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Clément Girardot   

La guerra e i giocattoli raramente vanno d’accordo, eppure i negozi di giocattoli traboccano di armi di plastica e soldatini. Nel suo progetto War-Toys, letteralmente Guerra-Giocattoli, o Giocattoli di guerra, il fotografo Brian McCarty usa i giocattoli per raccontare le storie e ricreare i ricordi di bambini e bambine che vivono in zone di conflitto. McCarty li ha incontrati in Israele, in Palestina e più recentemente in Libano, dove ha lavorato con l’arte terapeuta Myra Saad. Abbiamo così avuto l’occasione per porgli alcune domande.

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Come è cominciato questo progetto?

Brian McCarthy. War-Toys prende le mosse da una mostra fotografica cui sono stato invitato a partecipare a Zagabria, subito dopo la guerra d’indipendenza croata. È stata questa la prima volta in cui ho guardato ai giocattoli prodotti in serie come oggetti e strumenti per decostruire la guerra. Giochi di guerra | Brian McCarthy, Ebticar, Mashallah News, Myra Saad, Giocattoli di guerraIn quel momento non avevo ancora stabilito la connessione tra i giocattoli e l’oggettiva esperienza individuale del conflitto. Negli anni seguenti, i semi di questa idea hanno cominciato a germinare, in particolare quando ho visto i disegni dei bambini traumatizzati dalla guerra e ho appreso dell’uso dell’arte terapia e della terapia del gioco come metodi per il recupero e la cura. Ho iniziato a collaborare con esperti di terapie espressive per sviluppare un metodo per lavorare in modo sicuro con bambini e bambine potenzialmente traumatizzati, facendone in un certo senso i miei art director. Le tecniche fotografiche che utilizzo sono state sviluppate nel corso di vent’anni di lavoro come “fotografo di giocattoli”. Prima dell’avvento di Flickr e Instagram, la mia era una specializzazione piuttosto rara tra i fotografi commerciali e d’arte. Nel corso della mia carriera ho avuto la fortuna di poter ritrarre ciò che amo senza dover fare troppi compromessi, pur lavorando per clienti come Disney, Cartoon Network e Hasbro. Anche se l’intenzione è molto diversa, ho scattato le fotografie di War-Toys con le stesse tecniche utilizzate per un lavoro su commissione.

Giochi di guerra | Brian McCarthy, Ebticar, Mashallah News, Myra Saad, Giocattoli di guerraDove trovi i giocattoli che utilizzi per “posare” nelle tue fotografie?

Brian McCarthy. Fin dall’inizio ho deciso di utilizzare soltanto giocattoli trovati nel luogo del progetto. L’idea era di fornire nelle fotografie anche una sorta di commento socio-economico e mostrare le differenze culturali. Nei fatti però le cose sono andate diversamente, e la realtà è stata assai più rivelatrice. Ho trovato esattamente gli stessi giocattoli made in China ovunque, anche a Gaza. L’unica differenza era che la loro qualità era molto peggiore. La maggior parte dei giocattoli sembravano scarti di produzione, non buoni abbastanza per essere venduti altrove, pur essendo fatti con gli stessi stampi dei giocattoli che si potevano trovare al di là del confine, in Israele. Avendo lavorato per così tanti anni nell’industria dei giocattoli, queste sfumature della produzione e della distribuzione mi affascinavano. Finora, anche intorno agli accampamenti di tende, ho sempre trovato i giocattoli necessari per mettere in scena in racconti dei bambini.

Giochi di guerra | Brian McCarthy, Ebticar, Mashallah News, Myra Saad, Giocattoli di guerraPerché scatti sempre le tue fotografie da terra?

Brian McCarthy. La risposta più semplice è che stare a terra è la posizione più naturale per vedere il mondo dal punto di vista dei giocattoli. Posso, e a volte lo faccio, forzare la prospettiva, portandola al livello dell’occhio umano, degli adulti, ma questo accade solo per specifiche ragioni creative. Come regola generale, cerco di mantenere il giocattolo in connessione con il contesto che lo circonda proprio appoggiandolo direttamente sul terreno. Questo può essere un limite, e a volte rende il lavoro più complesso, ma a giudicare dai risultati direi che ne vale sempre la pena.

