Hady Zaccak tra memoria e identità | Francesco Mazzucotelli, Hady Zaccak
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Francesco Mazzucotelli   
Hady Zaccak tra memoria e identità | Francesco Mazzucotelli, Hady Zaccak“Qualche volta ho la sensazione che i miei documentari siano tanti capitoli di una sola opera. È come se alla fine finissi sempre per trovarmi nella stessa casa, entrando una volta dalla porta principale, un’altra volta dalla finestra, un’altra volta ancora dal retro.” Hady Zaccak usa una metafora suggestiva per spiegare la sua esplorazione delle contraddizioni e delle molteplici identità libanesi. Ci incontriamo in un bar di fronte all’università Saint-Joseph, dove insegna storia del cinema da dodici anni, subito dopo essersi diplomato e aver pubblicato un volume sulla storia del cinema libanese, intitolato Le cinéma libanais, itinéraire d'un cinéma vers l'inconnu (1929-1996).

Dal 1997 a oggi, Zaccak ha scritto e girato oltre venti documentari. Dapprima si è occupato del paesaggio urbano di Beirut e di storia del cinema libanese, e poi si è dedicato al tema delle identità comunitarie nel contesto di un paese coinvolto in un difficile percorso di coesistenza, confronto, memoria e, spesso, di amnesia nei confronti di un passato difficile da metabolizzare. In The War of Peace , realizzato nel 2007, Zaccak investiga le divisioni che attraversano il paese all’indomani della guerra del Luglio 2006. Shi’a Echoes From Lebanon e Sunni Echoes From Lebanon , presentati nel 2008, sono invece due viaggi all’interno delle comunità sciita e sunnita, in cui esplodono le contraddizioni e le differenti modalità di declinare la propria identità. Refugees for Life , girato nel 2006, descrive la vita di alcune famiglie di profughi palestinesi sospese tra un quartiere informale (abusivo) alle porte di Tiro e la periferia di Berlino.
Militanza politica e disimpegno, desiderio di coesistenza e rivendicazione di una irriducibile alterità, persone praticanti e persone assai tiepide nei confronti della religione, ancoraggio al passato e desiderio di dimenticare: le interviste su cui Hady Zaccak costruisce i propri documentari sfidano gli stereotipi, le semplificazioni e le immagini dominanti.

Hady Zaccak tra memoria e identità | Francesco Mazzucotelli, Hady Zaccak Nei tuoi documentari, la diversità di punti di vista e di modi di rispondere alle domande che tu poni assume un lato marcato, talvolta addirittura grottesco. È un effetto che cerchi sin dall’inizio oppure nasce nel corso della produzione?
Credo che sia la realtà che io descrivo ad essere talvolta grottesca. A dire il vero, quando scrivo la sceneggiatura talvolta cerco l’effetto ironico, e ciò ha un impatto nella fase delle riprese, ma poi è solo durante il montaggio che l’effetto viene costruito dalla contrapposizione di affermazioni e contraddizioni. Mi piace smontare le immagini ricorrenti e mostrare i diversi tasselli. Credo che “decostruzione” sia la parola chiave per descrivere ciò che intendo fare: decostruire le identità, specialmente quelle calate dall’alto. Detto questo, però, cerco di pormi in maniera molto umile nei confronti di coloro che intervisto. Cerco di essere quanto più invisibile, di imparare da loro.

Quanto è stato difficile selezionare delle persone che volessero esprimersi pubblicamente su argomenti sensibili come la religione e la politica all’interno di un contesto così delicato come quello libanese?
Nei miei documentari intendo presentare il lato “umano” degli argomenti che tratto di volta in volta. Persone in carne e ossa, con le loro contraddizioni, le loro incoerenze, le loro ostinazioni. Non mi interessano i rappresentanti e i portaparola più o meno ufficiali di questa o quella fazione. Mi piace far parlare la gente comune. Naturalmente è necessario instaurare un rapporto di grande fiducia prima di poter persuadere delle persone comuni a parlare della propria vita e delle proprie convinzioni di fronte a una videocamera. E costruire un tale legame di fiducia richiede molto, molto tempo e molta pazienza.

