Migrando verso il teatro: Isola Quassùd Liquid Company | Isola Quassùd Liquid Company, Lampedusa, Emanuela Pistone, Baye Gaye, Catania, Nicola Piovani, Vincenzo Cerami, Gianni Rodari, Erri De Luca, Yrghalem Teferi Abraha
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Cristiana Scoppa   

Sono vestiti di bianco, come di bianco sono vestiti i soccorritori cui tocca il lavoro più sporco: recuperare i corpi, gli abiti, gli striminziti bagagli di chi non ce l’ha fatta, di chi ha finito il suo viaggio della speranza attraverso il Mediterraneo con un viaggio verso l’aldilà (se ci crede). Lo spettacolo che stanno costruendo scena dopo scena mentre già lo portano in tournée (noi lo abbiamo visto al Sabir Fest di Messina), si chiama Life is beautiful. Un rito di comunione per le vittime del Mediterraneo, e vuole essere un canto di speranza, soffio vitale, parola di pace, pur affondando le radici nella tragedia, anzi in UNA tragedia: la Tragedia di Lampedusa, che ha fatto del 3 ottobre 2013 una data che non dimenticheremo più, insieme ai suoi oltre 368 morti, a poche centinaia di metri dalle coste dell’isola.

//Life is beautiful - Isola Quassùd Liquid Company IQLC - Trailer spettacoloLife is beautiful - Isola Quassùd Liquid Company IQLC - Trailer spettacolo 

La Liquid Company è stata costituita dall’associazione Isola Quassùd di Catania il 16 ottobre 2013, all’indomani della Tragedia di Lampedusa. I suoi componenti vengono da Egitto, Senegal, Sudan, Eritrea, Guinea, Vietnam, Filippine, e Italia, anzi Sicilia. Alla guida della compagnia, la regista e attrice Emanuela Pistone, che nel 2004 ha dato vita all’associazione multiculturale Isola Quassùd per realizzare progetti di integrazione sociale, promozione delle espressioni culturali africane ed educazione artistica e performativa rivolta principalmente, anche se non solo, a giovani di origine straniera. Al suo fianco, Baye Gaye, pittore e scultore senegalese, a lungo “nomade” in Europa e in Italia con mostre ed esposizioni, fino a “mettere radici a Catania, dove attraverso il teatro ho scoperto una dimensione performativa della mia arte che ora ho intenzione di continuare a esplorare, perché da ancora più forza a quello che da sempre è al centro del mio lavoro: la comunicazione”.

 

//Emanuela PistoneEmanuela PistoneEmanuela Pistone, che nel suo percorso ha anche una laurea in Lingue e letterature straniere e una specializzazione in Traduzione Letteraria conseguita all’Università La Sapienza di Roma, è una “emigrata di ritorno”. Siciliana, ha vissuto e lavorato per vent’anni a Roma: televisione, radio, e tanto teatro con maestri come Nicola Piovani e Vincenzo Cerami, “e all’inizio non ero per niente contenta di tornare al Sud”, una scelta di cui era stato artefice il marito. Poi, con la fondazione di Isola Quassùd, le cose sono cambiate, al punto che oggi dice: “Non cambierei la Sicilia con nessun altro luogo”.

 

E “tipicamente” siciliano, nel senso dell’accoglienza calda e avvolgente, è il carattere impresso a questa compagnia. Così la casa di Emanuela non è solo la sede dell’associazione, ma una vera casa dove possono abitare, per un periodo, i membri della compagnia che hanno bisogno di un tetto. E per due di loro, Mithat Mounir e Moustafa Nagi, 17 anni, amici arrivati dall’Egitto il 10 agosto 2013 su un barcone, l’unico approdato – “per sbaglio, dopo una settimana di navigazione”, sorride Emanuela – su una spiaggia nei pressi di Catania, Emanuela è diventata quasi una seconda mamma, avendo avviato il percorso per prenderli in affido in accordo con la Comunità Futura89 che li ospita e dove lavora come mediatore un altro collaboratore di Isola Quassùd, ‘Abdel Fetah.

