Il mediterraneo, fonte d’ispirazione infinita | Fadwa Miadi
Il mediterraneo, fonte d’ispirazione infinita Stampa
Fadwa Miadi   
Nella piccola famiglia dei documentaristi marocchini, Othman Naceri si colloca nella categoria “giovani speranze”. Formato all’ Ecole Supérieure de Réalisation Audiovisuelle di Parigi e alla Media Business School di Malaga, ha diretto insieme a Wahid el Moutanna Les figurants, mirages de Ouarzazate , (2007), e realizzato Mediterranova (2006), un film sul “sogno africano” visto dagli andalusi.
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Mediterranova

“Poiché in Marocco il documentario non è ancora un genere independente, pochi sono i produttori che si avventurano in questo spazio” ci dice subito Naceri che, nonostante l’insufficienza d’infrastrutture e di contatti, resta ottimista. “Non siamo totalmente isolati, ma non conosco associazioni che riuniscono esclusivamente documentaristi. Personalmente, sono stato invitato a seguire una formazione finanziata dall’Unione Europea per esplorare nuove forme di co-produzione tra le due rive del Mediterraneo. E così sono entrato a far parte di una rete mediterranea di registi-produttori, accomunati da un interesse particolare per il documentario”.
Come altri numerosi professionisti del documentario, Naceri spera che il Centro Cinematografico Marocchino, principale ente finanziatore del paese, svilupperà un sistema d’aiuti riservati al “cinema del reale”.
Naceri, che dirige sia corti di finzione che documentari, definisce questi ultimi come “un’immersione in diversi mondi, che il reportage descrive solo in modo superficiale”. Al di là di un’evidente missione informativa, il documentario deve sensibilizzare, far sognare e, soprattutto, ridestare lo spettatore di fronte all’ignoto” ci spiega il regista. A suo parere l’oggettività, propria del reportage, non è l’elemento costitutivo del documentario. Egli rivendica per questo genere cinematografico una certa soggettività, ma soprattutto l’onestà intellettuale e il rispetto nei confronti della storia rappresentata.
Quando si parla della diffusione dei documentari, Naceri tira in ballo un’altra preoccupazione: “Il problema è che in Marocco confondono ancora il reportage con il documentario. Il primo, fattuale ed informativo, è molto diffuso in televisione, in particolar modo su Medi 1 Sat. Il documentario, invece, trova posto piuttosto nei festival” rimpiange il giovane regista, che vorrebbe una diffusione dei documentari più lunghi anche nelle sale cinematografiche, come in Europa, alla stregua dei film di finzione.
Questo vuol dire che un documentario sarà condannato ad essere visto solo dai pochi fortunati che frequentano i festival? “Tutto dipenderà dalla qualità del documentario e dallo spessore del regista e del produttore. Generalmente, i documentari che propongono riflessioni su temi come la memoria e gli stili di vita originali piacciono. Trovano facilmente posto nei festival e sul mercato internazionale… in attesa che i nostri canali ne programmino più regolarmente. Penso che la diffusione seguirà l’evoluzione della produzione di questo genere cinematografico, che ai giorni d’oggi è ancora in fase embrionale”.

A proposito di eventuali linee rosse che il documentarista marocchino non deve oltrepassare, pena la censura: “è evidente - afferma Naceri - che se il film è destinato alla televisione, ci sarà un certo numero di cose da non dire. Ma nell’insieme abbiamo conquistato una certa libertà che ci permette di trattare tutti i temi, soprattutto se il documentario è frutto di una produzione indipendente o se è destinato a festival o cineclub. Nell’insieme, se si è intelligenti, si evita la provocazione o la diffamazione gratuita, si può trattare qualsiasi tema, senza il minimo tabù. Il Marocco ha fatto molti passi avanti”, si rallegra Naceri.
Lui stesso, nei suoi film, dice di voler andare incontro a “quelli che non vivono come noi, ma che sono molto vicini a noi. Esistono in Marocco cosi tanti stili di vita sconosciuti, inattesi e fuori dal coro. I nomadi, per esempio, mi affascinano molto. Non sono come li presentano i dépliant turistici. Io amo andare tra questa gente, perlopiù sconosciuta a noi cittadini, ricchi o poveri”.
Naceri pensa che invece di trattare temi poco esplorati, i documentaristi marocchini dovrebbero piuttosto cercare nuovi modi di raccontare questi soggetti.
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Nos lieux interdits
“Il documentario in Marocco è ancora ampiamente informativo, dovrebbe invece scavare più a fondo la realtà delle cose come ha fatto, ad esempio, la regista Leila Kilani con il documentario Nos lieux interdits , (2008). È di questa profondità che il documentario marocchino ha bisogno per evolversi.”, ritiene il regista.
Complessivamente, pensa che i suoi colleghi affrontino temi piuttosto impegnati: gli anni di piombo, la delicata questione del Sahara, l’immigrazione clandestina e i veterani di guerra, che tornano regolarmente, rivisitati sotto diversi punti di vista più o meno originali. “Curiosamente - rileva il giovane regista - la faccenda Mehdi BenBarka [NDR: uomo politico, membro dell’opposizione marocchina, scomparso a Parigi nel 1965], che ha consumato molto inchiostro nella stampa, non è stata trattata dai documentaristi, ma è stata oggetto di vari adattamenti cinematografici”.
Tutto sommato - conferma Naceri - i mali della società, passati o presenti, preoccupano ancora molto, probabilmente in vista del futuro, il mondo del documentario marocchino”.
Stranamente, se a Naceri arrivano echi di polemiche suscitate da film come Marock della giovane regista Leila Marrakchi (2005) o più recentemente Amours voilés , (2008) di Aziz Assalmi, i documentari, probabilmente a causa della loro diffusione più limitata, non hanno mai suscitato grandi polemiche.
Oltre a Leila Kilani che per ben due volte nella sua giovane carriera ha sfiorato il premio del Miglior Documentario al Festival Panafricano di Ouagadougou, Naceri cita in particolar modo tra i documentaristi marocchini Ali Essafy, “che ci ha permesso di viaggiare con le Chikhates (cantanti popolari delle campagne marocchine) per farci scoprire il loro stile di vita, il loro blues… o Hakim Bellabes, che fa ugualmente del documentario finzione a modo suo”.
Il suo ultimo lavoro, Harfat bouk, (Il mestiere di tuo padre), è un ritratto della sua città natale, Bejjad.
Se c’è un tema che il giovane Othman Naceri vorrebbe veder trattato in un documentario è “L’immigrazione inversa” di Occidentali che si trasferiscono in Marocco, fenomeno che, secondo lui, è notevolmente aumentato da quando c’è la crisi.
Infine quando si discute dell’esistenza di un’eventuale specificità mediterranea dei documentari realizzati nei paesi delle due rive, Othman Naceri pensa che di certo esiste. D'altronde uno dei suoi film si chiama Mediterranova . “ Il documentario è, a mio avviso, lo strumento più adeguato per raccontare l’atmosfera di un luogo. Trasmette sensazioni, emozioni che la letteratura o i classici media hanno spesso difficoltà a trasmettere e descrivere. Questo include anche la musica, la messa in scena. La gente del mediterraneo ama le proprie regioni ed è cosciente della ricchezza e del cosmopolitismo che caratterizzano questa zona, è questo che ne fa una fonte d’ispirazione infinita”, conclude Othman Naceri.


Fadwa Miadi
Traduzione dal francese di Matteo Mancini
(22/04/2009)


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