Come riesci ad ottenere la fiducia delle persone che intervisti? C’è un modo particolarmente efficace di convincerle?
Come ho detto prima, cerco sempre di essere il più possibile invisibile. Io spesso cerco di fare in modo che la persona che intervisto possa sentirsi “l’eroe” della situazione. Cerco di far comprendere ai miei intervistati che, per una volta, non sono i recipienti passivi di slogan, indicazioni, immagini e retoriche che provengono dall’alto, ma che, nell’intervista, giocano un ruolo attivo nella storia. Cerco di far capire che quello che hanno da dire può essere importante e che c’è qualcuno disposto ad ascoltare la loro storia.

I tuoi documentari sono molto “politici”, nel senso che chiamano in causa molti argomenti di attualità e questioni di identità collettiva. Hai mai incontrato problemi o resistenze nella realizzazione delle interviste o dopo il montaggio?
Ogni documentario è stato, a suo modo, segnato da problemi, critiche, incomprensioni e sospetti. Non è stato facile girare documentari e realizzare interviste nel clima di forte tensione politica e sociale che ha attraversato il paese dall’autunno del 2006 sino agli inizi dell’estate del 2008. Spesso erano gli stessi abitanti dei quartieri dove giravamo a guardarci con timore. In questo contesto, ho sentito molto il peso della responsabilità per i possibili effetti a cui potevo esporre le persone che decidevano di svelarsi nelle interviste. Qualche volta, penso persino di aver sentito più io il peso della responsabilità per ciò che veniva detto e per le possibili conseguenze che non gli stessi intervistati.

Come sono stati recepiti i tuoi documentari? Hai notato dei cambiamenti nel modo di seguire i tuoi lavori?
Ci sono stati alcuni intervistati che non hanno gradito il risultato finale o il montaggio delle scene. D’altronde, sono consapevole di espormi al rischio di presentare dei documentari che possono apparire “controversi” a causa degli argomenti che trattano e del modo di trattarli. Però devo dire che, nel corso degli ultimi anni, ho notato un’attenzione crescente da parte del pubblico più giovane. È come se, dopo gli avvenimenti della primavera 2005 e soprattutto dopo la guerra del 2006, molti giovani siano finalmente interessati a cercare di capire qualcosa di più sul nostro passato e sulla nostra storia collettiva.

Nei tuoi documentari, così come in molte opere presentate da tuoi colleghi al Lebanese Film Festival , si coglie un’attenzione molto forte al tema complesso della memoria storica, soprattutto di quella legata alla storia recente del paese e ai suoi conflitti. Credi che si possa parlare di un vero e proprio filone o di un gruppo di registi?
È vero che siamo un gruppo di registi giovani e impegnati in temi storici e sociali, anche se in modi e con sfumature differenti, ma credo che l’industria cinematografica libanese sia troppo piccola a livello di dimensioni e di risorse perché si possa veramente parlare di un “movimento” o di una “corrente”. Il tema della memoria storica o, per essere più precisi, della memoria selettiva e, spesso, di una vera e propria forma di amnesia generalizzata è comunque un elemento ricorrente. Personalmente, cerco di contrastare queste forme di amnesia e di rimozione. In Darson fil Tarikh , che è stato presentato nel 2009 al Lebanese Film Festival, ho seguito il modo con cui la nostra storia, recente e passata, viene insegnata in differenti scuole afferenti a differenti confessioni religiose. I risultati sono, come dicevamo all’inizio, grotteschi e spaventosi allo stesso tempo. Gli argomenti specifici dei miei documentari cambiano, ma ogni volta mi trovo a confrontarmi con le medesime dinamiche di identità, memoria selettiva e amnesia. In realtà, mi sembra di occuparmi sempre del medesimo argomento. O forse è solo un percorso con molte tappe.

Hady, quale è la prossima tappa di questo percorso?
Il mio prossimo lavoro sarà un documentario che ha per protagonisti tre tassisti di Beirut, di differente età e provenienza. Attraverso i loro taxi, vorrei mostrare il microcosmo che si svela al loro interno e lungo le strade che ogni giorno percorrono.

Francesco Mazzucotelli
(16/08/2010)