Ishtar Yasin, l’esilio come ricchezza artistica | Giovanni Lo Curto
Ishtar Yasin, l’esilio come ricchezza artistica Stampa
Giovanni Lo Curto   
Ishtar Yasin, l’esilio come ricchezza artistica | Giovanni Lo CurtoLa prima cosa che colpisce vedendola sono i suoi occhi neri, grandi, di una profondità e intensità ipnotizzante. Donna dal magnetismo e personalità incredibili che proviene dalla miscela di posti e popoli che è stata la sua vita, Ishtar Yasin è l’incarnazione dell’arte vissuta come qualcosa di normale, giornaliero. La regista, di origini irachene regista, una delle personalità di spicco della scena culturale siriana, sarà la protagonista di un film in Libano. Abu George, il minuscolo e storico bar della Medina antica di Damasco, con la sua penombra e riservatezza è il luogo perfetto per conoscere una visione del mondo e dell’arte che è nuova linfa per il cinema internazionale.

Cosa l’ha spinta a stabilirsi in Siria?
Il pretesto è stato l’invito al Festival Internazionale del Cinema di Damasco, ma la motivazione principale per venire in Siria e rimanere in Medio Oriente è la necessità di trovare le mie radici arabe. Ho vissuto quasi tutta la mia vita in America latina e in Russia, dove ho studiato, però mi mancava vivere in Medio Oriente. Da sempre ho desiderato andare in Iraq per ritrovare la mia famiglia, le mie origini. Quando avevo nove anni, con mio padre volevamo andare però mia madre non lo permise, aveva paura che non mi avrebbero fatto ritornare indietro. Dopo la guerra purtroppo è ancora più difficile. Inoltre sto lavorando a un nuovo film, dove esploro e ricerco la condizione della donna. Partendo dalla vita di mia nonna, Sukaina , ho voluto capire cosa significa essere una donna nel mondo arabo. Mia nonna, proveniente da una famiglia tradizionale del sud Iraq, ha vissuto tutta la sua vita col niqab ; suo padre, il mio bisnonno, aveva un harem, sua madre era la favorita, a 12 anni si trasferì a Baghdad, il suo corpo venne tatuato interamente prima del matrimonio. Ebbe mio padre a 14 anni, 11 figli in tutto, una delle figlie fu smarrita all’ospedale dopo il parto, solo 7 sono sopravvissuti. Tutto questo mi appassiona enormemente, capire tra le altre cose i rituali di queste donne. Mia zia mi raccontava che di notte da piccola le mettevano l’henna nelle mani e poi le fasciavano con della stoffa e l’indomani l’emozione e la sorpresa era vedere i disegni che ognuno aveva. Questi dettagli, che non esistono in nessun altro posto, dicono molto di una cultura, di quello che significa sentirla e viverla. Voglio scoprire e partecipare attivamente a queste usanze per capire meglio da dove vengo.

Ha presentato “El Camino” al Festival del cinema. Com’è andata?
Il film è stato selezionato per il concorso ufficiale, però una volta arrivata mi chiesero di tagliare la scena d’incesto iniziale, ma io rifiutai. La motivazione per il taglio datami dagli organizzatori era che qui in Siria non succede. Ciò mi meravigliò molto perché in quel periodo stavo leggendo “Mujeres Arabes hablan de sus vidas”, libro scritto da Bouthaina Shaaban, ministra e consigliera del presidente siriano che denuncia gli abusi sessuali. Mia zia, la pittrice Nawwal Sadon, con cui ho da sempre un legame molto forte, coraggiosamente fece un volantino che distribuimmo in tutta Damasco, ci fu una riunione affollata nel suo atelier, che è anche un centro culturale, e grazie alle insistenti richieste dei partecipanti proiettammo il film senza tagli.

Nel film c’è un tavolo che è portato in giro per tutto il film. Che cosa significa?
Mi piace lavorare con un linguaggio suggestivo, credo nello spettatore intelligente che interpreta, ricerca il significato. Cortazár diceva che esistono due tipi di lettore, quello che legge senza interpretare e quello che vede oltre. Nel processo creativo uno lavora col cosciente e con l’inconscio; io stessa non posso spiegare tutto, ci sono cose che sorgono dal mio inconscio, ad esempio il tavolo. Molti spettatori mi dissero che rappresentava la famiglia. In effetti, quando scappammo in Costarica a causa del golpe di Pinochet vivevamo in una casa molto piccola e avevamo lasciato tutto in Cile per la fretta di abbandonare il paese e mangiavamo sopra un baule. Stare in una nuova casa, vuota, con un baule che era l’unico posto dove potevamo mangiare, mi ha segnata. Il tavolo ha un valore affettivo e un senso di famiglia, ed è anche un espediente cinematografico con il quale dò allo spettatore una sub storia, una valvola di sfogo, che gli permette di prendere aria e di rilassarsi dal dramma e dalla tensione che il film genera.

