Il documentario in Siria: incontro con Hala Alabdalla | Florence Ollivry
Il documentario in Siria: incontro con Hala Alabdalla Stampa
Florence Ollivry   
Il documentario in Siria: incontro con Hala Alabdalla | Florence Ollivry
Hala Alabdalla
Nata nel 1956 ad Hama, Hala lavora dal 1981 come cineasta tra la Francia e la Siria. Realizzatrice e collaboratrice artistica di numerosi documentari, è anche produttrice e dirige la società di produzione siriana Ramadfilm. Hala ha 50 anni quando firma il suo primo documentario d’autore: “Sono quella che porta i fiori verso la sua tomba”. Opera d’arte unica nel suo genere, sorprendente, sarà conosciuta a livello internazionale… ma tuttora vietata in Siria.

Il cinema, strumento d’espressione politica e poetica:
“Quando ero molto giovane, già impegnata nella lotta politica, abitavo vicino al cineclub di Damasco, animato da Omar Amiralay, Mohammad Malas e altri. Ero più interessata ai dibattiti che seguivano le proiezioni che ai film stessi. Mi hanno permesso di comprendere l’importanza del cinema e molto presto ho avvertito come prioritaria la necessità di fare film. Il cinema mi ha in primo luogo interessata come strumento d’espressione politica: il cinema era per me l’espressione artistica più adatta a sostenere la causa. Molto più tardi ho imparato a vedere i film come vere e proprie opere artistiche, come un supporto audiovisivo estetico. Sono quella che porta i fiori verso la sua tomba (2006), riassume per me questo percorso di 30 anni: rappresenta il cinema come “espressione politica” ed il cinema come“necessità interiore sul piano poetico ed artistico”.

Il documentario, elemento necessario allo sviluppo della Siria:

“Penso che i documentari rappresentino un bisogno, una necessità per i paesi in via di sviluppo. Costituiscono, a mio avviso, un vero strumento di lotta e di libertà. Questa tipologia di espressione artistica è più necessaria per i paesi in via di sviluppo, che per i paesi ricchi. La Siria ha bisogno del documentario, è necessario aprire gli occhi allo spettatore siriano abituato da 40 anni solo a film di propaganda. Il cammino è ancora lungo prima che il pubblico acquisisca familiarità con questo genere , impari a decodificarne il linguaggio cinematografico, comprenda la necessità di questa forma d’espressione artistica e senta il bisogno di assistere a questo genere di lavoro. Sfortunatamente in Siria il documentario non è sviluppato e quasi non esiste… Questo genere ha bisogno di una grande libertà che deve ancora essere conquistata e difesa. Il pubblico amante di documentari è quasi inesistente. Ma grazie al festival DOX BOX, che quest’anno è giunto alla seconda edizione, potrà cominciare a formarsi un pubblico: questo festival è molto importante, avrebbe dovuto essere avviato molto tempo fa. Ciò nonostante, fino ad ora, non si può dire che “il”documentario siriano esista: ci sono solamente pochi documentari siriani, frutto del lavoro di artisti isolati.”

Censura e libertà:
Hala ha vissuto l’esperienza della prigione. Sa che la determinazione che bisogna avere per fare dei film veri e liberi è affrontare la censura del partito. Non tutti hanno questa determinazione e questa purezza. Un giorno, la censura ha infierito là dove non se lo aspettava: “Qualche anno fa, quando il centro culturale francese di Damasco aveva organizzato una settimana di proiezioni di documentari di O. Amiralay, i francesi hanno escluso tre film dalla programmazione!”. Hala è ancora turbata e disgustata da questa censura francese in terra siriana…
“Un documentario non può essere neutro e obiettivo, non deve esserlo… Altrimenti diventa come quei film di propaganda o quei film turistici nei quali è come se la cinepresa stesse filmando automaticamente, come una telecamera di sorveglianza in un supermercato. Per me un documentario deve prendere una posizione e difenderla. La scelta di un tema, il modo in cui viene affrontato e come si sviluppa fino alla fine del lavoro: tutto questo comporta un impegno profondo. Ogni documentario deve essere una lotta ed un’avventura. Facciamo un film per difendere la libertà, ma bisogna anche poterlo fare nella libertà. Faccio un film per gridare, per difendere, per rifiutare, per esistere, ma tengo pure ad una cosa che mi è vitale: fare il film con lo stesso spirito. Questo significa cercare il mio spazio, occuparlo, difenderlo, trovare il mio vocabolario, il mio modo di fare con una determinazione assoluta ed una libertà senza limiti. Non rispettare niente, non seguire nulla, creare il mio spazio e muovermi dentro di esso . Così lavoro ai miei film. È così che produco, in questo stesso spirito di libertà.”

