Intervista ad Andrea Segre | Federica Araco
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Federica Araco   
Intervista ad Andrea Segre | Federica AracoLa sentenza di Strasburgo è l’ennesima conferma dell’incostituzionalità e dell’illegalità dei provvedimenti adottati dal governo Berlusconi in materia di immigrazione. Ma l’esecutivo Monti, pur dichiarando di voler scegliere strade alternative, non ha mai condannato i respingimenti e continua a parlare di emergenza, piuttosto che di accoglienza e integrazione.
La sentenza di condanna arriva nel momento in cui non si rispetta una legge. Il cambiamento importante è sul piano politico, ma da solo non basta a imporre nuove regole. L’Italia respingendo i migranti in alto mare ha infranto delle regole e Strasburgo ha segnato ufficialmente la sua colpevolezza, ma non abbiamo nessuna certezza che l’attuale governo non ricorra più a questo metodo in futuro. Deve cambiare la base storica e culturale di quel consenso. E per questo, è necessario che il paese acquisisca coraggio politico, e in questo periodo ce ne è poco, ed è importante che continuino a esser prodotti racconti e film capaci di restituire la parola a chi ha visto e vissuto quella tragedia umanitaria sulla propria pelle. Nel campo profughi di Shousha, in Tunisia, la sentenza della Corte è stata accolta con entusiasmo perché le vittime dei respingimenti hanno visto per la prima volta riconosciuta l’ingiustizia subita. Ma la loro realtà non è cambiata per questo: sono tutti ancora lì, bloccati, sospesi, in attesa di imbarcarsi verso l’Europa. Il barcone arrivato a Lampedusa l’altra notte, con i dieci migranti dispersi in mare, era partito da Shousha con a bordo migranti somali ed eritrei, e già altri si preparano a partire…

Quanto ha influito il crollo dei regimi magrebini sull’aumento dei flussi? E cosa sta cambiando nelle rotte migratorie subsahariane?
I grandi centri di detenzione libici, costruiti con i finanziamenti del governo italiano tra il 2006 e il 2009, sono stati chiusi o destinati ad altri scopi. I meccanismi della macchina di controllo dei flussi innescata dall’Italia sono saltati ma adesso è necessario un percorso politico e sociale in Libia che metta al centro delle politiche migratorie i diritti umani e il rispetto delle persone. Il cammino sarà lento e graduale, il paese è ancora politicamente instabile e in questa difficile transizione stanno emergendo forti tensioni razziali. Inoltre, le milizie sono in parte ancora formate dagli stessi poliziotti che in passato attuavano metodi di una violenza inaudita. Da parte dell’Europa, purtroppo, l’atteggiamento non è cambiato. La Cancelliera tedesca ha incontrato alcuni rappresentanti del non ancora governo libico provando a trovare nuovi accordi per la gestione bilaterale del fenomeno migratorio. La parola d’ordine è ancora “bisogna fermarli”, perché politicamente questo è l’atteggiamento che garantisce più voti. Provocatoriamente, dico che bisognerebbe piuttosto organizzare dei traghetti e cominciare a gestire il flusso in modo regolare. Il che significa: salvare vite umane, risparmiare e consolidare l’apparato di accoglienza e integrazione, che in Italia manca completamente. In una parola: cambiare rotta.

Intervista ad Andrea Segre | Federica Araco
"Mare chiuso"
In Mare Chiuso, le inquadrature senza tempo e i numerosissimi primi piani evocano l’assordante silenzio del contesto esterno e l’atmosfera, densa e cristallizzata, trasmette una sensazione di frustrazione immobile, disperata. Può parlarci di queste scelte di regia? Come si inserisce nella narrazione filmica il materiale video girato in mare?

Le scelte di regia hanno l’obiettivo di rimettere al centro di questi racconti l’essere umano che ne è protagonista. E questo lo faccio con un uso particolare della luce e con inquadrature che danno al pubblico la possibilità di conoscere le persone e non guardarle con distacco, come se si trattasse di un fenomeno da osservare. Nel mio lavoro è fondamentale il ruolo attivo delle persone. Il materiale girato in mare, per esempio, è stato consegnato più di un anno fa a Stefano Liberti ed è un documento importantissimo che testimonia la consapevolezza e la coscienza che hanno i migranti del loro esser testimoni attivi. Sono perfettamente in grado di comprendere le dinamiche storico-politiche nelle quali sono inseriti e vogliono esserne testimoni, conservarne le prove.

Come funzionano i circuiti di distribuzione del documentario sociale, in Italia? E all’estero?

In Italia non mancano occasioni di distribuzione e proiezione nelle città. Il vero buco è la televisione. Negli altri paesi europei, i documentari hanno uno spazio in prima serata, godono di ampia diffusione e di robusti finanziamenti. In Italia, l’unico spazio dedicato ai documentari è DOC3, che va in onda di notte, in estate, e per questo ha un impatto scarsissimo e pochissimi fondi. Poi ci sono i canali digitali, ma hanno una diffusione ancora minore e finanziamenti irrisori. Solo alcuni documentari riescono a entrare a pieno titolo nel circuito della grande distribuzione e sono seguiti dalla stampa nazionale. Eppure il pubblico c’è, l’interesse verso questo genere è in costante aumento. Mare Chiuso è uscito il 15 marzo e abbiamo ricevuto già centocinquanta richieste di proiezione in luoghi diversi di Italia. Questo significa che l’esigenza esiste, ma che è tenuta volontariamente ai margini perché esprime una parte della società civile critica e sensibile ad alcune tematiche e, per questo, poco ascoltata.

E per il futuro, film o documentario? Continuerà ad occuparsi di immigrazione?

Continuerò a raccontare storie, e di volta in volta sceglierò in quale forma farlo, se attraverso documentari o film. Di certo, il tema dell’immigrazione rimarrà un aspetto importante della realtà che provo a descrivere e comprendere.


Federica Araco
09/04/2012


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