«Sono un capitalista dei valori umani» | Hamza Bahri
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Hamza Bahri   

«Sono un capitalista dei valori umani» | Hamza Bahri
Roger Assaf
Roger Assaf è il primo drammaturgo ed attore del mondo arabo onorato dalla Biennale del Teatro di Venezia con un Leone d’Oro alla carriera e alla sua opera teatrale.
Nato nel 1941 a Beirut da madre francese e padre libanese, nel 1958 avvia i suoi studi in medicina all'università gesuita S.Joseph dove ha fondato assieme al celebre drammaturgo George Shahada il Centro Teatrale Universitario.
Assaf è il direttore del primo teatro di Beyrut, fondato nel 1965 e riaperto con l'aiuto del famoso scrittore libanese Elias Khuri nel 1992, dopo vent'anni di guerra civile.
Cristiano di nascita riconvertito allo sciismo, è considerato oggi come il punto di riferimento di un teatro arabo socialmente e politicamente impegnato. Tra le sue opere, Ayyam al-Khiyyam,Muzakkirat Ayyub et lucie la femme verticale.
Durante il suo soggiorno a Venezia, ha presentato la sua ultima piéce teatrale La Porte de Fatima, in cui racconta la guerra dei trentatre giorni nel 2006.

Professore Assaf, la Biennale del Teatro di Venezia le ha attribuito il Leone d'oro di questa edizione. Cosa rappresenta questo premio per lei? E come può valutare la sua carriera?
Sinceramente, non mi aspettavo questa nomina, è stata una sorpresa per me e per i migliaia di libanesi che sono felici per questo premio, e ci tengo a ringraziare la Biennale di Venezia, in particolare il direttore Maurizio Scapparo per gli sforzi intrapresi per conferire una dimensione mediterranea alla Biennale. Per quanto riguarda la mia carriera, non mi vedo in grado di valutarla adesso, per me la strada è ancora lunga ed ogni giorno che entro in teatro mi sento ancora in piena evoluzione e sento che ci sono tante cose ancora da imparare. Quello che posso dire adesso è che sono un capitalista dei valori umani.

Lei ha qualificato in diverse occasioni il suo teatro come un teatro di guerra oppure un teatro segnato dalla guerra, ci può spiegare perché?

È vero, il mio teatro è segnato dalla guerra perché è nato e nasce in una società che ha sempre vissuto in guerra oppure tra due guerre. E devo dire che non mi ricordo di nessuna fase storica in cui il Libano abbia vissuto senza guerra, e non ricordo di nessuna generazione che non abbia conosciuto la guerra. La mia esperienza al laboratorio del teatro che ho animato a Venezia lo può testimoniare. Ho chiesto ai giovani attori che hanno partecipato di raccontare una storia qualunque della loro memoria collettiva, e tutti hanno raccontato storie dei campi di concentramento e del fascismo.

Come spiega il fatto che questi giovani artisti nati in un Europa che vive in pace da sessant'anni trattino ancora temi legati alla guerra?
Perché sentono che il mondo intero è in guerra, c'è la guerra in Iraq in Afghanistan in Palestina e recentemente in Congo, c'è anche la guerra contro il terrorismo, contro il male ecc.
Quello che vediamo oggi é che tutte le energie del mondo sono dedicate all’oganizzazione di guerre. Ed il fatto che questi giovani abbiano affrontato temi del genere è dovuto alle loro preoccupazioni sul futuro, assistiamo ovunque nel mondo ad un annientamento delle forze di cambiamento. Secondo me questi giovani si sentono obbligati a navigare controcorrente, cioè, smettere di vivere e diventare una parte integrante di questa macchina di distruzione, oppure rimanere per sempre ai margini della società.
Ci tengo a chiarire che l'obbiettivo della guerra è distruggere la vita invece il vero lavoro politico e culturale cerca di conservare la sua continuità.

Durante il laboratorio lei ha detto ai giovani attori di andare al di là della loro identità e cercare di scoprire la loro diversità. Ci può spiegare perché questa priorità della diversità?

Innanzitutto, cosa intendiamo per identità? È quella che abbiamo acquistato il giorno della nostra nascita? Direi di no, l'identità è qualcosa che progredisce con noi, e tutta la vita non sarebbe sufficiente per costruirne una. È per questo che dico che cercare solo la mia identità non è lo scopo essenziale dell’esistenza. Questo approccio ci porta ad un unico risultato, cioè, riunirci con quelli che condividono con noi le stesse idee e vivere in conflitto con quelli che sono diversi. Mentre è completamente l'opposto, la mia identità fa parte d'una cosa più grande, con ciò intendo l’appartenenza alle differenti realtà con le quali sono in relazione.
L'importanza in questi rapporti è che non sono costretto ad accettare gli altri perché sono diversi, piuttosto vorrei che siano diversi da me, in questo modo avrei l'opportunità di imparare da questa diversità e avremmo la possibilità di risolvere i conflitti tra di noi senza eliminare la diversità che ci unisce.

Parlando di diversità penso che il Libano sia un bell’esempio, secondo Lei cosa sta succedendo nel Suo paese?
Il Libano è un modello unico di convivenza tra diverse sette religiose e minorità etniche, e penso che abbia provato durante il corso della storia di poter costruire una società di convivenza pacifica. Purtroppo, ogni volta raggiunta la pace succede qualcosa che rompe questa solidarietà reale. La guerra dei trentatre giorni del 2006 ne è un bell’esempio: durante la guerra tutti i libanesi, nonostante le loro tendenze politiche e appartenenze religiose, hanno espresso una volontà di costruire un'unità nazionale, ma subito dopo abbiamo assistito ad uno strappo tra i libanesi a causa di progetti politici contraddittori. I responsabili di questa situazione sono i padroni delle sette religiose che detengono il potere e che decidono a partire dai loro interessi legati agli interessi delle forze straniere. Sono loro i responsabili della divisione del paese: un libanese oggi per sopravvivere deve per forza aderire ad una setta e sottomettersi al suo padrone. Oggi in Libano c'è una grande separazione, per non dire odio, a livello popolare ed universitario tra sunniti e sciiti, e questa situazione è molto preoccupante.

Secondo Lei, come si può superare quest'atmosfera di odio?

Penso che si debbano inventare modelli di società costruttivi ed affrontare gli argomenti che ci riguardano tutti e ci uniscono, per esempio nessuna delle manifestazioni che sono state organizzate a Beirut aveva adottato rivendicazioni economiche o sociali, tutte erano di carattere politico, io penso che nelle condizioni in cui si trova il mio paese, parlare di Siria o Iran porti solamente divisione, invece quello che ci interessa è migliorare la nostra vita e tutti dovrebbero tenere per sé le proprie convinzioni politiche e religiose.

Hamza Bahri
(02/12/2008)




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