I documentari degli anni ‘70 e ‘80:
“Amiralay ha lavorato molto dalla Francia. I suoi temi erano legati alla realtà siriana solo all’inizio degli anni ‘70 ed è in Siria solo da qualche anno. I registi che hanno fatto i loro studi di cinema all’estero negli anni ‘60, soprattutto nei paesi socialisti, ritornavano in Siria per diventare in seguito funzionari dell’organizzazione nazionale del cinema. Per poter fare un lungometraggio di finzione, ciascuno di loro doveva prima realizzare un documentario o un corto, come esercizio. I temi di questi documentari spesso riguardavano la Palestina, l’occupazione, la povertà, le donne. Affrontavano la realtà “socio-politica”del paese, in maniera assai coraggiosa, ma con discrezione. Questa generazione sembra quasi che abbia realizzato dei documentari in attesa di poter girare dei lungometraggi… escluse alcune eccezioni: O. Mahamad ha accompagnato M. Malas e O. Amiralay a fare dei ritratti d’artisti, come il pittore Fateh Modaress e il cineasta siriano Al Shahbandar. Purtroppo questa bella avventura non è durata a lungo. M.Malas ha continuato da solo a fare dei documentari di tanto in tanto. Quanto a O. Amiralay, lui non ha mai abbandonato il suo cammino. È l’unico della sua generazione che si sia realmente dedicato a questo genere. Raymond Botros ha fatto anche molti documentari inerenti l’arte plastica. Nidal Debs ha fatto un documentario sui bambini di strada. Ma si tratta di casi isolati”.

La speranza di una nuova ondata:
“In questi ultimi quindici anni si è verificata una vera e propria spaccatura in Siria: quindici anni di silenzio. Alcuni giovani hanno visto che non avevano più nulla in cui sperare riguardo all’organizzazione del settore cinematografico e sono andati all’estero e non sono più tornati nel loro paese… Non c’è in Siria nessuna scuola di cinema, né sale di cinema, né cineclub… Quindici anni di silenzio… Da qualche tempo, i giovani hanno cominciato a fare qualche cosa, una nuova generazione di documentaristi siriani comincia ad esistere… Non si tratta veramente di documentari d’autore, ma di cinema sperimentale, di cortometraggi o telefilm. Spero che questo movimento continui e prenda slancio… La scuola d’Amman (Istituto Arabo del film) ha poca rilevanza.Ha formato solo tre persone: Rim Al Ali, Rami Farah e Hazem Hanoui. Quando i giovani si occupano di documentario, i temi sono sempre gli stessi: l’occupazione, la Palestina, la pressione sociale, e raramente parlano di politica. Fra i giovani, sono rari quelli che hanno studiato all’estero: non ci sono più paesi socialisti, non ci sono più borse di studio”.