Altro aspetto originale di Isola Quassùd Liquid Company è il fare insieme, in cui si sente il portato di una cultura “comunitaria” africana, che deve qualcosa senz’altro ai senegalesi che collaborano con Emanuela Pistone da più tempo: Badou Gueye, oggi mediatore culturale, che ha iniziato a lavorare negli spettacoli di Emanuela Pistone nel lontano 2000, e Mansour Gueye, che fa parte dell’associazione dalla sua fondazione, e lavora come aiuto regista e assistente di palcoscenico, oltre che attore.

 

Così in Life is beautiful ai testi di Gianni Rodari o Erri De Luca, che raccontano la migrazione con la maestria del grande scrittore, si affiancano i testi [che trovate in calce] – altrettanto poetici e resi incredibilmente forti dall’esperienza di vita che li sostanzia – degli attori e attrici che sono in scena: il sudanese Mustafa Abdelkarim, 22 anni, laureato in statistica, titolare di una borsa di studio del Ministero degli Esteri per studiare Scienze politiche e relazioni internazionali, giornalista e poeta, o l’eritrea Yrghalem Teferi Abraha, che ha vent’anni, è nata a Catania da genitori rifugiati, ma sente nella carne e nell’anima il dramma di tanti suoi connazionali che ora affrontano un viaggio molto diverso da quello che pure fece suo padre. Al punto che in scena la voce le trema, sembra quasi morirle in gola mentre le lacrime premono dietro gli occhi, quando legge il suo requiem per chi ha perso la vita in quel tragico 3 ottobre . “Per questo studio scienze politiche e relazioni internazionali, e sono la rappresentante della Comunità dei Giovani Eritrei di Catania”, dice risoluta. “Il teatro ci aiuta a far capire il dramma che vivono i giovani nel mio paese, ma poi bisogna fare qualcosa, qualcosa di concreto, perché le cose per loro cambino”.

 

Migrando verso il teatro: Isola Quassùd Liquid Company | Isola Quassùd Liquid Company, Lampedusa, Emanuela Pistone, Baye Gaye, Catania, Nicola Piovani, Vincenzo Cerami, Gianni Rodari, Erri De Luca, Yrghalem Teferi AbrahaA occuparsi dell’organizzazione c’è Maria Sanfilippo, nata a Bonn da emigrati siciliani e tornata adolescente in Sicilia, dove ha potuto sperimentare tutte le difficoltà di chi è “straniero, nonostante sia nel suo paese, perché è nato e cresciuto in un altro luogo, dove le cose funzionano in un altro modo, e tutto qui mi sembrava difficile, estraneo, al punto che ero diventata timidissima”, ricorda. Ora lavora come mediatrice culturale all’Università di Catania, dove assiste gli studenti stranieri “dai permessi di soggiorno al fare la spesa al mercato”, al punto da essersi guadagnata sul campo gli espliciti soprannomi di “Nokia-Connecting people” e “Problem solver”.

È stata lei a coinvolgere tanti di loro, come la dinamica e sorridente Renata Nabalim, 20 anni, arrivata in Italia appena un anno fa, su invito della sua “seconda mamma, una italiana che lavorava in un progetto nel mio paese, che mi ha visto nascere e mi ha cresciuto insieme a mia mamma, e che poi mi ha aiutata ad avere il permesso di soggiorno per studio”. Ma nonostante il suo italiano davvero perfetto, non ce l’ha fatta a passare il test di medicina, “perché le quote riservate agli stranieri erano già finite”. Così ora studia come fisioterapista, balla e fa teatro con Isola Quassùd. In futuro si vedrà.