Giochi di guerra | Brian McCarthy, Ebticar, Mashallah News, Myra Saad, Giocattoli di guerraCome hai lavorato per adattare il progetto generale alle diverse realtà locali?

Brian McCarty: Lavorando con i rifugiati è spesso impossibile recarsi nei luoghi dove gli eventi raccontati dai bambini hanno avuto luogo. Essendo americano, non posso viaggiare in sicurezza in Siria, per esempio, per questo scelgo di lavorare all’interno o nelle immediate vicinanze dei campi profughi, e cerco di mettere in evidenza il contesto in cui vivono attualmente i bambini con i loro ricordi. A parte questi adattamenti, il cuore del progetto resta lo stesso, indipendentemente da dove mi trovo e dalle specifiche condizioni che devo affrontare. Le interviste artistiche con bambini e bambine e i disegni che ne scaturiscono sono il punto di partenza da cui prende sempre avvio il mio lavoro.

Che cosa sono le “interviste artistiche”?

Myra Saad: In pratica sono interviste basate sulla creazione artistica come strumento principale di comunicazione. Anziché basarsi interamente sul contenuto verbale, l’intervistatore si basa soprattutto sulle rappresentazioni visive. L’opera d’arte realizzata serve soprattutto per comprendere e analizzare l’esperienza dei/lle bambini/e. Nel nostro lavoro con i bambini in Libano abbiamo utilizzato l’arte terapia, metodo sviluppato nel settore della salute mentale, una specie di psicoterapia, con obiettivi e valori simili: favorire l’espressione dell’individuo, illuminare le sue emozioni e comportamenti, eventualmente cambiare gli schemi auto-distruttivi e trovare modi più sostenibili per affrontare le sfide della vita.

Come è stata integrata la fotografia nella terapia e quali benefici ha portato ai bambini?

Myra Saad: Il processo di guarigione e recupero dal trauma subito durante una guerra può essere lungo. Nel progetto War-Toys abbiamo incontrato i/le bambini/e solo una volta, senza fare della terapia vera e propria. Allo stesso tempo non volevamo incontrare i piccoli, riaprire le loro ferite e andarcene. Per questo abbiamo utilizzato l’approccio dell’arte terapia, che può funzionare per rafforzarne le risorse interiori. I bambini hanno avuto modo di raccontare la propria storia, di essere ascoltati in un ambiente protetto e giocoso. Ciò che è unico, in questo progetto, è che i bambini sono consapevoli del ruolo fondamentale che vi svolgono: mostriamo loro le fotografie realizzate nelle precedenti iniziative di War-Toys, e comprendono come queste fotografie faranno il giro del mondo raccontando le loro storie. Diventano consapevoli del senso della loro esperienza, e del loro ruolo creativo.

In Libano avete lavorato a Tripoli e nella Valle della Bekaa: come erano strutturati i due interventi?

Brian McCarthy: La Fondazioen Kayany ci ha molto gentilmente messo in contatto con il suo personale e con le scuole elementari della Valle della Bekaa. Lì, su terreni agricoli presi in affitto dai contadini, c’è una serie di accampamenti di tende che ospitano rifugiati siriani arrivati in Libano recentemente. Myra ha fatto le interviste artistiche con quattro piccoli gruppi di allievi nel corso di due giorni. Poi abbiamo passato altri tre giorni nella zona per ricreare i loro racconti con i giocattoli trovati nei dintorni.

