In Egitto e Tunisia palazzi costruiti nell’800 da esuli italiani | Pietro Avoscani, Francesco Mancini, Antonio Lasciac, Ernesto Verrucci, Ezio Godoli, Sherif El Sebaie, Antonio e Francesco Bottigelli, Rosita Ferrato, architettura italiana Egitto
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Rosita Ferrato   

//Antonio Lasciac - Palazzo del CairoAntonio Lasciac - Palazzo del Cairo

Lo sapevate? Molti edifici sul territorio egiziano – alcuni ancora presenti – sono stati costruiti da architetti italiani. Un'ondata che inizia a metà dell'800, e fu spesso composta da esuli e patrioti. Le due maggiori concentrazioni di architettura italiana si trovano in Tunisia e in Egitto e vengono impropriamente definite “coloniali”. “Definizione errata - spiega il professor Ezio Godoli dell'Università di Firenze, ospite del professor Sherif El Sebaie per la rassegna “Architetti italiani in Egitto dal XIX al XX secolo” tenutasi in questi giorni a Torno - in quanto si tratta di terre mai sottoposte all'Italia. Le opere non sono il risultato di un'operazione culturale precisamente organizzata, quanto il frutto di una particolare circostanza: i loro artefici erano patrioti, esuli politici che trovarono rifugio nell'Impero Ottomano, di cui allora l'Egitto faceva parte, per sfuggire alle persecuzioni in patria”.

//Pietro Avoscani - Teatro Zizinia - Alessandria d'Egitto - 1862Pietro Avoscani - Teatro Zizinia - Alessandria d'Egitto - 1862Pietro Avoscani, livornese, è il primo artista ad avere un legame con i personaggi della corte egiziana; non era architetto, ma pittore affiliato alla Giovine Italia. Si trova dunque subito a solidarizzare con il disegno politico di Muhàmmad Alì, capo militare potentissimo che butterà le basi per l'indipendenza dell'Egitto moderno. Avoscani progetta molti edifici ad Alessandria, tra cui il Ras el Tin del 1847, residenza estiva del re fino al 1953, quando abdicherà. Non fu solo artista di corte, ma anche uomo di fiducia del Viceré Mohàmmad Ali, per attività finanziarie e diplomatiche, grazie ai viaggi in Grecia, Turchia, Russia, Germania e Italia. Nel 1863, ispirandosi al Teatro Lirico La Scala di Milano, progettò il teatro Zizinia, in rue Rosette, dove venne allestita la prima rappresentazione in lingua araba in Egitto, di un lavoro patriottico per raccogliere fondi per le truppe egiziane.

 Altro personaggio italiano da menzionare è Francesco Mancini, esiliato dal Papa per i suoi sentimenti bonapartisti; progetta un quartiere destinato agli europei ad Alessandria e il palazzo della Borsa; e poi, Ciro Pantanelli, che arriva in Egitto per ragioni politiche assieme al padre che era stato esiliato. La sua opera più nota è la scuola coranica; ha un approccio eclettico, poiché mescola l'architettura occidentale con quella araba in una interpretazione moderna dell'architettura islamica, molto libera dei temi dell'architettura locale. È un'opera che indicherà un percorso.

//Antonio Lasciac – Palazzo del Principe Kamal el Din Hussein al Cairo -1906Antonio Lasciac – Palazzo del Principe Kamal el Din Hussein al Cairo -1906Una delle figure più importanti per le opere, ma soprattutto per il rapporto stretto con la corte egiziana, fu Antonio Lasciac, irredentista sloveno laureatosi a Vienna e che approda ad Alessandria, bombardata nel 1882 dagli inglesi, per le opportunità lavorative che il luogo offre per la ricostruzione. I suoi edifici, specialmente se destinati agli europei e all'aristocrazia egiziana, assomigliano a quelli italiani. Gli stili sono il neo cinquecentesco, classico e barocco. Un esempio mirabile è la galleria Menasce ad Alessandria sul modello della galleria Vittorio Emanuele II a Milano. Cambierà però presto rotta, lavorerà al Cairo per una residenza sontuosa commissionata dalla nuova aristocrazia, il Palazzo Said Halim Pasci vicino a piazza Tahrir. Ancora esistente oggi, è un palazzo bellissimo seppure fatiscente (il progetto per farne un casinò si è arenato e probabilmente l'immobile verrà abbattuto!). Opera accuratissima, possiede spazi interni spettacolari, saloni di 150 metri, colonne in ghisa che sostengono un pianerottolo, ha una struttura in ferro e legno. La facciata esterna è di foggia europea, mentre l'arredo è sontuoso, di gusto neo arabo, con mobili art nouveau come chiedeva l'aristocrazia egiziana per essere al passo con le mode del vecchio continente.

