Il sangue verde | Federica Araco
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Federica Araco   
Il sangue verde | Federica AracoCalabria, gennaio 2010. Centinaia di braccianti africani manifestano per le strade di Rosarno, un piccolo centro agricolo nella Piana di Gioia Tauro. Denunciano ad alta voce il sopruso e la violenza subiti per anni dai “caporali” delle ‘ndrine, che controllano l’economia della zona, e le continue aggressioni razziste della gente del posto. Esplode la rabbia e la paura cresce. “Troppa tolleranza con i clandestini”, commenta il ministro dell’interno Roberto Maroni, e il ministro delle Pari opportunità Carfagna aggiunge: “Siamo dalla parte degli italiani, senza se e senza ma”. I rosarnesi, intanto, scatenano una “caccia al nero” con spranghe, pistole e coltelli. Gli scontri continuano finché interviene l’esercito e in poche ore più di mille immigrati sono trasferiti e il paese viene “sgomberato”.

L’emergenza rientra, tutto torna alla normalità, almeno apparentemente. Si cerca di dimenticare. Nell’ex Opera Sila e nella vecchia cartiera, i due enormi capannoni industriali senza acqua né luce né riscaldamento adibiti a dormitori di fortuna, restano solo cumuli di vestiti, materassi, coperte documenti, fotografie, lettere e altri effetti personali abbandonati nella fuga.
E una scritta sul muro: “Avoid shoting blaks. We will remember” (Vietato sparare ai neri. Noi ricorderemo).

Il documentario Il sangue verde di Andrea Segre ricostruisce gli episodi di quei giorni raccontando l’irraccontabile. Amadou, Abraham, Kalifa, Jamadu, John, Tibi e Abraham testimoniano con le loro storie anni di razzismo e sopruso, aggressioni e minacce in un sud soffocato dai poteri mafiosi dove il recente passato di miseria segna con solchi profondissimi un presente di emarginazione e violenza.
“Per capire quello che viene raccontato nel documentario”, spiega Giuseppe Lavorato, sindaco di Rosarno fino al 2003, incontrato a Roma in occasione della proiezione del film, “per spiegare la caccia al nero, la cacciata e la deportazione di neri africani da Rosarno, per capire quegli infami episodi dobbiamo risalire ai fatti accaduti l’anno prima, nel dicembre del 2008. I migranti non volevano più accettare l’imposizione del prelievo di 7 euro al giorno dalla loro busta paga, già miserrima (20-25 euro al giorno per 14 ore di lavoro, ndr), da parte dei caporali legati alle cosche mafiose, e questi reagirono alla loro ribellione con aggressioni intimidatorie. I migranti manifestarono pacificamente sul corso centrale del paese, davanti al Municipio, fino alla centrale di Polizia per denunciare quanto sapevano. Seguirono indagini, arresti e condanne. In queste zone, soffocate dalla ‘Ndrangheta, è stato un fatto rivoluzionario: nessuno si era mai permesso di ribellarsi alle continue violenze e intimidazioni mafiose. I boss hanno avuto paura: temevano che l’esempio dei lavoratori immigrati potesse istigare anche i rosarnesi a ribellarsi al loro potere. L’anno seguente, durante la manifestazione dei migranti del gennaio 2010, qualcuno diffuse la falsa notizia che quattro di loro erano stati uccisi. La folla si è infiammata, la rabbia è esplosa e questo ha autorizzato le violente rappresaglie, guidate dalle organizzazioni criminali, e quella vergognosa deportazione”.

La ’Ndrangheta, spiega Lavorato, ha avuto una crescita progressiva e ininterrotta a partire dalla fine degli anni Settanta, a seguito dell’intervento pubblico dello Stato per la realizzazione delle grandi opere nel Mezzogiorno. “In quegli anni – ricorda l’ex sindaco di Rosarno – gli imprenditori del nord vennero in Calabria per avviare grandi progetti infrastrutturali, come il raddoppio ferroviario e l’autostrada, e alcuni di loro usarono i boss della zona come interlocutori privilegiati e con loro si spartirono ciò che avevano guadagnato dai loro investimenti. Gli affiliati delle ‘ndrine da guardiani dei campi divennero guardiani dei cantieri: è così che la mafia si è arricchita diventando il mostro che è oggi. E con minacce e intimidazioni è diventata l’unico acquirente sul territorio per imporre il suo prezzo basso a contadini e braccianti, conquistando in poco tempo tutta la filiera agricola. Questa politica scellerata dello Stato italiano non ha creato nessun posto di lavoro – prosegue Lavorato – ma solo scheletri di enormi opere pubbliche e un potere mafioso incontrastato”.

A pagarne il prezzo, oltre al sistema economico cronicamente depresso e ai giovani, costretti a emigrare per trovare lavoro, ci sono ora anche migliaia di braccianti africani che arrivano all’inizio di ogni autunno per la raccolta delle arance. In condizioni igienico-sanitarie disastrose, vittime di soprusi e discriminazioni, questi nuovi schiavi del Mezzogiorno italiano non godono di alcun diritto come lavoratori e come esseri umani. Emarginati, invisibili e strumentalizzati dalla classe politica e dai media come capri espiatori di tutti i mali del Paese, non sono il pericolo, ma in pericolo.


Federica Araco
19/05/2011










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