La cultura gitana in Turchia: da “metà” a “uno” | İbrahim Yavuz Yükselsin, Dokuz Eylül University, Smirne, Edirne, Roman havası, Melih Duygulu, Ali Mezarcıoğlu, Çingenelerin Kitabı, Istanbul, Elmas Arus, R.O.M. Rights of Minorities
La cultura gitana in Turchia: da “metà” a “uno” Stampa
Övgü Pınar   

//Dal libro "Gypsy Music in Turkey" (Türkiye'de Çingene Müziği) di Melih Duygulu. Dal libro "Gypsy Music in Turkey" (Türkiye'de Çingene Müziği) di Melih Duygulu.

“I gitani suonano e i curdi ballano”. Questo proverbio turco riassume sinteticamente l’emarginazione e i pregiudizi diffusi nei confronti delle minoranze presenti nel Paese. L’immagine più diffusa dei rom e della loro cultura li dipinge, infatti, come persone che cantano, ballano e non prendono nulla seriamente; e questa idea è spesso rafforzata dai mass media. Ma quali sono gli elementi che contraddistinguono la cultura romanì? E, innanzitutto, è possibile parlarne in termini universali, come se ne esistesse una omnicomprensiva?

“Non è corretto affermare che tutti i gruppi romanès presenti nel mondo condividono una comune identità culturale; potremmo, semmai, parlare di culture di matrice gitana che si differenziano tra loro a seconda della collocazione geografica e del contesto sociale di insediamento”, spiega il professor İbrahim Yavuz Yükselsin, docente di etnografia musicale alla Dokuz Eylül University di Smirne.

Yükselsin sottolinea il fatto che non esiste un gruppo omogeneo in grado di rivendicare un’origine etnica rom, e perciò preferisce l’uso del termine “gitani” per definire i diversi gruppi che condividono “comuni stili di vita” ovunque nel mondo, e ricorre invece al termine “rom” per descrivere il gruppo che vive nella Turchia occidentale e nei Balcani.

Intervistato da babelmed, Yükselsin afferma che “Non c’è una comune religione, né una lingua condivisa o un Paese di origine cui tutti i gitani del mondo possano far riferimento”. Benché le ricerche linguistiche suggeriscano un originario luogo di partenza, l’India, non ci sono altre tracce nella mitologia gitana o ricordi che provino una connessione con quelle aree geografiche. Inoltre, la lingua, che è considerata come la prova di una patria condivisa, non è parlata da molti gruppi romanès, inclusi quelli che vivono in Turchia.

E non esiste nemmeno un’unica religione. “Generalmente, adottano il credo delle società nelle quali vivono in diverse parti del mondo”, spiega Yükselsin. “I gitani spagnoli e i gruppi romanès presenti in Francia sono cattolici, quelli che vivono in Armenia abbracciano l’ortodossia. Nei Balcani, cristiani e musulmani vivono fianco a fianco. In Turchia, sono essenzialmente musulmani sunniti ma gli abdals sono Aleviti. Queste differenziazioni nella fede contribuisce a creare diversità culturale”, prosegue.

In ogni modo, ciò che accomuna tutti i gitani, o rom, è il loro modo di vivere, afferma. “Storicamente hanno svolto professioni adatte a un modus vivendi nomadico e itinerante. Intrecciatori di cesti, fabbri, floricoltori, stagnini, allevatori, cartomanti e, ovviamente, musicisti: queste sono le più note tra le occupazioni marginali svolte prettamente da loro”.

