Pietra e luce, terra e vento... architettura del passato da recuperare? | Florence Ollivry
Pietra e luce, terra e vento... architettura del passato da recuperare? Stampa
Florence Ollivry   
Concepita dal Dr. Karin Puett, che da 25 anni porta avanti le sue ricerche sulla storia dell'habitat siriano, l’esposizione presenta i lavori di Ikhlass Abbiss, fotografo tedesco di origine irachena, di Juliane Jaeger, specialista dell'architettura del Wadi An Nadarah, di Dr. StefanWeber (DAI) esperto di case damascene, di Julia Gonella, storica dell'arte specialista delle case di Aleppo, di Anke Scharrahs: restauratrice di ornamenti in legno e di Hamza Al-Chaban: abitante della Jazzeera(1). Un evento proposto nel quadro di “Damasco, capitale culturale del mondo arabo 2008”.

Palazzi decrepiti, case in terra cruda, attenzione: pericolo!
Nel 1979 l’UNESCO inserisce la città vecchia di Damasco nel patrimonio mondiale dell'umanità. Nel 1988 tocca alla città vecchia di Aleppo. Malgrado ciò non è stato possibile frenare l'abbandono nel XXº secolo, da parte degli aleppini e dei damasceni del cuore della città per i quartieri nuovi. Case disertate, abbandonate, cadenti...un patrimonio architettonico di inestimabile valore che oggi si trova minacciato. I proprietari hanno giudicato queste case fuori-moda e gli hanno preferito i “quartieri nuovi”, in un mondo moderno in cui il valore aggiunto sono la climatizzazione o un parcheggio davanti casa. Le famiglie ereditarie di queste Dar (casa, in arabo) centenarie le hanno giudicate troppo faticose da mantenere o da riscaldare in inverno, o troppo spaziose per una struttura familiare sempre più spesso “nucleare”.
Allo stesso modo nella Jazzeera siriana, all’habitat tradizionale, alla pietra naturale, alla torba mischiata con la paglia, all'ingegnoso sistema di cupole, viene spesso preferito il calcestruzzo, isolante mediocre che spesso richiede l'istallazione di un climatizzatore. Anche qui non si costruisce quasi più con i vecchi metodi.
Questa esposizione fotografica presenta anche l'habitat di basalto del Wadi An-Narah, ad ovest di Homs.
L’équipe di questi ricercatori, restauratori e fotografi, spera prima di tutto di attirare il nostro sguardo sull'estrema bellezza di queste architetture, sulla loro ingegnosità e sui loro vantaggi: cerca di mostrare come queste case, perfettamente adattate al loro ambiente, sono ancora abitabili, e come vi si possa ben vivere anche oggi, con le moderne esigenze di confort.
La mostra propone anche un'analisi di queste differenti tipologie di habitat, traduzione architettonica di un modo di vita e di strutture familiari e sociali. Ci invita allo sforzo di comprensione, al piacere della contemplazione, così come ad una presa di coscienza della fragilità di questo patrimonio in pericolo.