 Nel 1894 la svolta, rappresentata da un concorso per la costruzione del Museo delle Antichità egiziane al Cairo. Vi partecipano ovviamente anche architetti italiani. La questione cruciale è: quale stile architettonico per l'Egitto moderno. Gli italiani, patrioti e irredentisti, sono quindi particolarmente sensibili ad un'architettura in senso nazionale. L'opzione è uno stile ispirato all'architettura faraonica oppure una definizione neo araba che guardi a quella mamelucca del Cairo.

Inizia quindi una fase più filologica anche per le altre costruzioni: Antonio e Francesco Bottigelli progettano Villa Zogheb per l'ambasciata danese e concepiscono una casa inglese con una hall centrale, lo spazio principale della vita di una magione, in stile arabo. La strada dei Bottigelli viene seguita da altri, come Maniscalco che progetta la biblioteca del Museo di Arte Islamica (danneggiata l'anno scorso da una bomba), o dallo stesso Lasciac. Si accentuano le repliche di edifici storici arabi, seguendo però ancora un doppio binario, per cui per i committenti italiani o per gli aristocratici locali si usa un linguaggio occidentale, cercando però di proporre anche uno stile arabo moderno.

//Ernesto Verrucci - Club della-musica orientale - Il Cairo - 1929Ernesto Verrucci - Club della-musica orientale - Il Cairo - 1929In questo clima, si impone Ernesto Verrucci volontario nelle file garibaldine nella guerra greco-turca del 1896. “Una volta in Egitto, diventerà intimo degli ambienti di corte – spiega il professor Ezio Godoli – amico di re Fouad I, entrambi massoni e appartenenti alla stessa loggia. Il re ha studiato a Torino, e quindi ha un rapporto affettivo con l'Italia. Il Verrucci è non solo un architetto di corte, ma si diceva fosse investito anche di incarichi delicati (e molto personali, come procurare al sultano le amanti, oltre ai gioielli per loro e per la moglie). Il re gli affidò delicate missioni diplomatiche all'estero volte anche a documentare le diverse civiltà che caratterizzarono la storia egiziana. Fu insomma un'eminenza grigia molto legato al re, che lo insignì del titolo di Bey e di membro del "Comité de Conservation des Monuments et de l'Art Arabe" e gli fu talmente vicino che lo volle al suo capezzale prima di morire. Tra le sue opere, ricordiamo l'Università del Cairo, in stile neo arabo in cui utilizza tuttavia anche lo stile neo cinquecentesco e l'arte mamelucca, il mausoleo della Regina Madre e quello dello stesso Sultano, le facciate del palazzo e gli appartamenti pubblici e privati della casa reale che amplia e innova: gli interni sono in stile gotico, neo barocco, ma con una sala del trono in stile arabo. Come suo disegnatore chiamerà un giovane architetto connazionale: Mario Rossi, che costruirà 300 moschee in Egitto e diventerà celeberrimo.

 La storia dell'architettura italiana in Egitto non si ferma qui, basti pensare che tanti palazzi del lungo mare di Alessandria sono edificati da progettisti del bel Paese a cui seguirono altri italiani, anti fascisti, che cercarono riparo in quelle zone, ma questa è ancora un'altra storia... 

 


 

Rosita Ferrato

27/05/2014