Prima ancora di conseguire il Master in arte terapia, Myra aveva lavorato con l’associazione Nader per la riabilitazione dei bambini coinvolti nella microcriminalità nella zona di Tripoli. Il centro gestito dall’associazione accoglie ragazzi emarginati e a rischio, e per molti di loro è l’ultima opportunità per tornare a una vita regolare. Molti di loro vengono dalla strada e da ambienti molto abusanti. Alcuni sono stati testimoni, o hanno partecipato, ai continui combattimenti tra Jabal Mohsen e Bab al-Tabbaneh. Nader accoglie ragazzi provenienti da entrambi i fronti del conflitto, e cerca di interrompere la spirale di odio che da centinaia di anni infiamma la regione. Ogni incontro comincia sempre mostrando loro i lavori precedenti affinché si rendano conto di come saranno utilizzati i loro racconti. Al centro Nader, la reazione dei ragazzi è stata immediata e molto rivelatrice: l’idea di ricreare i momenti vissuti, o anche semplicemente di condividerli, sembrava loro ridicola. Chiunque cominciasse a raccontare qualcosa veniva preso in giro. È stato solo grazie alla formazione e al talento di Myra, che piano piano hanno cominciato a sentirsi a proprio agio, raccontare alcune delle esperienze vissute e condividere i loro pensieri. Io ho fatto del mio meglio, ma molti dei ragazzi rispondevano in maniera aggressiva alle domande, probabilmente perché ripetevano schemi comportamentali interiorizzati per proteggersi dalle emozioni che emergevano.

Come inizi un nuovo progetto?

Brian McCarthy: Inizio sempre prendendo contatto con organizzazioni locali, nella speranza di ottenere il loro sostegno. Via via che cresceva l’attenzione intorno a War-Toys, è diventato più facile, ma possono esserci ancora delle diffidenze. Sia il progetto e più in generale il mio lavoro, non sono molto facili da spiegare, e le organizzazioni che assistono i bambini sono in genere molto prudenti e protettive rispetto a intrusioni dall’esterno. Ho imparato che posso parlare per mesi via Skype o scambiare email, oppure semplicemente recarmi sul posto e riuscire a organizzare tutto nel giro di una settimana. Perché le persone sono più disponibili se hai modo di parlare di persona. Detto questo, visto che i fondi a disposizione sono molto pochi, mi arrangio di volta in volta. Abbiamo dovuto rimandare le missioni in Colombia e Sud Sudan, per esempio, perché dopo aver fatto tutti i piani non siamo riusciti a ottenere un vero impegno dalle controparti. Sono sicuro che le cose si sarebbero potute aggiustare una volta sul posto, ma nel frattempo ho ricevuto l’invito per il Libano e ho colto questa opportunità.

Quale impatto speri di avere con questo progetto?

Brian McCarthy: Sono troppo realista per sperare in chissà quale impatto di War-Toys, piuttosto cerco di puntare su obiettivi individuali. Voglio offrire un sostegno e dare una voce a questi bambini, alcuni dei quali sono così traumatizzati da non riuscire nemmeno a comunicare attraverso la parola. Lavorando insieme a loro, voglio offrire loro l’opportunità di farsi sentire grazie a un format capace di risvegliare l’attenzione anche di chi sembra sordo di fronte alle loro sofferenze. Da un certo punto di vista, War-Toys è stato progettato in maniera da superare le barriere difensive che le persone si costruiscono e permettere alla realtà della guerra di essere compresa in maniera più “digeribile”, filtrandola attraverso il gioco. Di fronte a immagini che mostrano i reali costi della guerra, molte persone si girano dall’altra parte, letteralmente e metaforicamente. La loro repulsione o sordità protegge la loro psiche da eventuali ferite. La guerra va oltre la normale esperienza umana, ed è quasi impossibile elaborarla concettualmente, anche per coloro che ne hanno avuto un’esperienza diretta. Quando sono i giocattoli a impersonare gli orrori della guerra, è come se si aggiungesse un cucchiaino di zucchero metaforico per aiutare a mandare giù la medicina, così che la realtà che spaventa possa essere interiorizzata. Una volta fatta propria, spero che aiuti a pensare in modo nuovo, almeno un pochino. 

 


Clément Girardot 

Traduzione di Cristiana Scoppa

25/01/2016