La determinazione per superare ogni ostacolo:
“Giovane studentessa, ero già impegnata nella lotta politica. Ho trascorso il mio diciannovesimo anno da clandestina. A 20 anni sono stata in prigione per 14 lunghi mesi. Poco dopo ho assecondato la decisione di Youssef, mio marito, e siamo andati insieme a vivere a Parigi. Là ho deciso di fare cinema. Avevo degli amici cineasti impegnati politicamente, più anziani di me: O. Amiralay, M. Malas e Oussama Mohammad. Al mio arrivo nella capitale, mi sono precipitata dal mio amico O. Amiralay, il cineasta più “grande”della mia adolescenza… Gli ho annunciato fiera che volevo studiare cinema e che avevo bisogno del suo sostegno. Ha riso, ho pianto. Mi ha suggerito di lasciar perdere. Penso che fosse sincero e che volesse con benevolenza risparmiarmi un cammino difficile e complicato. Per me, la sfida si faceva doppiamente interessante…”

Una produttrice trasformata dalla passione:
Sono arrivata a Parigi quando i tre registi, O. Amiralay, M. Malas, O. Mahamad formavano un blocco unico e mi sono messa al loro fianco. Ho cominciato a produrre film con amore, volontà, e un profondo attaccamento alle tematiche trattate. Ho cominciato a produrre film, a cercare finanziamenti, gestire il budget e le riprese… Fu così che 20 anni fa abbiamo fondato Ramadfilm, con sede in Libano, sotto il nome di Maram CTV. Con il ritorno di O. Amiralay in Siria, Maram CVT si è trasferita a Damasco con un nuovo nome: Ramadfilm. Presieduta da O. Amiralay e diretta da me, Ramadfilm ha prodotto tutti i documentari di O. Amiralay, come La notte, di M. Mallas, e Sacrifici di O. Mahamad, e anche i film di qualche regista francese. Non ho mai lavorato come una produttrice tradizionale. Ho aiutato dei film ad esistere e Ramadfilm è stato un supporto amministrativo che facilitava le procedure burocratiche. Mi sono appoggiata su questa struttura per produrre e riprodurre i film in maniera ogni volta diversa… È il film in se stesso che detta il modo di produzione, in relazione ai suoi bisogni artistici e tecnici, al finanziamento disponibile e al piano di produzione. Cerco, invento, mi arrangio,ma questa casa di produzione è ancora assai modesta… Avrei desiderato avere i mezzi per produrre liberamente magnifici progetti, come quelli che si presentano alla porta dei grandi produttori … realizzare i film che ci piacciono è una missione difficile, ma non impossibile. Credo ancora al romanticismo, come la solidarietà fra professionisti, la partecipazione degli amici, lo scambio delle capacità e dei mezzi”.

Una donna, tre uomini ed una quindicina di documentari:
“Durante i miei studi di cinema, ho avuto la fortuna di lavorare nel film di O. Mohammad, Stelle di giorno (1987). Era per me la scuola che avevo sempre sognato, un’esperienza ricca, complessa, densa, che durò mesi. Sono cosciente e fiera al giorno d’oggi di essermi formata nella realizzazione di questo film. Credevo di essere solamente la segretaria di produzione, ma ho infine sperimentato un po’ tutto: fu così che cominciò la mia avventura. Ho continuato a lavorare con M. Mallas e con O. Amiralay. Ho affiancato giovani e anziani, siriani, libanesi, palestinesi e francesi…Ho dedicato tutta me stessa ad ogni progetto di film, sia a quelli diretti da altri che ai miei girati in collaborazione con altri. Ho sempre creduto che nel film cambiasse qualcosa, a seconda che io avessi o meno apportato il mio contributo. Personalmente, che il mio nome appaia in grande o non compaia affatto nei titoli di testa non mi interessa. Ho fatto tutti questi film con passione, dando molto della mia persona e dicendo a me stessa che questi film in fondo mi appartenevano… Eppure, tutti i registi con cui ho lavorato per 20 anni, mi hanno chiesto senza eccezione: perché continui a lavorare con gli altri piuttosto di dedicarti ai tuoi film? Questa osservazione mi faceva ridere… alcuni pensavano che fossi vigliacca, altri che non avessi progetti personali…”

