Intervista con i sociologi del progetto H.O.S.T. | Marie Bossaert, H.O.S.T., Astragali Teatro, Marta Vignola, Antonio Ciniero, Paola Medici
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Marie Bossaert   

Con il progetto H.O.S.T., l’Università del Salento e la compagnia Astragali Teatro indagano i rapporti tra migrazione e narrazione in luoghi fortemente caratterizzati dal fenomeno migratorio nel Mediterraneo. I sociologi dell’Università hanno anche condotto delle ricerche a Cadice e a Lecce, città fulcro del progetto. Se l’obiettivo era di incrociare l’approccio socio-antropologico e quello teatrale e di lavorare su territori comuni, le attività si sono svolte separatamente, in funzione delle logiche interne a ciascun ambito.

Babelmed ha incontrato i sociologi italiani che hanno partecipato al progetto, il professor Mariano Longo e la sua equipe: i ricercatori Antonio Ciniero e Paola Medici e la coordinatrice del programma, Marta Vignola.

 


 

Intervista con i sociologi del progetto H.O.S.T. | Marie Bossaert, H.O.S.T., Astragali Teatro, Marta Vignola, Antonio Ciniero, Paola MediciIntervista con i sociologi del progetto H.O.S.T. | Marie Bossaert, H.O.S.T., Astragali Teatro, Marta Vignola, Antonio Ciniero, Paola MediciH.O.S.T. si basa sull’intreccio tra l’approccio teatrale e quello sociologico. Come avete affrontato questa sfida come sociologi? Ha funzionato la convergenza tra due campi così diversi?

La questione metodologica è molto importante per noi. H.O.S.T. è un tentativo, in parte riuscito, anche se molto complesso, di incrociare linguaggi, di rendere la nostra attività e quella degli attori di Astragali complementari.

C’è un problema linguistico in senso lato che riguarda il sapere come strutturiamo la nostra rappresentazione del mondo. Noi ci facciamo una rappresentazione della realtà, che è regolata da alcuni canoni interni al linguaggio sociologico. Per quanto riguarda noi, come sociologi, abbiamo la tendenza a preferire le tecniche del dialogo, dello scambio e della narrazione. Noi abbiamo raccolto delle storie.

Quale metodo avete adottato per le vostre inchieste ?

A.C.: Abbiamo deciso di fare delle interviste aperte (o semi-direttive) con i migranti, e non semplicemente sottoporre loro un questionario pre-elaborato nel quale il soggetto non ha altra possibilità che mettere una crocetta accanto a delle risposte preconfezionate. L’idea dell’incontro con l’altro, di partire da quello che racconta, era fondamentale. Abbiamo innanzitutto identificato i temi da affrontare durante la conversazione con il soggetto, ma questo tipo di intervista lascia molto spazio al racconto dell’esperienza migratoria. Co-costruiamo la trama con la persona che intervistiamo. Questo metodo ha anche un significato politico perché permette di decostruire i pregiudizi che l’immaginario collettivo associa all’emigrazione.


M.L.: A dire il vero, abbiamo cercato di costruire un campione. I campioni possono essere di due tipi. Quello che usa un sociologo quando fa un questionario si fonda sui grandi numeri e sulle liste della popolazione. C’è una lista in base alla quale estraiamo delle persone totalmente a caso: ognuno ha la stessa possibilità degli altri di essere scelto, e questo in termini statistici riduce la possibilità di errore. Invece noi lavoriamo su piccoli numeri (i ricercatori hanno raccolto una ventina di interviste in Spagna, ndr) e facciamo un campione qualitativo, che si chiama anche “teorico”.

Andiamo a cercare le persone che hanno qualcosa da raccontarci in rapporto a delle categorie elaborate in precedenza. Prima di partire per Cadice, abbiamo identificato le caratteristiche che ci interessavano, riguardo al sesso, alla nazionalità, all’età e al livello di istruzione. Questo ci ha permesso di costituire alcune tipologie di soggetti. Quindi non possiamo dire che non c’è campione, ma che segue una logica più teorica, e non puramente statistica e combinatoria.