“Lasciare questi mestieri spesso significava abbandonare il gruppo e l’identità gitana”, sostiene Yükselsin. La forte relazione tra occupazione e identità per i romanès è stata ulteriormente enfatizzata da Ali Mezarcıoğlu nel suo “Il libro dei Gipsy” (Çingenelerin Kitabı):

“Gli intellettuali che ricevono un’educazione tendono a rompere con le proprie comunità di origine. La povertà e l’emarginazione li circondano in modo così rigido che gli intellettuali gitani sentono che non c’è speranza per loro se restano nel contesto in cui sono nati. Fuggendo, potrebbero avere l’opportunità di costruire un futuro diverso, benché modesto, per loro stessi come se a livello individuale potessero rientrare a far parte delle società dei gagè, i non rom. Superata questa fase, tutte le produzioni culturali realizzate da rom saranno beneficio unico dei non rom". [i]

Confinati, quindi, ad alcune occupazioni, queste persone hanno ben poche opportunità di risollevarsi dalle condizioni in cui vivono la maggior parte delle comunità gitane.

 

Il ruolo della religione

La loro vicinanza alla musica, almeno in Turchia, inoltre, fa sì che non siano considerati “abbastanza musulmani”, secondo diverse fonti storiche.

“ In contesti dove suonare è considerato negativamente per motivi religiosi, essere un musicista viene chiaramente considerata una prerogativa eslcusivamente rom, e potremmo dire che questa attitudine ha costretto molti di loro a costruire il proprio stile di vita in base a questa attività. Per esempio, nelle società dove l’islam sunnita è maggioritario, benché far musica sia malvisto, è legittimo considerare che chi suona durante i rituali, come i matrimoni o le cerimonie di circoncisione, siano solo loro”, spiega İbrahim Yavuz Yükselsin.

Benchè i rom siano quasi ovunque associati alla musica, non si può parlare di una cultura musicale gitana in senso globale. Yükselsin menziona, per esempio, il “Flamenco” in Spagna, il "Çigan" in Ungheria e la "Roman havası" in Turchia, evidenziando come questi tre generi non abbiano le stesse caratteristiche.

Ma anche se non condividono un unico stile, la relazione dei gitani con la musica in generale può comunque essere considerata un segno distintivo della loro cultura:

“Se guardiamo al modo in cui si relazionano alla musica, piuttosto che al genere, diventa più semplice stabilire delle connessioni. Prima di tutto, per molti gitani far musica è l’unico modo di mantenersi. Producono e tengono in vita le sonorità richieste dal contesto culturale in cui vivono e questo gioca un ruolo essenziale sia nell’esprimere la loro identità che nell’aiutare altri gruppi etnici a esprimersi. E, inoltre, c’è una gran differenza nel modo in cui i gitani e i non gitani vedono la musica. I primi la considerano come qualcosa di flessibile, non legato a regole rigide e sanno spaziare tra diversi contenuti. Le loro capacità di suonare gli strumenti, acquisite in modo essenzialmente informale, si mostrano nel loro modo creativo di esprimersi per esempio improvvisando durante una performance di Flamenco o di Roman havası, e questo deriva da una diffusa sensibilità artistica”.

La cultura gitana in Turchia: da “metà” a “uno” | İbrahim Yavuz Yükselsin, Dokuz Eylül University, Smirne, Edirne, Roman havası, Melih Duygulu, Ali Mezarcıoğlu, Çingenelerin Kitabı, Istanbul, Elmas Arus, R.O.M. Rights of MinoritiesMelih Duygulu, musicologo e preside del dipartimento di etnomusicologia alla Mimar SinanFine ArtsUniversity, scrive nel suo libro “La musica gitana in Turchia” (Türkiye'de Çingene Müziği) che questi musicisti godono di un’elevata considerazione a livello sociale e anche all’interno della loro comunità: “[…] I musicisti hanno un ruolo e uno status speciale presso i gruppi gitani… Il musicista in un matrimonio, per esempio, è l’ospite d’onore”[ii]

Benché si incontrino artisti gitani in molte altre forme d’arte, come il teatro delle ombre (Karagöz) e altre numerose espressioni di arti perfomative, il contributo creativo dei rom nella scena culturale turca è più visibile nel campo musicale. İbrahim Yavuz Yükselsin spiega questo fenomeno in dettaglio: “Innanzitutto, anche se potrebbe sembrare che questi gruppi non si esprimano molto al di fuori della musica e del ballo, sarebbe errato affermare che non ci siano validi artisti gitani anche in altri ambiti. Ci sono probabilmente molti attori, pittori o architetti che semplicemente non rivelano la loro origine etnica”.