Scrivere un poema…
“Le cose sono cambiate nel 2005, il giorno in cui ho incontrato Ammar Al-Beik, un giovane regista siriano. Gli ho proposto il mio aiuto per scrivere la sua prima sceneggiatura. Anche Ammar mi ha chiesto perché non facessi film miei … Allora, gli ho raccontato e fatto vedere tutti i film che avevo cominciato e che non avevo mai finito. Questo lo ha scioccato e ha fatto riflettere anche me. Mi sono resa conto della quantità di cose che avevo voglia di fare. Presi la decisione di smettere tutto e di cominciare a fare il mio film, con Ammar , e sono andata in Siria per fare delle inchieste. Ammar ed io, un poco alla volta, abbiamo preparato questo film, nel quale sono confluiti tanti elementi di quei vecchi lavori… Dopo aver raccolto le immagini, le abbiamo esaminate e poi è cominciato il bello: un montaggio folle. Mi sono resa conto a 50 anni di avere 25 anni di esperienza cinematografica alle spalle, e questo mi permetteva di distruggere e reinventare tutto, di essere completamente libera… con il solo desiderio di realizzare un film libero ed indipendente. Frutto di tutta la mia esperienza ma allo stesso tempo che nascesse in uno spazio vuoto, come un neonato che piange da solo in un contesto sconosciuto… Ho girato Sono quella che porta i fiori verso la sua tomba come se scrivessi un poema, con la stessa libertà e con la stessa modalità.”




Filmografia:

Autore e regista:
2009, Il disegno di tutte le mattine , documentario in via di sviluppo.
2008, Yolla, un ritorno verso di sé , (74mn), documentario radio, Acr, France Culture.
2008, Hé! Non scordarti il cumino, (66mn), documentario.
2006, Sono quella che porta i fiori verso la sua tomba , (105mn), documentario.

Co-autore e regista:

1998, Sulla sabbia, sotto il sole (40’), realizzato da M.Malas, e Hala Abdallah Yacoub, produzione Synchronie.

Co-autore e direttrice di produzione:
1998, L’uomo dalle suole d’oro (52’), realizzato da O.Amiralay, Produzione Amip pour Arte.
1998, Le sfide di Marcel Khalifé , realizzato da Pierre Dupouey, produzione Ognon Pictures.

Produttrice esecutiva, collaboratrice artistica:
2001, Sacrificio (Sandouk al dounia) , realizzato da O.Mohammad, produzione: Organismo nazionale del cinema in Siria – Arte – Amip.
1992, La notte , realizzato da: M.Malas, Produzione: Organismo nazionale del cinema in Siria - Maram ctv – La Sept Arte – Channel 4.
1998, Stelle di giorno , realizzato da: Oussama Mohammad, Produzione: Organismo nazionale del cinema in Siria.

Direttrice di produzione e collaboratrice artistica per i seguenti documentari:
(abbiamo qui raccolto solo i documenti di siriani)
1998, Sabri Moudallal, seminatore di voci (52’) realizzato da: Mohamad Malas, Produzione: AMIP Production con Muzzik – MCM.
1997, Ci sono ancora tante di quelle cose da raccontare (52’), realizzato da : O. Amiralay. Produzione : Grain de sable, per Arte ( serata théma).
1997, Piatto di sardine (18’), realizzato da: O.Amiralay. Produzione : Grain de sable, per Arte (serata théma).
1995, Da un giorno di violenza ordinaria, il mio amico Michel Seurat … (52’) realizzato da : O.Amiralay. Produzione: Maram CTV per Arte.
1994, Moudaress (45’)realizzato da: O.Amiralay, M.Malas, O.Mohammad, Produzione: Maram CTV.
1994, L’ultimo prigioniero (45’) realizzato da: O.Amiralay, M.Malas, O.Mohammad, Produzione: Maram CTV.


Florence Ollivry
Traduzione dal francese: David Mancini
(14/04/2009)


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