Non rischiate, così facendo, di leggere la realtà con delle griglie d’interpretazione precostituite?

Come sociologi ci interessa avvicinarci alla realtà. Tutti i modi di avvicinarsi alla realtà sono fatti di griglie, che sono di carattere cognitivo. Ogni volta che osserviamo il reale, qualunque sia la tecnica che usiamo, comprese quelle apparentemente più astratte o le più “scientifiche”, come quelle della ricerca con il questionario, noi predefiniamo la realtà e la interroghiamo attraverso delle categorie. Allora il problema è: o decidiamo di fare ricerca, e quando la facciamo possiamo delimitare le presupposizioni ma è impossibile eliminarle completamente, oppure decidiamo di non fare ricerca perché rischiamo di interferire con la realtà.

Il trucco è cercare di restare in sincronia con la realtà. È per questo che noi adottiamo metodologie qualitative. Questo implica che la griglia che abbiamo costruito lascia la possibilità alla persona intervistata di rispondere in un altro modo, e non come noi ci aspettiamo. È un gioco molto complicato che ha più a che fare con la sensibilità che con il metodo attraverso il quale interroghiamo la realtà e facciamo in modo che ci parli a prescindere dalle griglie che abbiamo immaginato precedentemente. Quindi, sì. Ma esiste un altro modo?

 

Quali criteri avete scelto per l’inchiesta a Cadice?

Il primo riguardava la durata di permanenza sul territorio del soggetto migrante. E questo per motivi evidenti: c’è molta differenza tra chi è appena arrivato su un territorio e chi ci abita da diversi anni e ha potuto sposarsi, avere figli etc. Poi abbiamo preso in considerazione diverse variabili, come il genere, oppure i motivi dell’emigrazione. Abbiamo anche cercato di rappresentare le provenienze geografiche maggiormente presenti in Spagna. Questo spiega la forte presenza di migranti originari del Sud America nell’inchiesta: è la comunità numericamente più importante, e sono anche i flussi migratori più antichi.

Come è stato fatto il lavoro di terreno a Cadice?

Il ruolo dell’Università di Cadice, partner del progetto, è stato fondamentale. Perché dal momento in cui siamo arrivati sul campo, ci siamo appunto confrontati con il problema dell’accesso al terreno, nel senso che bisogna riuscire a entrare in contatto con i cittadini stranieri. Una mediazione è dunque necessaria e il ruolo dell’Università come quello delle associazioni è stato essenziale, a maggior ragione perché la ricerca è stata realizzata nell’arco di un mese.

Uno dei problemi dell’inchiesta è la mancanza di dati ufficiali. Anche volendo fare una ricerca di tipo quantitativo puro mancherebbe una lista di campioni completa che garantisca la rappresentatività. C’è tutta una parte del fenomeno migratorio che sfugge ai censimenti. Il rapporto con le associazioni che si occupano di migranti è assolutamente fondamentale.

E per quanto riguarda noi, abbiamo fatto la maggior parte delle interviste a partire da una fondazione che si chiama “Terra de Todos”, che ha sede a Cadice e si occupa di fornire assistenza e servizi ai migranti. In effetti, nel sistema spagnolo, il fenomeno è affrontato in modo diverso rispetto all’Italia. Le associazioni di volontariato sono riconosciute dalla legge sull’immigrazione, che conferisce loro un ruolo specifico nell’accesso ai servizi (almeno era così fino all’elezione di Rajoy). È per questo che noi abbiamo scelto di rivolgerci a “Terra de Todos”, che non è un’associazione “etnica”, cioè formata di un solo gruppo di migranti. È un luogo dove vanno diversi migranti presenti nel territorio per beneficiare di una serie di servizi.