RI-conversioni RI-vitalizzanti?
Le case tradizionali di Damasco e Aleppo si vedono attribuire delle nuove funzioni che le allontanano dalla loro primaria vocazione di luogo abitato da una famiglia. Queste case, divenute parte del “patrimonio mondiale dell'umanità” e così nobilitate attirano i turisti. Questa reputazione internazionale favorisce la conversione dei luoghi in hotels, ristoranti, clubs, gallerie d'arte...La città vecchia ridiventa alla moda. I proprietari che avevano abbandonato questi quartieri giudicati troppo popolosi, vi ritornano per cenare in ristoranti lussuosi, ricavati in palazzi riammodernati con più o meno gusto. Quest'attività economica è senza dubbio necessaria e rivitalizzante per la città vecchia. Ma il rumore da essa generato e l'affluenza delle macchine nelle stradine rendono spesso la vita dura agli abitanti e alle partorienti che cercano di riposare.
Al fine di incoraggiare gli abitanti a restare e a restaurare, la Deutsche Gesellschaft für Technische Zusammenarbeit (GTZ) ha messo in piedi prima ad Aleppo, poi a Damasco, alcune misure volte ad assicurare la proprietà fondiaria, ad ammodernare queste case rispettando l'eredità che esse rappresentano, a farsi carico dei bisogni energetici degli abitanti e infine ad aiutare finanziariamente i proprietari nel rinnovare le proprie case. Tuttavia, gli ammodernamenti intrapresi dagli stessi abitanti non sono sempre da citare ad esempio... Per Karin, è urgente formare degli architetti muniti di una solida conoscenza di questo habitat tradizionale, capaci di intraprendere veri restauri rispettando il passato, mettendo contemporaneamente a profitto l'esistenza di tecniche e materiali moderni per rendere la vita in queste abitazioni più confortevole e ridurre il consumo energetico.
Secondo Mustafa Ali, scultore che, come molti altri suoi colleghi artisti damasceni, ha trasformato la sua casa nella città vecchia in galleria d'arte, l'attività turistica è positiva e necessaria. Senza attività economica, niente vita. Allo stesso tempo però, propone la creazione di una tassa per i ristoranti, gli hotels e i negozi installati nella città vecchia per permettere di finanziare l'ammodernamento delle case degli abitanti. Visto che la città vecchia si arricchisce, il problema probabilmente potrà essere risolto proprio da una giusta redistribuzione di questi introiti…
Karin scommette soprattutto sull'educazione: propone di incoraggiare l'implementazione di scuole all'interno della città vecchia e di sensibilizzare lo sguardo dei giovani alla bellezza della sua architettura. Così, non possiamo che augurare all'équipe tedesca che la sua esposizione, presentata in tedesco, inglese e arabo, viaggi il più possibile tra scuole e università siriane così come per le “maisons d'hotes” (strutture alberghiere) della Jazzeera.


Di seguito  una sintesi dei testi presentati ed alcune foto.

Case damascene, di basalto e di luce:
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(Photo Iklass Abbiss)
All'esterno non traspare nulla di ciò che è all'interno. Il contrasto tra i muri spogli e bui delle stradine e lo splendore dei corridoi interni è sferzante. Per spostarsi da un ambiente all'altro è necessario attraversare il cortile, cuore dell'edificio. In alto si apre uno squarcio di cielo. Agli abitanti piace dire che quel pezzo di cielo è il loro, inalienabile. Gli alberi di limone offrono la loro ombra, purificano l'aria, rinfrescano i pomeriggi estivi. In questi luoghi si vive in sintonia con la natura, in piena quiete. I roseti, le vigne i gelsomini profumano i luoghi. Molte case hanno un “Iwan” orientato a nord, nel quale si trascorrono diverse serate.








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Photo Karin Puett
Spesso le mura del pianterreno sono in pietre di basalto dell'Hauran. Quelle del primo piano sono fatte di torba e paglia. Una delle specialità damascene è l'alternanza a campate orizzontali di pietre bianche, nere, terra di siena e ocra. Sulla parte alta delle porte si possono ammirare degli stemmi rotondi o esagonali incastonati di pietre colorate. Questa tecnica di intarsio su pietra propria dell'architettura mameluca è chiamata Ablaq.











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Photo Ikhlass Abbiss
Secondo Karin, uno degli elementi comuni in tutta l'architettura siriana, che sia urbana o rurale, è l'importanza attribuita alla “rappresentazione”: in città, una grande quantità di soldi e immaginazione sono investiti in queste sale di ricevimento in cui si comunica il proprio status sociale agli invitati. Le pareti e i soffitti di queste sale sono decorati con particolare cura: soffitti a cassoni in legno riccamente dipinti o travi colorate, pareti e armadi tappezzati di parti in legno ornate con motivi floreali o di frutta, con la tecnica ajami , che consente di ottenere una grana e un cromatismo particolari.
Nella sala per gli ospiti, gli uomini e le donne ricevono ad orari differenti. Le signore damascene invitano al mattino le loro amiche o parenti per il sobhiyé . Nelle sale per il ricevimento costruite prima del XIXº secolo, lo spazio per sedersi è rialzato.

