La città invisibile | Federica Araco
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Federica Araco   
La città invisibile | Federica AracoLa terra trema e tutto cambia. Le strade si svuotano, le piazze perdono la loro fisionomia e secoli di storia si trasformano in cumuli di macerie.
Il terremoto del 6 aprile 2009, con trecentootto vittime e 67.500 sfollati, ha trasformato l’Aquila in una città invisibile, muta, completamente distrutta. Ma le sue pietre palpitano e si ribellano all’oblio: chiedono di essere viste, raccolte, catalogate, riassemblate. Gli abitanti sopravvissuti, di poter tornare alla loro vita, alla loro città.
È questo il messaggio del film “La città invisibile” (Italia, 86’) di Giuseppe Tandoi. Pugliese di nascita e aquilano d’adozione, il giovane regista esordisce con una commedia romantica dai toni fiabeschi, che lascia emergere il contrasto tra un dolore straziante e il desiderio di andare avanti.
“Il film non ha pretese documentaristiche”, spiega Tandoi, “Il cinema racconta storie e credo sia importante provare a raccontare, anche con leggerezza, la vita all’Aquila di questi giorni. ‘La città invisibile’ è uno sguardo giovanile sulla situazione degli universitari costretti oggi a vivere nelle tendopoli nell’incertezza del futuro, in una città che ora non c’è più. Ho voluto coinvolgere una troupe di ragazzi, colleghi dell’Accademia dell’immagine e del Centro Sperimentale di Cinematografia, e le musiche del film sono scritte e interpretate da un gruppo di giovani musicisti aquilani”.

Luca, Lucilla, Valeria e Remo sono amici. Prima del terremoto, studiavano all’Aquila affrontando i sogni e le paure, le speranze e i desideri dei loro vent’anni. Dopo la tragedia, hanno scelto di non abbandonare la città per vivere nelle tendopoli allestite dalla Protezione civile e sentirsi parte attiva in un’emergenza collettiva.
Luca e Lucilla sono aspiranti medici. Lui lo fa per compiacere le aspettative di un padre severo, ma sogna di sfondare con la sua rock band. Lei, studiosa e determinata, vuole aiutare il prossimo. Apparentemente lontani e molto diversi tra loro, sceglieranno di affrontare insieme le incertezze del domani, senza più maschere né artifici. Valeria, snob e sognatrice, incontra Sorin, il muratore rumeno che la notte del terremoto l’ha estratta dalle macerie e, malgrado le paure e i pregiudizi che inizialmente nutre nei confronti della sua ‘diversità’, si innamora di lui.
Sullo sfondo, l’instancabile parroco Don Juan, il visionario nonno Carmine che, con assennata follia, stimola i ragazzi a crescere e affrontare le sfide della vita, e una variegata comunità di anziani, bambini, giovani coppie, medici, volontari, clown...

“Ho deciso di girare nelle tendopoli, benché si trattasse di una commedia quasi fiabesca, per dare uno sfondo realistico alla storia”, continua Tandoi. “Dopo il terremoto ho avuto un rigetto per la città distrutta, straziata. Poi, insieme ad alcuni amici, abbiamo dato vita a laboratori culturali di musica, canto, recitazione: io mi occupavo della sezione cinema. Animando un workshop di cortometraggi, ho sentito l’urgenza di raccontare ciò che mi stava accadendo e al contempo di ricostruire relazioni tra persone che vogliono condividere lo sforzo per sostenere la città e ricostruirla. Per me il cinema non è solo denuncia, ma anche racconto puro, commedia, sogno. Così ho scelto di raccontare, in forma di fiaba, storie di ragazzi che scelgono di andare avanti, riprovarci, continuare a sperare”.
“Dopo il terremoto, sono stata invitata all’Aquila da un’associazione di volontariato”, racconta la ventiquattrenne Roberta Scardola (Valeria nel film). “Ho conosciuto ragazzi della mia età demotivati, depressi, che avevano perso completamente la speranza e la voglia di vivere. Così ho deciso di accettare questo ruolo all’interno di una commedia leggera, romantica che parla di giovani che provano a reagire e affrontare, uniti, le difficoltà della vita. Spero che questo nostro contributo possa aiutare i ragazzi aquilani a ritrovare il sorriso e la speranza, il coraggio di affrontare il domani e il desiderio di innamorarsi di nuovo...”.

La vita in tendopoli ha fatto crollare le maschere. La convivenza forzata impedisce di continuare a nascondersi dietro la facciata dell’ipocrisia sociale, costringendo le persone a essere se stesse e imponendo un’istanza di verità ai rapporti interpersonali, a tutti i livelli.
“Nel film ho voluto raccontare la storia dell’amore impossibile tra una ragazza ricca e piena di paure e pregiudizi e un giovane immigrato per non dimenticare gli episodi di razzismo subiti dagli extracomunitari”, prosegue il regista. “Alcune tendopoli, molto grandi, erano gestite male e famiglie, prostitute, anziani, tossicodipendenti e bambini erano costretti a condividere spazi molto ristretti. Ci sono stati momenti di tensione, sfociati in atti di discriminazione da parte degli italiani nei confronti degli immigrati. Si era formato perfino un comitato che voleva costruire un muro all’interno della tendopoli per dividere gli spazi tra ‘noi’ e ‘loro’, e chiedeva di allestire un campo a parte per gli extracomunitari. La Protezione civile non lo ha permesso, ma la separazione era piuttosto tangibile: alla mensa, c’erano tavoli separati e alcuni italiani si rifiutavano di usare i bagni dove andavano gli immigrati. Sotto le macerie di una città distrutta, i muri del razzismo e dell’intolleranza faticano a crollare. Anche per questo è importante dare un contributo utilizzando i linguaggi dell’arte e della cultura. E, attraverso l’incontro, il confronto, anche forzato, provare a gettare le basi per costruire una nuova comunità”.

Durante il violento terremoto sono morti molti bambini e ragazzi, tra cui otto giovani universitari rimasti intrappolati tra le macerie della Casa dello studente. Secondo le perizie tecniche rese note in questi giorni, l’edificio è crollato “per errori di progetto e di calcolo delle strutture”, “violazione delle norme antisismiche” e per “la scadente qualità del calcestruzzo” e degli altri materiali edili impiegati nella costruzione. In totale sono 150 le vittime della scellerata speculazione edilizia che ha imperversato a L’Aquila tra gli anni Sessanta e Ottanta, e molti responsabili di questa tragedia evitabile attendono ancora di essere processati.
C’è chi denuncia, chi si indigna, chi scende in piazza per manifestare.
Tondei ha scelto di regalare un sogno di speranza e un messaggio di amore alla città che ancora aspetta di essere ricostruita. E ha dedicato il suo lavoro “a tutti gli angeli dell’Aquila. Visibili e invisibili”.


Federica Araco
(03/08/2010)

La città invisibile
Regia: Giuseppe Tandoi
anno di produzione: 2010
durata: 90'
produzione: EspritFilm, La Fabbrichetta, Casillo Partecipazioni
distribuzione: Iris Film
www.lacittainvisibile.org
La città invisibile | Federica Araco
Il 10% degli incassi di questo film sarà devoluto al restauro della chiesa di S. Maria degli Angeli all'Aquila.



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