Ciò che Derya Nuket Özer, accademica e attivista per i diritti dei rom, dichiarava in una precedente intervista a babelmed potrebbe fare luce sul perché i musicisti gitani potrebbero voler mostrare la loro identità mentre chi svolge altre professioni spesso preferisce nasconderla: “La società applaude un musicista rom in un’orchestra, ma la gente generalmente non si fiderebbe molto di un medico gitano”[iii]

 

La “mezza nazione”

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Secondo un antico detto turco nel mondo esistono “settantadue nazioni e mezza”, in riferimento a quella dei gitani, considerata una “mezza nazione”. Per questo motivo, il nome scelto per un documentario sui gitani che abitano in 38 città della Turchia è “The Half”, “La metà” (Buçuk).

//Elmas Arus con un gruppo di bambini gitani turchi.Elmas Arus con un gruppo di bambini gitani turchi.

Elmas Arus, la regista, è nata da madre rom e padre abdal ad Amasya, in Turchia. È una dei cinque figli di una famiglia “mezza nomade”: la madre era impiegata come domestica e il padre lavorava come cestaio. È stata la prima femmina ad andare a scuola all’interno della sua famiglia, composta da un lignaggio di migliaia di persone. Racconta che suo padre diceva sempre che “una persona analfabeta è destinata a restare cieca” e decise così di mandarla a scuola anche se all’epoca “era vietato alle bambine uscire dalla comunità e andare a studiare. Mentre i maschi studiavano fino al terzo grado e oltre”[iv].

Quando finì le scuole elementari, la sua famiglia si trasferì a Istanbul. Lei aveva 12 anni all’epoca e subiva già la pressione di doversi sposare. Fu costretta a lasciare gli studi e restò a casa per 4 anni, imparando i lavori domestici e il ricamo. Ma resistette alla pressione del matrimonio convincendo i suoi parenti a lasciarle finire gli studi dopo quell’interruzione. Definisce gli anni delle superiori come “il punto di svolta della sua vita”: “I comportamenti dei miei compagni mi fecero percepire le differenze sociali e di classe”.

Quando andò a Edirne, una città a maggioranza rom, per studiare alla Trakya University, entrò in contatto con altri gruppi romanès che erano molto lontani dalla sua comunità. “Diversi gruppi hanno diverse tradizioni, usi e costumi a seconda della regione in cui vivono. Ciascuno conosce solo una parte dell’intera storia. Così cominciai a chiedermi ‘ Chi sono? Da dove vengo?’. E decisi di intraprendere un viaggio attraverso il Paese per realizzare un documentario”[v].

Uno dei suoi amici le suggerì di intitolare il lavoro “La metà”, in riferimento al detto turco che parla delle 72 nazioni e mezzo dicendole: “Lascia che il tuo film si chiami così e realizzerai finalmente un ‘intero’”.

Il marito di Elmas Arus, Haluk, ha commentato: “quel titolo potrebbe sembrare critico ma noi in realtà volevamo usare questa parola in modo ironico. Guardando il film, infatti, ti accorgi chiaramente che queste persone non sono affatto esseri umani a metà, e questo era il nostro principale obiettivo”[vi].

Attraversando e superando diverse difficoltà, sia finanziarie che tecniche, la regista è riuscita a concludere il lavoro in nove anni, grazie all’aiuto del marito e di un team di pochi volontari.

Tra il 2001 e il 2010 hanno viaggiato in quasi 10 città ogni anno, visitando 30-40 quartieri gitani ogni mese, incontrando molti gruppi diversi per un totale di 38 città e 400 quartieri. “All’inizio non riuscivamo a capire chi appartenesse a quale gruppo. Dopo, unendo i vari pezzi, abbiamo identificato tre gruppi principali: i rom, i dom e i lom”, spiega.