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Photo Ikhlass Abbiss
Si guadagna il primo piano attraverso una scala che prende slancio vicino alla porta d'entrata. È là che si trovano le camere da letto, collegate tra loro attraverso un corridoio o un porticato. Questo è illuminato da grandi finestre che danno sul cortile interno e, dalla fine del XIXº secolo, si affacciano anche sulla strada. Le loro grandi dimensioni consentono una buona aerazione in estate.
Anche se oggi utilizziamo ciascuno di questi luoghi diversamente da com'era stato pensato, il fatto di abitare queste case procura ancora un sentimento di profonda pienezza.

Halab As-Sahba, il calcare alla prova del tempo
Le massicce case di Aleppo sono caratterizzate dal loro colore grigio: la pietra calcarea della regione ha la particolarità di annerire col passare degli anni. Essa ha dato alla città il suo soprannome: Halap As-Schahba, Aleppo la grigia.
Qui come a Damasco, per le strade ci si ritrova davanti a nudi muri, che presentano appena qualche apertura. Non è conveniente fare mostra della propria ricchezza all'esterno. Anche la porta d'entrata è solitamente molto semplice.
La più antica sala per il ricevimento di Aleppo, come quella di Beit Wakil che risale all'inizio del XVIIº secolo (i cui ornamenti in legno sono conservati al museo di Berlino), presenta una croce a tre braccia, a forma di T: è la Qa’a a tre braccia. Questa forma trova la sua origine nell'architettura dei palazzi sasanidi e riappare alla metà del XVIIIº secolo nelle dimore più ricche.

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Photo tirée des archives de Max Freiherr von Oppenheim
La volta degli iwan aleppini si compone il più delle volte di pietre di due colori alternati. Nelle case delle grandi famiglie a volte si trova una sala di ricevimento riservata alle donne al primo piano (haramlek). Nell’iwan possono tenersi concerti. Alcune case presentano a metà-piano delle aperture che danno sull’iwan, dalle quali le donne, celate agli sguardi, possono godere dello spettacolo senza essere viste.

L’uso del calcare è una specificità aleppina. Questa materia si presta volentieri alla scultura, il che ha permesso la fioritura di un'arte del taglio propria di questa città. Sulle facciate dei cortili interni vengono incastonate finestre con pietre scolpite, come elemento decorativo. Ad ogni finestra del cortile corrisponde una finestra superiore che consente l'illuminazione e l'aerazione del luogo.
Spesso la casa aleppina prevede una grande stanza sotterranea: allestita in modo confortevole, abbellita con una piccola vasca e illuminata al centro da un'apertura collocata sotto l'iwan: vi si soggiorna l'estate. Delle torri a vento piazzate sul tetto, chiamate badinj, permettono di incanalare in estate l'aria fresca negli ambienti inferiori. Purtroppo la maggior parte di esse oggi sono chiuse.

I villaggi della Jazzeera: pietra, terra e vento:
Adesso lasciamo queste città millenarie per la piana della Jazzeera. La dott.ssa Karin Puett conosce molto bene questa regione, perché la esplora dal 1983 e vi ha edificato la propria casa a cupola. Ha così conosciuto le rive dell'Eufrate dopo la diga Al-Assaad (1973), ma prima della diga Tichrin (1997), e ha avuto, come Hugues Fontaine (cfr. bibliografia), la possibilità di contemplare villaggi oggi inghiottiti dall'acqua.
Secondo Karin, questa regione ha conosciuto solo recentemente lo sviluppo di un habitat sedentario. Solo alla fine del XIXº secolo la regione conoscerà una pacificazione duratura e l'agricoltura metterà realmente a profitto la fertilità di questa terra.
Nondimeno, nello spazio di qualche generazione solamente, la creatività degli abitanti ha sviluppato tutto uno stile originale di architettura: i nomadi hanno appreso l'arte di costruire una casa dai contadini, che avevano spesso scarse relazioni con la città e costruivano senza ispirarsi ad alcun modello cittadino. Diversi tipi di habitat, composti con mattoni di terra cruda o di pietra, hanno preso forma. I materiali impiegati sono particolarmente adatti all'ambiente della Jazzeera e molto resistenti. Come i muri di 40-60 cm di terra mischiata a paglia o di pietra naturale, che offrono un ottimo isolamento termico. Anche attraverso un'altezza del soffitto appropriata e una buona aerazione, questi muri garantiscono agli habitat freschezza anche in estate. Tuttavia, ai nostri giorni in queste campagne si diffonde il ricorso a materiali moderni e a forme architettoniche più contemporanee. La terra e la pietra appaiono agli occhi dei loro abitanti di scarso valore: gli preferiscono il calcestruzzo, per nulla adatto peraltro al calore estivo di queste latitudini. Karin racconta di aver visto, durante le notti estive, alcuni abitanti delle case in calcestruzzo dormire all'aperto, davanti alle loro porte! Proprio presentando i vantaggi dell'architettura tradizionale, la dott.ssa Karin Puett tenta di incoraggiare gli abitanti della Jazzeera a proteggere il proprio sapere e a valorizzare la loro architettura tradizionale.

