Biennale Arte a Istanbul dove la vita fa rima con dolore | Marta Ottaviani
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Marta Ottaviani   
Biennale Arte a Istanbul dove la vita fa rima con dolore | Marta OttavianiÈ una Biennale che urla alla vita ma anche al dolore quella presentata a Istanbul quest’anno. L’undicesimo appuntamento dell’importante rassegna internazionale di arte contemporanea si è aperto lo scorso 12 settembre e si concluderà il prossimo 8 novembre. Curato dalla Whw, What, How & for Whom, una ong con sede a Zagabria e impegnata in “cultura visuale”. L’evento è ospitato dalla Istanbul Modern, la sede espositiva che si estende sulla sponda del Bosforo e che da sempre rappresenta uno dei centri culturali più importanti della città.
Il filo conduttore è la vita, ma che spesso fa rima con dolore, privazione, desiderio di libertà. La rassegna si apre con una proiezione in cui di vedono due seni stillare latte materno, rappresentazione della vita per eccellenza. Da quel momento, il concetto di vita comincia a prendere connotati diversi. Si inizia con il plastico di una città palestinese, a metà fra un quartiere ideale e un presepe post-moderno, dove l’attenzione è attirata prima dalla vita apparentemente normale, con macchine di lusso posteggiate sui marciapiedi, ma lentamente poi l’occhio dell’osservatore si abitua all’altra realtà, ossia agli strascichi della guerra.
C’è la vita gridata dalle pagine di un diario, nell’opera di Cengiz Çekil, che ogni giorno scrive “Bügün de yaşiyorum”, vivo anche oggi, dove la vita equivale a un’affermazione quasi ossessiva.
Nilbar Güreş e Lidia Blinova interpretano il concetto di vita con l’ambiguità sessuale, dove la diversità viene esibita con voluta volgarità, per compensare una pressione durata troppo a lungo.
La parte più coinvolgente dell’esposizione è quella dedicata alle grandi dittature del XX secolo, soprattutto quella comunista, e che porta il titolo “Masrafi kim ödedi?”, “chi pagherà il conto?”, dove la vita è intesa come resistenza alla repressione ma anche come vuoto e spaesamento una volta che questa è finita. Così nei quadri di Vyacheslov Akkumov, i leader comunisti vengono ritratti appena affioranti dalla sabbia e l’insieme di proiezioni Ruhla, Kanla, con l’anima e con il sangue, esaspera la resistenza e la lotta per la libertà.
Libertà che però si può trasformare anche in un enorme paradosso, come dimostra la serie di filmati confezionati da Arthur Zwijenski e intitolata “Democracies”, democrazie, dove a cortei femministi e ambientalisti, si affiancano le manifestazioni contro Israele (un evidente afflato pro-Palestina pervade tutta la mostra) e persino i funerali del leader dell’estrema destra austriaca Jörg Haider.
Al centro dell’esposizione c’è l’emblematico “errorist kabaret” dove la “T” è andata volutamente persa e dove il gioco è sottile e a tratti si confonde tra chi provoca errori e chi sparge il terrore. Lo testimonia la scritta sullo sfondo che, sempre con un gioco di parole, recita “hemimiz (t)errorist, che può essere letto come “siamo tutti terroristi” oppure, e non è meno drammatico, “siamo tutti in errore”.
Per terra, a segnare questo percorso nella vita, errore e dolore, tanti tovaglioli rossi, tracce ideali di sangue, che provengono da vite negate o tormentate.

Marta Ottaviani
(13/10/2009)



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