Mona Hatoum: variazioni di contrasti e scomposizioni  | Francesco Mazzucotelli
Mona Hatoum: variazioni di contrasti e scomposizioni Stampa
Francesco Mazzucotelli   
Il Beirut Art Center, un centro di arte contemporanea inaugurato nel Gennaio 2009 tra i capannoni dell’area industriale di Jisr el-Wati nella parte orientale della città, ospita quest’estate Witness , una personale dedicata a Mona Hatoum, artista di origini palestinesi e di formazione londinese.

Mona Hatoum: variazioni di contrasti e scomposizioni  | Francesco MazzucotelliI capelli corti di aspetto mascolino che apparivano nei video degli anni Ottanta (come in Roadworks , girato per le strade del quartiere londinese di Brixton) si sono trasformati in un taglio elegante di ricci brizzolati. Sono i capelli che la stessa artista ammette, durante un incontro col pubblico, di aver collezionato sotto il letto per quattordici anni e con cui poi avrebbe confezionato le “palline di pelo” ( hairballs ) che, disposte su un pavimento di legno, sarebbero divenute parte di una sua opera.
Le palline di capelli esprimono due tematiche care all’artista: il ruolo del corpo e il contrasto tra ciò che è conosciuto e ciò che crea repulsione e ribrezzo. Per Hatoum, lo spettatore deve essere stuzzicato da un contrasto di desiderio e di repulsione, di timore e di fascino. Questo rapporto dialettico informa di sé una parte considerevole delle opere dell’artista.
Anche lo spazio domestico, apparentemente conosciuto e rassicurante, viene sottoposto a una scomposizione, inserendovi oggetti profondamente repellenti o incomprensibili o evocanti guerra, distruzione e conflitto. Le aspettative sono contraddette da elementi di disturbo. Il familiare diventa, per usare un termine apparentemente molto caro a Hatoum, unheimlich , ossia ignoto e minaccioso. Un passaverdure sembra trasformarsi in un minaccioso animale preistorico o in un veicolo armato. Cavi elettrici, fili spinati, fastidiose intermittenze di luci e di rumori sconvolgono un paesaggio domestico di tavole imbandite.
Gli oggetti di casa diventano, nelle opere di Hatoum, inutili, strani, minacciosi. Ambienti e strumenti tradizionalmente legati al nutrimento e all’accudimento vengono trasformati mediante uno stile aspro, surreale, sfrontato in potenziali minacce. Ecco allora carrozzine armate di coltelli e letti di ospedali tramutati in gabbie soffocanti. Sono strumenti di protezione o di ingabbiamento?
Hatoum comunica, attraverso il suo lavoro, un senso di dislocamento, di non appartenenza, di estraniamento. Anche la casa diventa un luogo mitico su cui grava un senso di perdita e di violenza, nel quale convivono esilio e ritorno, e in cui familiarità ed estraneità si incastrano a vicenda in maniere radicali e allo stesso tempo imprevedibili.
Mona Hatoum appare algida, scostante e stanca. Durante l’incontro col pubblico per la presentazione della personale, legge con fatica, incespicando in un inglese a tratti incerto. Si innervosisce per le domande del pubblico quando le viene chiesto quanto abbia pesato, nel suo percorso di artista, la sua provenienza e la sua storia familiare. Con qualche sufficienza di troppo, l’artista dichiara che “un’opera d’arte non deve necessariamente articolare un’idea importante” e che “il lavoro dell’artista non può essere ridotto” a una e una sola interpretazione.
Ma poi è la stessa Hatoum a fornire le categorie fondanti della sua poetica; e molta parte della sua produzione appare profondamente “politica” (nel senso ampio del termine) e profondamente legata alle vicende mediorientali.
L’esplorazione del corpo, la penetrazione da parte di sonde e oggetti estranei rendono l’idea di un territorio familiare ma vulnerabile e di un corpo estraneo ed estraniato. In lavori come Over My Dead Body si coglie la valenza politica del corpo, il legame tra potere istituzionale, sorveglianza e corpo (soprattutto il corpo femminile) in una triangolazione nella quale si sovrappongono prigionia, liberazioni e sovrastrutture sociali che riguardano il corpo della donna, e in cui riecheggiano chiaramente le considerazioni di Foucault sulla biopolitica.
Anche la cartografia serve a Hatoum per esprimere “l’ansia di una casa” e lo stato d’animo di trovarsi sempre “a casa e lontano da casa”: la concezione di un “paesaggio interiore” che si sovrappone a uno spazio geografico emerge ad esempio nell’opera in cui alcune saponette di olio d’oliva riproducono una mappa dei Territori Palestinesi Occupati.
Persino nelle opere più avanguardiste degli anni Ottanta (come Variations on Discord and Divisions , del 1984) si può leggere, tra le righe, una critica della insensatezza dei conflitti mediorientali e della inanità delle conferenze e degli inconcludenti negoziati di pace, come nel video The Negotiating Table (1983), in cui una figura umana cosparsa di frattaglie e coperta da un telo di plastica rimane immobile mentre ricorrono ossessivamente inserti audio di esponenti politici e militari che declamano il loro punto di vista sui conflitti mediorientali.


Ad onta delle dichiarazioni dell’artista, la prospettiva regionale si fa ancora più chiara nelle opere esposte al BAC. La mostra è tutta giocata sul rapporto tra familiarità degli oggetti ed elementi di rottura portati da o riconducibili a conflitti e contrapposizioni del Medio Oriente contemporaneo.
Se Witness , che dà il titolo alla mostra, è una versione in miniatura, con tanto di fori di proiettile, del monumento oggi isolato nel mezzo di un parcheggio in Piazza dei Martiri, nel centro di Beirut, Worry Beads riprende il concetto della masbaha (il rosario usato per pregare o, più spesso, come passatempo) in cui però i grani sono costituiti da palle di cannone.
Mona Hatoum: variazioni di contrasti e scomposizioni  | Francesco Mazzucotelli
In Misbah una lanterna magica apparentemente gioiosa, simile a quelle usate per proiettare immagini nelle camerette dei bambini, rivela in realtà un lato sinistro e terrificante, perché le immagini che essa proietta sono di soldati e di uomini armati in marcia.
Mona Hatoum: variazioni di contrasti e scomposizioni  | Francesco Mazzucotelli
In 3-D Cities le mappe di Beirut, Baghdad e Kabul sono tagliate e sollevate in modo da creare aree concave e convesse che sembrano alludere ai cicli di distruzione e ricostruzione che queste città hanno attraversato nel loro passato recente e nel loro ancora incerto presente.
La dialettica tra paesaggio esterno e paesaggio interno si rivela anche in Balançoires , dove due altalene con parti della mappa di Beirut (la parte ovest e la parte est, rimandando alla memoria della guerra civile) si fronteggiano, si guardano e rimangono in un equilibrio precario, sempre pronto a dondolare da una parte o dall’altra. Le due parti compongono un insieme per chi guarda da fuori, ma rimangono lo stesso irrecuperabilmente divise.
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Lo stesso concetto si ritrova in Tectonic , una mappa del mondo su placche di vetro di forma quadrata. Cosa coglie l’occhio di chi guarda? L’unità del mondo al di là delle spaccature verticali e orizzontali, o la divisione dei tanti quadrati che restano, comunque, separati tra loro?
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L’opera di Mona Hatoum stuzzica l’interesse e sembra rimbalzare la risposta alla sensibilità e alle esperienze trascorse di chi guarda.

Francesco Mazzucotelli
(foto: F. Mazzucotelli)
(27/08/2010)


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