Diaologo con Riad al Turk  | Mohamad Ali al Atassi
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Mohamad Ali al Atassi   
Diaologo con Riad al Turk  | Mohamad Ali al Atassi
Riad al Turk (Agence Reuter)
Nella mia carriera di giornalista e dopo la sua uscita di prigione nel 1998, ho avuto cinque volte l’opportunità di intervistare quello che chiamano “il Mandela siriano”, Riad al Turk. Pur avendo realizzato il film documentario “Cousin” (Cugino), che ripercorre la sua vita di prigioniero politico, per 17 anni in isolamento in una cella non più grande di due metri quadrati e situata nel sottosuolo dell’edificio dell’intelligence militare a Damasco, devo ammettere che questa intervista ha un sapore particolare, non solo perché “la rivoluzione siriana” è divenuta realtà, ma anche perché tutto il mondo aspettava e si interrogava sulla posizione e il ruolo che il “cugino” Riad al Turk avrebbe assunto riguardo agli avvenimenti in corso. È stato difficile raggiungere quest’uomo nascosto sotto terra e mi ci sono volute diverse settimane per riuscire a parlargli. Lascio al lettore il piacere di scoprire le numerose zone d’ombra della rivoluzione siriana che questa intervista rivela. Voglio anche approfittare di questa occasione per ringraziare i soldati anonimi che in passato mi hanno aiutato a realizzare il film “Cousin” e oggi a realizzare quest’intervista.


Nell’intervista realizzata con lei il 17 gennaio 2000, pubblicata su “Al Hayat” qualche mese prima della morte del presidente Hafez al-Assad e che è stata la sua prima intervista dopo l’uscita di prigione, lei ha detto: “Alla società siriana non resta che il silenzio per esprimere la propria esistenza e il proprio rifiuto per lo status quo. Il silenzio diventa presa di posizione, che tuttavia non può durare indefinitamente e la società deve, con la sua forza vitale, produrre nuove forme di espressione nella direzione di dichiarazioni, prese di posizione pubbliche e dell’azione vera e propria”. Oggi, quattro mesi dopo l’inizio delle proteste in Siria, molti attivisti lamentano il suo silenzio. Qual è la ragione di questo silenzio mediatico? Bisogna leggerlo come una presa di posizione?
Il mio silenzio è in gran parte dovuto al mio desiderio di vedere le persone esercitare i propri diritti. Adesso la parola appartiene alla strada. Appartiene ai giovani rivoluzionari. La parola appartiene a coloro che creano gli eventi. La parola è del popolo che oggi esce dal suo mutismo e sfonda il muro del “regno del silenzio”.
Ovviamente con questo non voglio dire che noi, i politici, dobbiamo tacere e spogliarci della nostra responsabilità di accompagnare la rivoluzione siriana. Da parte mia, io sono presente là dove posso dare il mio contributo a livello organizzativo, morale e politico ai veri rivoluzionari, nel limite delle mie forze e delle mie capacità, anche se questa attività non è visibile a livello mediatico. Tuttavia, mi permetta di dire ciò che penso di certe persone che vogliono approfittare della rivoluzione e si lanciano in una competizione di commenti facili sugli avvenimenti: rifiuto e provo disgusto per le chiacchiere gratuite e ciò mi porta a dedicare la maggior parte del mio tempo al lavoro sul campo, a preservare l’unione interna e ad evitare che alcune delle componenti di questa rivoluzione scivolino verso posizioni accusatrici o deboli, che servono al regime e distraggono dagli obbiettivi della rivoluzione.
Mi permetta anche di dire che, in questo contesto, uno dei primi risultati della rivoluzione è l’aver accelerato il processo di chiarimento in seno agli ambienti dell’opposizione siriana. Da parte nostra, nell’ambito del Partito Democratico del Popolo e della “Dichiarazione di Damasco”, ci siamo posizionati a fianco alla gioventù rivoluzionaria e abbiamo concentrato i nostri sforzi sul sostegno alla rivoluzione e ciò in tutti i modi possibili. Così, la mia posizione politica non differisce dalla posizione della “Dichiarazione di Damasco”, dalle dichiarazioni che essa non ha cessato di rendere pubbliche dall’inizio degli avvenimenti e dall’azione diretta cui essa non ha mancato di partecipare.