 

Su un barcone sono arrivati anche Oury Seydi e Mamadou Kebe, entrambi senegalesi, dopo aver attraversato a piedi, in un viaggio durato alcuni anni, il Sahara fino alla Libia. Il loro italiano è ancora incerto, il lavoro prende forma piano piano, ma in fondo per adesso va bene così, perché Isola Quassùd è diventata un po’ la loro casa e Life is beautiful un percorso per elaborare, portandola sulla scena, anche solo con la forza dei corpi, l’esperienza difficilissima vissuta quando erano poco più che adolescenti.

 

Insieme a loro e agli altri professionisti che prestano la loro opera volontariamente – dal violinista Lorenzo Mazzamuto, di casa più a Mosca che in Sicilia ormai, al musicista Riccardo Insolia, all’attore Domenico Gennaro qui in veste di fotografo e regista video – Emanuela Pistone costruisce un equilibrio dinamico tra spontaneità e disciplina: “Cerco di insegnare loro quello che c’è di buono nel teatro tradizionale”, sintetizza, “e cerco di prendere da loro quello che c’è di buono nella spontaneità, per metterlo in scena”. A ispirarla, il lavoro di Pippo Del Bono, cui si è avvicinata negli ultimi anni: “Perché in fondo tutto ruota intorno al rapporto che abbiamo con la verità, la verità di noi stessi: qui nessuno ‘recita’ in senso tradizionale, lo spettacolo si costruisce sull’autenticità di ciascuno, e il lavoro consiste proprio nel costruire questa autenticità in modo che possa essere comunicata al pubblico”.

 

Un risultato senz’altro raggiunto, a giudicare dagli applausi entusiasti che gli spettatori del Sabir Fest hanno tributato alla compagnia lo scorso 27 settembre. Prossimo appuntamento: il 17 ottobre a Catania, quando lo spettacolo inaugurerà la stagione del teatro Machiavelli, affidato per tre anni dall’Università di Catania all’associazione Ingresso Libero, partner di Isola Quassùd, che qui troverà lo spazio giusto per far crescere l’attività della sua Liquid Company. E Life si beautiful torna in scena il 25 ottobre, sempre al Machiavelli di Catania, con una serata realizzata per e con Amnesty International.

//Isola Quassùd Liquid Company al Sabir Fest di Messina (© babelmed)Isola Quassùd Liquid Company al Sabir Fest di Messina (© babelmed)

 

I testi dello spettacolo Life is beautiful. Un rito di comunione per le vittime del Mediterraneo

 

Lampedusa 3 ottobre 2013

di Yrghalem Teferi Abraha

 

“Quando arriverò in Europa, avrò così tanti soldi, che ne manderò ogni mese alla mia famiglia, comprerò una casa in paese, acquisterò una macchina, e poi...” e poi non si sa come andrà a finire, ma l’importante è arrivare in Europa. La famosa Europa che illude milioni di giovani, attraverso la televisione, di poter trovare l’impossibile. Abbandoniamo la nostra Patria, i nostri Cari, il Rispetto, la Dignità. Niente e nessuno ci potrà fermare. Non c’è scampo a questi pensieri quando emergono.

Siamo già partiti, siamo in Sudan, non si sa per quanto, giusto il tempo per raccogliere qualche dollaro americano e attraversare il deserto del Sahara. Il deserto più vasto al mondo che non ha né un inizio e né una fine. Veniamo trasportati in un camion, non molto capiente, siamo in 500, 600, 700 persone. Chi è fortunato si attacca al motore, come una scimmia, chi è sfortunato riposerà in pace e di lui/lei rimarranno solo le ceneri spolverate dal vento del Kemsin.

Fa caldo, ci sono 50° gradi, non si può respirare, non abbiamo abbastanza acqua per dissetarci. Beviamo la nostra pipì. Il tragitto potrebbe durare una o due settimane. Il peggio è passato siamo già arrivati in Libia ma anche questo Stato sarà solo di passaggio. Non sappiamo dove ci porteranno. Più che persone sembriamo un ammasso di spazzatura. Non esiste il diritto di vivere.