Che ruolo ha avuto la sua famiglia nella sua formazione? Sente molta pressione nel dover confermare l’eredità di una famiglia d’artisti?
Mio padre non voleva che fossi artista, aveva molta paura perché sa che è una professione molto dura e che essere artista non è glamour come pensa qualcuno, ma comporta molti sforzi e sacrifici, soprattutto se uno sceglie il cammino più lungo, quello della creazione di un’opera artistica che abbia contenuti che non rispondano direttamente al mercato ma alla comunicazione umana. Senza dubbio l’arte è la forma più profonda di comunicazione umana che esista perché arriva all’inconscio della gente. Purtroppo in questo mondo si è commercializzato tutto, si sono persi molti valori artistici, adesso tutto è considerato per il suo valore economico e non per la qualità delle idee, dei contenuti e dell’estetica. La mia prima passione da quando sono piccola è la scrittura: ho scritto racconti, un romanzo non ancora pubblicato, interviste. Essendo figlia unica sono stata molto sola e prima di dormire mi raccontavo una favola e m’inventavo storie, ovviamente sognavo a occhi aperti, ancora oggi prima di dormire sogno e m’immagino nuove storie, non posso stare senza scrivere o creare, per me è una necessità vitale. Il cinema ha molto a che vedere con questi sogni: durante le riprese del primo corto “Florencia de los ríos hondos y los tiburones grandes” mi sentivo immersa nel mio sogno come non lo ero mai stata prima.

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Ishtar Yasin
Le sue origini arabe sono state un carattere d’identità con le comunità arabe di emigranti o è stato qualcosa di più privato, interno alla sua famiglia?

Credo entrambe le cose. Da bambina mio padre mi faceva ascoltare musica araba che mi commuoveva enormemente, mi chiudevo in una stanza mi vestivo con veli e ascoltavo musica, accendevo candele e mi sentivo in un altro mondo. Vivendo qui ho scoperto molte cose che non sapevo da dove venissero. Adesso capisco il senso dello humour che ho preso dagli arabi, la passione per la poesia. Adoro la poesia, la adoro in tutte le manifestazioni artistiche. Il popolo arabo ha una tradizione immensa in quanto a poesia. Ed è un popolo molto generoso, questo spirito di generosità è qualcosa che condivido e mi affascina.

La sua vita e quella della sua famiglia è piena d’esilio, emigrazione. Sente di appartenere a qualche luogo o tutti i paesi dove ha vissuto fanno parte del suo sviluppo, della personalità artistica e percezione del mondo?
Non posso dire d’appartenere a un solo paese. La mia vita, definitivamente, è stata marcata dall’esilio. Sono nata in URSS, un paese che non esiste più, ho studiato lì, sono stato una delle ultime laureate in questo paese che si è disfatto. Poi il golpe militare in Chile, l’esilio dei miei genitori. Ho vissuto in Argentina, a Tbilisi, in Kazakistan; con la mia compagnia teatrale ho viaggiato senza sosta per dieci anni ed adesso con il cinema. A volte dico che ho l’allegria del tropico con il suo calore, la nostalgia del sud del Cile, la profondità e la tristezza russa e del Medio Oriente l’ancestrale. Si mescolano molte cose, il fatto d’essere stata obbligata a vivere in tanti posti mi ha fatto sviluppare la disposizione ad abbandonarmi a ogni paese dove posso essere ben ricevuta e dove sento il calore umano e ciò ti predispone ad adottarlo.

Pensa di rimanere molto qui in Siria e girare un film sulla società siriana? E com’è lavorare in Siria per una donna straniera però d’origini arabe?

Sto scrivendo, ricercando, imparando l’arabo che è il primo importante passo da fare per capire ed entrare in questa cultura. Ora sono dentro il mondo arabo col cuore e devo farlo in una maniera ancora più cosciente. Soffro per le donne, nel vederle oggetti sessuali e servitù dei loro mariti. Ci sono molte donne che hanno bisogno d’aiuto per avere una vita dignitosa, propria, e poter scegliere la loro realizzazione. Adesso sto scrivendo un soggetto e una delle storie la voglio filmare qui, le altre in diverse parti del globo. È la storia di un fratricidio per una donna contesa. Un amico poi mi ha raccontato che l’origine della città di Damasco risale a Caino e Abele, dal loro sangue versato nasce la città. A luglio sarò protagonista in un film libanese e alla fine di quest’anno verrò a vivere qui a Damasco.

Come ti sembra la vita artistica damascena?
Ho avuto opportunità di conoscere molti artisti di qualità. Credo che la produzione cinematografica non è tanta come dovrebbe essere rispetto alla popolazione siriana, credo che si debba sviluppare un cinema che sia in grado di autofinanziarsi. Spero si cominci a dare un maggior appoggio alla cultura nel mondo intero.

La vita è come uno la ricorda. Che ricordi della tua?
È stata una vita intensa piana di passione, mondi diversi, una vita in cui c’è stata tristezza, allegria. Il dolore l’ho sublimato attraverso la creazione artistica. L’arte mi ha salvato letteralmente la vita.

Giovanni Lo Curto
(19/05/2009)

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