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Photo Karin Puett Bedouins de Palmyre installés dans la plaine de la Jéziré
In stretto legame con l'origine nomade della maggior parte degli abitanti della regione, il valore della “ospitalità” è legge. Per accogliere un gran numero di parenti e invitati, soprattutto durante matrimoni e funerali, vengono utilizzati grandi quantità di vasellame, porcellane, coperte e materassi. Le case si compongono spesso di due vasti ambienti, uno destinato a ricevere i visitatori, specialmente uomini, l'altro alla vita della famiglia. Quest'ultimo ambiente accoglie il “tesoro”: l'insieme di oggetti di valore posseduti dalla famiglia. È qui che si dorme, che soggiornano i malati e le donne ricevono le loro ospiti.

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Photo Karin Puett
Le case a cupola costituiscono ancora oggi una parte del paesaggio nella Siria del nord e del centro. Si trovano anche nell'Habour, nei villaggi degli assiri. Composte con mattoni di terra cruda mischiata alla paglia, si sono sviluppate per l'assenza di legno nella regione. Prendono una forma arrotondata grazie ad un sistema di copertura molto ingegnoso. Non si tratta di una cupola bloccata da una chiave di volta, ma di mattoni di terra larghi e piatti disposti verso il centro, come nello schema seguente(*):


Pietra e luce, terra e vento... architettura del passato da recuperare? | Florence OllivrySi può ottenere un sistema di aerazione grazie a qualche punto luce abilmente realizzato nella sommità della cupola. Le case a cupola in Mesopotamia settentrionale esistono da più o meno 4000/5000 anni. Negli ultimi tempi sono fatte oggetto di un certo sguardo nostalgico, tuttavia senza che si cerchi di perpetuarne la tecnica di costruzione. Fortunatamente, qualche abitante della Jazzeera possiede ancora il segreto della loro edificazione.


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Photo Karin Puett
Nei villaggi di questa regione si trovano anche, un po' discoste dagli altri appartamenti, alcune case dall'aspetto cittadino: sono le case per gli ospiti dei capi tribù e dei capi villaggio. Sono luoghi di riunione per gli uomini e di soggiorno per i viaggiatori che fanno tappa al villaggio e derivano dalla tradizione beduina di ospitalità dei capi tribù. Sono il simbolo della coesione sociale e del mantenimento dei valori tradizionali nei villaggi arabi, come in quelli curdi. Vi si trovano focolari sui quali è preparato dal mattino il caffé amaro, che in ogni momento potrà essere offerto all'ospite improvvisato in segno di benvenuto.


(1) Letteralmente “penisola”. Indica una regione a nord-est della Siria, che coincide con la provincia di Al Hasakah.

Florence Ollivry
Traduzione di Alessandro Rivera Magos
(03/12/2008)

Bibliografia:
(*) Fonte: Ghiyas Aljundi, l’architecture traditionnelle en Syrie , archivi dell’Unesco
• BENDAKIR Mahmoud, Architecture de terre en Syrie , Editions Cra-terre –EAG, Grenoble, 2008.
• FONTAINE Hugues, NOËL Bernard, BOTTERO Jean, Euphrate, Le pays perdu , Actes Sud, Coll. Essais, 2000.
• PUETT Karin , Zelte, Kuppeln und Hallenhäuser, Wohnen und Bauen im ländlichen Syrien , Michael Imhof Verlag, Petersberg 2005, 280p.
• WEBER Stefan, Damascus: Ottoman Modernity and Urban Transformation 1808-1918 , Aarhus Universitetsforlag, mars 2009, 1200p.


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