Lei è stato quasi l’unico in Siria a contestare apertamente il progetto di successione nel 2000, ed è stato il primo a ricordare ai siriani nel 2001 sul canale “Al Jazeera” che “il dittatore era morto” e che la gente doveva liberarsi della carcassa del passato e guardare al futuro. Inoltre, per primo, lei ha chiesto le dimissioni di Bashar Al Assad e l’elezione di una assemblea costituente che dirigesse il paese per un periodo transitorio dopo il ritiro dell’esercito siriano dal Libano. Non pensa che, in questi giorni determinanti, sarebbe utile che la sua voce non scomparisse dalla pubblica piazza?
Le rivoluzioni non si fanno con le dichiarazioni e le interviste televisive, ma con l’azione sul campo e quest’azione oggi ha il gusto, la forma e lo spirito dei giovani. Non penso che i miei commenti avrebbero gran valore in un contesto del genere. Io ero, sono e resterò a fianco al mio popolo e non risparmierò alcuno sforzo nel cammino per la riuscita di questa rivoluzione e perché la sicurezza della società e dello Stato (e non dell’autorità dominante) siano assicurati. Nel passato, è vero, sono stato uno dei pochi a far sentire la propria voce in pubblico, ma oggi siamo davanti ad un popolo che esce dal suo silenzio, elabora la propria lingua, formula i propri slogan e inventa la sua forma d’azione. Ascoltiamolo con attenzione, marciamo con lui e non davanti a lui e impediamo a noi stessi di confiscarne la voce per volgerla a nostro vantaggio.

Nel suo articolo intitolato “La Siria non resterà il regno del silenzio” pubblicato nel giornale “Al Qods Al-Arabi” il 13 marzo 2011, due giorni prima dello scoppio della rivoluzione siriana, ha affermato che il vento del cambiamento arabo doveva passare per la Siria. Ciò nonostante, mi permetta di farle la domanda in modo diretto: lo scoppio della rivoluzione siriana non l’ha sorpresa?
Sinceramente no, anche se all’inizio non avrei saputo dire dove, come e quando la rivoluzione sarebbe cominciata, come tutti. Tuttavia, mi sembrava evidente, come per molti fra coloro che hanno seguito la gestazione della società siriana, che questa non sarebbe restata fuori dal movimento di cambiamento arabo, che non saremmo stati l’eccezione e che la Siria non sarebbe restata il regno del silenzio. Ed è quello che è successo.
Vorrei ricordare le lunghe ore che ho passato a discutere con certi giornalisti e diplomatici stranieri, obnubilati dall’assenza di alternativa al regime al potere e dalla debolezza dell’opposizione strutturata, che li portava a prendere indirettamente le parti del regime di fronte alla nostre richieste di alternativa patriottica e democratica. A costoro io rispondevo costantemente che non era sufficiente intravedere il processo di cambiamento solo dal punto di vista del potere e dell’opposizione e che era necessario osservare anche le dinamiche della società siriana perché, finalmente, era questa a fare la rivoluzione ed essa avrebbe deciso l’esito della lotta. Il destino di questa società, quando recupererà il proprio diritto ad eleggere rappresentanti veri, è di produrre non solo una opposizione reale ma anche un potere politico credibile che benefici di vera legittimità popolare. Oggi vediamo come il popolo sia ritornato ad essere l’elemento decisivo e l’attore fondamentale di questa rivoluzione e finirà per mettere in piazza nuove leadership politiche che siano degne di esso e dei suoi sacrifici. In tale contesto non vedo degli inconvenienti nell’assenza, in questa rivoluzione, di leadership politiche nel senso tradizionale del termine. Quest’assenza è un fenomeno nuovo proprio della maggior parte delle attuali rivoluzioni arabe, che è stato rimarcato a livello internazionale, in opposizione alle rivoluzioni del passato, legate a leader carismatici, a partiti e correnti ideologiche, quando non a colpi di Stato militari.

Intervista realizzata da Mohamad Ali al Atassi(Traduzione di Sham Al Mallah)
Traduzione dal francese di Alessandro Rivera Magos
Articolo pubblicato in:
www.daralhayat.com

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