Veniamo chiusi in un carcere, una piccola stanza al buio da cui si intravede una piccola luce di speranza. Al giorno un pasto solo, non ci sono servizi igienici, le donne vengono violentate davanti ai loro bambini, gli uomini vengono frustati. L’unica salvezza è il denaro. Chi ne possiede ne esce libero, chi invece no, aspetta il suo turno in preghiera. 3.500 dollari americani per salire su una barca. Circa 500 persone, dal più piccolo al più anziano.

Il clima era perfetto e il mare era calmo. Pregavamo affinché arrivassimo sani e salvi. Ognuno di noi teneva la Bibbia o il Corano, ma la preghiera era una sola, in una sola lingua. Eravamo vicini al traguardo, “Forse siamo in Italia, grazie a Dio!” Ma la barca si blocca, forse un guasto al motore, non lo sappiamo. Avevamo cominciato a sventolare un lenzuolo bianco, acceso da una fiamma per farci vedere. “Ci stanno venendo in soccorso!” ma la guardia costiera fa solo un giro attorno alla barca. Avevamo paura delle fiamme, e allora per salvarci ci siamo massi tutti da un lato, non capendo che la barca perdeva equilibrio.

L'acqua era gelida e salata. Gole secche, labbra gonfie, nere incapaci di ridere e di lacrimare. Armati di coraggio e con la paura unica compagna. Fermi, confusi, impotenti. Senza soccorritori, senza salvagenti. Neanche il pianto disperato di un bambino spezzava il silenzio profondo del mare. Fuoco, panico, uno ad uno cademmo giù in mare. Erano ormai le 6 del mattino. Sentivo le urla di chi, disperato, non trovava appiglio a nulla, se non a discapito di chi gli stava intorno, aggrappandosi a spalle, o spingendo in giù la testa di qualcuno per permettersi il lusso di una boccata d’aria in più.

Era accaduto l’impensabile. Ce l’avevano detto che era pericoloso, che non ne valeva la pena, ma non volevamo crederci. Ora non ci resta altro che pregare sulle salme dei nostri fratelli, cercando di trovare la bara esatta. Sono disposte in fila indiana, sono bianche e marroni. Quella al centro è Semhar, forse è quella in fondo a destra, magari è Barkie, o forse è Suleman. Vorresti guardarli mentre sono nel loro sonno profondo. L’ultimo desiderio è accarezzarli uno ad uno, stringerli forte e assicurare loro che gli sarai sempre accanto. Fissi a lungo le bare e ritenti di riconoscere il fratello, la sorella, il marito, il cugino, il figlio, ma non ce nulla da fare.

Non hanno un nome, un’identità. L’identità tanto desiderata, che avevamo ottenuto dopo lunghi anni di lotta per l’indipendenza. Non è questo che volevamo. Eravamo finalmente liberi di chiamarci Eritrei, di poter affermare che eravamo indipendenti. Non è questo che meritiamo, noi un popolo fiero, orgoglioso con qualche punta di arroganza. Non lo merita la nostra terra. La terra che ancora aspetta di riabbracciare i propri cari, che non chiede altro, ancora oggi, che di farli tornare in Patria.

Madre

di Mustafa Abdelkarim

Ho nostalgia del pane di mia madre

del tè di mia madre

della carezza di mia madre,

devo essere degno della mia vita

perché se morissi mi vergognerei

per le lacrime di mia madre.

E se tornassi, un giorno,

tienimi come un velo per le tue ciglia

copri le mie ossa d’erba

benedetta dalle tue impronte

legami a te

con un ricciolo dei tuoi capelli

con un filo che spunta dietro al tuo vestito

potrei diventare immortale

diventare un Dio

se toccassi il fondo del tuo cuore.

Se tornassi,

usami come legna per il tuo fuoco

come stendino sul tetto della tua casa.

Senza la tua benedizione

Sono troppo fragile per stare in piedi

Sono troppo cresciuto

Restituiscimi la mappa delle stelle

Insieme alle rondini

In modo che io possa ritrovare il cammino

E la strada

Che porta al tuo nido