Delle 360 ore di girato raccolto è nato un lavoro di un’ora sui diversi gruppi presenti in Turchia. Gitani provenienti da tutto il Paese parlano delle loro vite, delle loro tradizioni culturali, dei problemi sociali ed economici che si trovano a fronteggiare. Arus racconta che il problema più diffuso per queste persone non è l’esclusione sociale ma la difficoltà economica. “Innanzitutto nelle zone occidentali l’emarginazione non è così visibile. Quelli che vivono nelle regioni orientali sono più vicini alla cultura curda, parlano curdo e il dom come seconda lingua. Quindi se non ti dicono di appartenere a questo gruppo non riesci a dire che siano gitani. Il problema principale è di natura economica, prima ancora che sociale. E, sullo stesso piano, ci sono anche le difficoltà legate alla salute”[vii].

Arus, raccontando cosa l’ha sorpresa di più durante le riprese, ricorda: “Per me era interessante che i personaggi del film raccontassero le stesse storie, leggende, gli stessi giudizi negativi diffusi su di loro esattamente nello stesso modo, benché vivessero in zone molto diverse del Paese e non si fossero mai incontrati, pur appartenendo a comunità piuttosto chiuse dove non esiste una cultura scritta. Questo mi ha davvero sorpresa”[viii].

 

“Gitana ma bella!”

Sul fatto di aver sposato un gagè, Elmas Arus dice “Ho sposato un non rom. Un giorno prima del matrimonio lui è venuto da me e mi ha detto ‘andiamo a dire a mia madre che sei una gitana’, e così abbiamo fatto. Mia suocera si ammalò e rimase a letto per un giorno intero. Ma dopo disse ‘Beh, che possiamo farci? È una gitana, eppure è educata e bella!’. Così ho superato la prova solo perché bella e colta! Mio padre inizialmente non acconsentì alle nozze, dicendo: ‘Un giorno o l’altro ti disprezzeranno perché sei una gitana’. Ma alla fine siamo riusciti a convincere anche lui. Sono fortunata, posso dire di non esser stata troppo maltrattata”[ix].

La povertà e l’emarginazione che Elmas Arus ha potuto constatare sia nella vita privata che durante i nove anni di viaggio tra i diversi gruppi gitani l’hanno spinta a fondare l’associazione “Zero Discriminazione” (Sıfır Ayrımcılık Derneği [x]), in difesa dei diritti dei rom. I loro sforzi sono stati essenziali nell’elaborazione della politica di “apertura nei confronti dei rom” messa a punto dal governo turco nel 2009.

Premiata con il Raoul Wallenberg Prize dal Consiglio d’Europa nel 2014 per il suo “eccezionale contributo alla conoscenza delle condizioni dei rom in Turchia e altrove”. La giuria ha dichiarato: “Ha cercato di migliorare la propria situazione, in particolare quella delle donne rom, e di portare la discriminazione contro di loro sulla scena del dibattito politico. Il duro lavoro realizzato dalla regista con coraggio e perseveranza è un contributo molto importante nella lotta contro i pregiudizi radicati e le discriminazioni subite dai gruppi romanès in tutto il nostro continente”[xi].

Elmas Arus ha donato i 10mila euro del premio alla sua associazione, con lo scopo di usarli per l’educazione dei bambini rom. In un discorso a una conferenza che si è svolta a Istanbul nel 2010, la regista ha sottolineato l’imporanza della scolarizzazione per i più piccoli: “Sapete che nessuno chiede ai nostri bambini: ‘cosa farai quando sarai grande?’ perché il loro destino è già scritto. Noi siamo qui per cambiarlo. Così che anche i nostri bambini possano un giorno dire ‘voglio fare il dottore, o l’ingegnere, o il poliziotto, l’insegnante, lo storico, il professore… o anche il primo ministro!”.


Övgü Pınar

Tradotto dall’inglese da Federica Araco

22.10.2015