In Italia, invece, il volontariato colma delle carenze statali. Visto il vuoto istituzionale, soprattutto nella fase di accoglienza, senza il volontariato non sapremmo dove andare… Ma è anche vero che il volontariato non può rispondere alle complesse questioni sollevate dal fenomeno migratorio, come quello delle seconde generazioni o il problema dell’alfabetizzazione.

 

Quali sono le caratteristiche dell’immigrazione in Spagna?

La percentuale dei migranti in Spagna è più alta che negli altri paesi europei, come l’Italia o la Germania. Siamo intorno al 12 per cento. Inoltre, dal 2000 al 2005, e anche fino al 2008 (la crisi economica ha poi cambiato le cose), la Spagna è stato il paese con più migranti del mondo in termini percentuali. Più della Francia, per esempio. Con la politica di blocco delle frontiere a partire dal 1970, la Francia non ha più accolto molti migranti. La maggior parte di coloro che arrivano nel paese sono richiedenti asilo. E, contrariamente alla Spagna, non è sulle frontiere dell’Europa.

Quello spagnolo è un modello in cui la migrazione è un fatto molto più strutturale rispetto al contesto italiano. Da molto tempo fino a poco fa, molta gente arrivava regolarmente dall’America del Sud, in particolare dalle zone più in difficoltà, come la Bolivia e il Perù.

Questa caratteristica si spiega con il passato coloniale del paese. La nostra esperienza con l’immigrazione è più recente, e diversa perché il nostro vissuto coloniale è molto più limitato e prossimo. In Spagna, questi migranti arrivano con competenze linguistiche già consolidate. Ma oggi il flusso è cambiato: sono piuttosto gli spagnoli che vanno in America Latina.


Lavorate nello stesso modo a Lecce?

Per Lecce, abbiamo deciso di spostare il punto di vista e lavorare su un’altra tipologia di migranti: i richiedenti asilo. Ci appoggiamo al progetto SPRAR («Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati», n.d.r), che gestisce tre centri d’accoglienza nel Salento. Gli operatori SPRAR hanno già raccolto delle storie di vita, almeno una decina, e vi avremo accesso. E anche noi faremo qualche intervista.

Se abbiamo deciso di occuparci di uno statuto in particolare, quello dei rifugiati politici, è per non ripeterci. Molto lavoro è già stato fatto sulle migrazioni degli ultimi dieci o quindici anni nel Salento, sia a livello teorico che empirico. I ricercatori hanno lavorato sull’esperienza migratoria, sui diversi gruppi di migranti in funzione della loro nazionalità, sulle strutture di accoglienza etc.

Il Centro di Studi internazionale sull’emigrazione dell’Università del Salento (ICISMI) è centrale in queste ricerche. È stato creato recentemente, ma ha ereditato le esperienze di ricerca condotte sul territorio dalla fine degli anni Ottanta, in particolare dall’Osservatorio Provinciale sull’emigrazione di Lecce. È uno dei primi centri che si è occupato di analizzare il fenomeno della migrazione sul territorio. La questione si è imposta in modo impellente negli anni Novanta, perché la Puglia è stata in prima linea con l’arrivo degli albanesi. Terremo dunque conto di tutte queste ricerche, sintetizzate in un rapporto su ciò che è stato raccolto ed elaborato.

Sappiamo bene che queste storie non rappresentano la realtà migratoria in tutta la sua complessità. In questi casi il taglio con il passato, con le origini, è molto più netto e doloroso. Ci sono questioni di carattere politico, non solamente economiche, che impongono di andarsene altrove. Il nostro concentrarci su questa categoria di persone è una scelta lavorativa e politica, perché questo ci permette, per esempio, di riflettere sulla negazione dei diritti o sulle politiche nazionali che hanno fatto del respingimento e della retorica sul rapporto tra migrazione e sicurezza uno dei loro elementi fondamentali.




Marie Bossaert

Traduzione dal francese di Federica Araco

14/05/2013