L’antica dottrina di amore ed estasi | Cristina Barberi, Salvatore Landi, Costantinopoli, Dervisci, Konya, Mevlana Jalal al-Din Rumi, ney, alif, the trip
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Cristina Barberi / Salvatore Landi   

Costantinopoli, la città di Costantino, colui che creò la capitale dell’Impero Romano in Oriente. Preferiamo chiamarla così perché il suo nome antico evoca un insieme di diversità e varietà di popoli con i loro intrecci di lingue, colori e religioni. Costantinopoli, in cui acqua e cielo, Occidente e Oriente s’incontrano creando un’unica peculiare realtà. Il conformismo e la rigidità occidentale qui sembrano essersi sciolti con leggerezza in un mare di differenti idee e di molteplici sentimenti. Una sensazione che lascia il visitatore leggero nello spirito e stimolato nei sensi. Capita poi di imbattersi in un rito che può rappresentare una metafora dell’equilibrio che vige in queste terre tra le varie componenti del tutto. “Prendiamo da Dio e dispensiamo alla gente senza nulla tenere per noi”. Questo è ciò che indicano i Dervisci stendendo il braccio destro verso il cielo e il sinistro verso la terra, roteando su se stessi.

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Nel XIII secolo a Konya, in Turchia, il poeta e mistico persiano Mevlana Jalal al-Din Rumi fonda la confraternita sufi dei Mevlevi, basata sulla dottrina dell’amore e dell’estasi. Il Semà ne è il rituale mistico, dhikr, una forma di preghiera che unisce poesia, canto, musica e movimento per il raggiungimento dell’estasi. Un rito tramandato nei secoli fino ai giorni nostri, al quale prendono parte il Maestro, i danzatori guidati dal loro capo, i musicisti e i cantanti. Versi declamati e accompagnati da un soffio di flauto, il ney, introducono il rito: la poesia è un inno di lode al Profeta Muhammad. Suonano i tamburi, i kudum: è in atto la creazione dell’Universo e il motivo del ney annuncia il principio della vita. Il Maestro e i danzatori entrano nel perimetro sacro avvolti da un mantello nero, la terra, e indossano l’alto copricapo di feltro marrone, la pietra tombale. Sotto il mantello nero si cela la veste bianca, la luce. Tre giri delimitano il perimetro, ogni giro una creazione: gli astri, le piante, gli animali. In piedi con la mano destra sulla spalla sinistra e quella sinistra sulla spalla destra, il corpo disegna l’alif, la prima lettera dell’alfabeto.

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Inizia la danza: il corpo gira su sé stesso, la mano destra rivolta al cielo e la sinistra verso la terra, i corpi ruotano intorno alla sala, come le stelle, i pianeti e tutto l’universo. Ogni giro è un passo verso la verità, l’estasi, l’incontro con Dio, il ritorno sulla terra.

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Esiste un anello esterno, lo spettatore, che partecipa con mente, voce e corpo. Tra i fedeli si nascondono i viaggiatori, che con le loro aspettative e la loro limitata comprensione si sentono riconoscibili. Anche loro iniziano il viaggio, spaesati, ma all’aumentare del ritmo aumenta il loro coinvolgimento con la musica, con il movimento e con l’altro. Ognuno prova ad accedere utilizzando la propria chiave, catturando un’immagine, entrando nel ritmo dei corpi, avvicinandosi ai suonatori, osservando i volti dei più giovani e dei più anziani, cercando di coglierne i sentimenti.

Tutto con la paura di intromettersi troppo, di invadere uno spazio e un tempo non loro; in punta di piedi, ancora non sono completamente immersi, i viaggiatori.

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Ma c’è un momento in cui, battuto il limite della lontananza e dell’incomprensione, catturati dalle rotazioni e dalla cantata poesia entrano nel circolo virtuoso: ogni loro senso è stimolato e liberandosi dalle diversità e dalla propria cultura di riferimento sentono di voler anche loro cantare Muhammad, qualsiasi sia il significato. Ormai si ricevono sorrisi da chi si pensava di invadere, sguardi da chi li accetta come parte: il segno che in qualche modo sono entrati nel cerchio, sono stati riconosciuti.

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Questo è il sentimento che pervade l’intero viaggio nella città che canta cinque volte al giorno, in cui la diversità sconvolge e, successivamente, tranquillizza. Non basta vedere la superficie, bisogna immergersi, perdere i significati per poi ritrovarli diversi. Ed ecco che sul fondo di questo mare i viaggiatori da spettatori diventano anche attori, nel loro duplice ruolo di osservatori ed osservati.

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“Prima di compiere il viaggio credevo che le montagne fossero montagne e i mari fossero mari; durante il viaggio scoprii che le montagne non sono montagne e i mari non sono mari; ed ora che sono giunto so che le montagne sono montagne e i mari sono mari” - Dhul-Nun al-Misri

 


 

Cristina Barberi / Salvatore Landi

foto di Salvatore Landi

Articolo ripreso da:

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