Parlo | Fabio Tolledi, Spianata delle Moschee
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Fabio Tolledi   
Parlo | Fabio Tolledi, Spianata delle Moschee
© Daniele Coricciati

Parlo. Tutti i giorni parlo.
Le prove alla mattina di Persae che dovremo portare al Festival di Ramallah, venerdì prossimo, i tre laboratori dalle 2 alle 8 con le donne, gli studenti dell’Università di Nablus, con gli uomini e i ragazzi di questo paese, Sebastia.
E parlo.
Parlo del teatro.
E tutte queste persone ( più di cento) mi raccontano della loro vita, con le loro speranze, con la loro disperazione.
E io, muto, parlo.

Omar, universitario di Nablus, ventidue anni. “Andavamo tutti gli anni, almeno una volta, alla Grande Spianata delle Moschee, a Gerusalemme. Ad Al Aqsa ci andavamo ogni anno io i miei fratelli e i miei cugini giocavamo e correvamo, lungo i grandi muri davanti alla moschea. un anno ho lasciato mezzo shekel , era la monetina che ci dava nostro padre nei giorni di festa. E con mio fratello abbiamo cercato una fessura dentro quel grande muro, per lasciare quella monetina. Era un gesto strano, fatto di nascosto, perché quel piccolo soldo era la sola cosa che ci poteva dare nostro padre, ché lavoro ce n’era poco, e i soldi erano tutti sudati. Comunque abbiamo trovato la fessura giusta per lasciare la monetina. Sono passati dieci anni da allora. Non siamo potuti più tornare alla moschea di Al Aqsa. E questo è il mio segreto. Ed è solo mio ormai, perché mio fratello è stato ucciso dai soldati israeliani. E solo io posso tornare ora a riprendere la monetina, il nostro mezzo shekel ”.

Io parlo.
Tutti i giorni parlo del teatro.
Dell’importanza di dire e di non restare muti.
Ma io, muto, parlo.
E riconosco la mia infanzia.
L’infanzia del mio mondo.
Rivedo i muri poveri di Lecce, d’estate. O le periferie infinite di Milano. Il cortile e la ringhera .
E gli odori, e i colori.
Rivedo i bambini, infiniti bambini, giocare per strada. Copertoni di auto. Animali. Terra e sabbia su cui rotolarsi di continuo. Ci si chiede in questi istanti come sia possibile questa terribile ferita della storia nel nostro mare comune.
Basta guardare il cemento e i tetti rossi spioventi degli insediamenti dei coloni. spazi perfetti, puliti e ordinati come una banca. Appunto, come una banca.

Parlo e mi chiedo qual è lo spazio del desiderio. Una società laica e aperta, colta e curiosa, che si trova spinta nell’assoluta assenza di giustizia e speranza. una società che si ripiega nella deriva devozionale. Le classi nelle scuole di questo piccolo paese non sono miste. A noi ci chiedono di lavorare separati.
Sempre più.
Stiamo lavorando in Samaria. La parabola di Gesù del buon samaritano cerca di spiegare chi è il prossimo a sé che si deve amare.
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno”.

Ahmad è un ragazzo palestinese con cui abbiamo lavorato già tre anni fa in Giordania. Con lui abbiamo lavorato anche quest’anno ad Amman, è un bravo attore con molte prospettive davanti a sé per questo duro mestiere. Il festival di Ramallah è riuscito ad avere un permesso di ingresso per una settimana, per il nostro spettacolo con lui. E ieri sera è arrivato in Palestina. Ahmad, ragazzo palestinese, vede oggi, per la prima volta, la sua terra all’alba.

È un ragazzo forte, enorme. Per National Geographic sta facendo il ruolo di Gesù in una docu-fiction e si può dire che Ahmad, giovane attore palestinese, impersona il palestinese più famoso della storia (d’Occidente).

Qui a Sebaste c’è un antico teatro romano, questa città si chiamava Augusta, e forse ne ha parlato Italo Calvino per le chiare discendenze del dominio degli imperatori. Una scolaresca tutta di bambine fa visita ai ruderi romani, dalle colline spunta qualche carro armati israeliano, proteggono un nuovo insediamento di coloni che si espande. Le bimbe, evidentemente abituate al terrore ‘ordinario’, abbassano gli occhi.
Gli insediamenti dei coloni, ossessivamente, mi ricordano i film western.
Western , si sa, significa occidentale.
Un’evidenza che forse non si ricorda abbastanza.

Arrivano gru, bulldozer e auto da guerra corazzate. Prendono una collina che domina la vallata circostante. Se c’è un villaggio di ottocento, mille persone viene evacuato e confiscato. Le case costruite vengono donate a ondate di emigranti che provengono da ogni parte del mondo. Mi chiedo se sia pensabile questo se accadesse in Brianza. Gli insediamenti sono un abuso disumano, ho incontrato decine di uomini e donne che hanno portato racconti, sogni, canti. E tutti hanno una storia di espulsione, di lutto, di violenza subita da sessant’anni. È difficile, è maledettamente difficile parlare di pace in questi posti.
E il mio teatro tenta di fare questo.
E cerco le parole di Capitini, Dorso, Rossi Doria, di Danilo Dolci. E mi chiedo come sia possibile pace senza giustizia. E mi chiedo come sia possibile il teatro senza umanità e un senso profondo del fare.
Adorno si chiedeva come fosse possibile fare poesia dopo Hiroshima e dopo Auschwitz, alle scuole elementari mi insegnavano la poesia di Umberto Saba che diceva “e come potevamo noi cantare, con il piede nemico sopra il petto?”, e Brecht – quello che usammo per Ali, il nostro primo spettacolo di sedici anni fa – che si chiedeva “quali tempi sono diventati questi, se parlare di alberi sembra quasi un delitto”.
Ecco, non capisco come si possa fare poesia, ancora, con questa ingiustizia profonda che continua e che può solo produrre disastri e disperazione.

Eppure.
Eppure forse proprio in questa disperazione, le donne e gli uomini possono ancora trovare uno scarto ultimo di umanità.
Parlo, parlo di Gilgamesh e di come il suo raccontare ad altri, il suo raccontarsi, renda immortali.

Tutto si assomma in un miracoloso attendere delle parole, un dipanarsi quasi bambino degli sguardi, un silenzio che chiede, continuamente e insaziabile, chiede: Tornerete? Tornerete ancora?
Certo, vorremmo.
Le attraverseremmo sempre queste frontiere.

Fabio Tolledi
3 aprile 2010
www.astragali.org