare del CPT Regina Pacis di San Foca, dopo averlo fatto vicino al muro che divide Nicosia tra parte greca e turca, parleremo con parole incomprensibili, con le parole di Jean Genet che parla di Sabra e Chatila, campo profughi di palestinesi, dove miglia di donne, bambini e anziani furono massacrati. E Genet ci diceva parole della bellezza, della resistenza della bellezza, del cuore che batte e riesce a cogliere la bellezza anche dentro la distruzione. Bella come una ragazza palestinese che ride. Questo è il viaggio di un piccolo teatro, che viaggia da solo. Un piccolo teatro che, come dice Testori a noi scarrozzanti, scopre continuamente che la funzione del teatro sta alle radici dell’indicibilità.

Fabio Tolledi
18 marzo 2010
www.astragali.org

parole-chiave: