FareeQ el Atrash: hip-hop libanese  | Diala Gemayel
FareeQ el Atrash: hip-hop libanese Stampa
Diala Gemayel   
Edd, uno dei due MC del gruppo, ci racconta sorridendo l’origine del loro nome: “John, il bassista, che è con noi fin dalla nascita di FareeQ el Atrash, passeggiando per le strade di Beirut un giorno si è imbattuto in un fantastico nightclub (vietato ai minori di 18 anni) con queste tre parole sull’insegna. Siccome in arabo atrash significa sordo, noi rappresentiamo persone sorde che desiderano ascoltare vera musica”.
FareeQ el Atrash: hip-hop libanese  | Diala Gemayel
È l’incontro tra Edd e John, nel 2006, del “beatbox” (percussionista vocale) Fayez, o FZ, nel 2007, e poi il ritorno in Libano del chitarrista Ghassan nel 2008, senza dimenticare Chino, a far decollare FareeQ el Atrash nel panorama rap e hip-hop. “Abbiamo unito le forze, ognuno di noi con un bagaglio musicale diverso: funk, alternative rock, trip-hop. Tutte queste influenze hanno dato un’identità unica alle nostre composizioni. Le composizioni sono l’anima di FareeQ el Atrash: sono gli argomenti che vengono approfonditi dal rapper. “Per noi la scelta delle parole e dei ritmi è fondamentale”. I testi sono volutamente in dialetto libanese: “La nostra lingua sta scomparendo, giorno dopo giorno, sostituita inesorabilmente dall’inglese”. Nel loro primo album, FareeQ el Atrash , una sola canzone su dodici è stata registrata in inglese. “Per questo motivo non abbiamo bisogno di usare strumenti orientali”.
Il processo creativo funziona come una catena di montaggio ben oliata: “Io lavoro su parole e ritmi al computer e poi vengo in studio dove John, che suona il pianoforte e la chitarra, ricerca le note; Ghassan aggiunge il basso e FX i ritmi e le percussioni. I nostri testi cercano di riflettere il mondo in cui viviamo. Mostriamo la nostra identità, il nostro punto di vista, che piaccia o no”. FareeQ el Atrash resta “lontano dai politici”, senza mai rinunciare a dare la sua versione dei fatti, anche se può essere secca: in Gaza , il discorso è apertamente contrario al governo “sionista”. “Noi affrontiamo sempre temi che colpiscono, temi che devono essere affrontati”.

Poesia rap e commistione di ritmi
“Ho scritto Demoqrati dopo la guerra del luglio 2006, ricordando reazioni e battaglie, dove nessuno cercava veramente una soluzione ai problemi. Ho parlato di errori delle due parti contrapposte in modo tale che chi ascolta finisce per chiedersi da che parte stia! Durante i concerti, tengo sempre d’occhio le persone un po’ più vecchie che non ballano e, a braccia conserte, ascoltano le cose che dico, perché capiscono l’arabo. Quando li vedo sorridere e poi improvvisamente fermarsi e sollevare un sopracciglio so che non gli è piaciuto quel che ho rappato. Sono loro che mi interessano. Alla fine dello spettacolo, alcuni vengono da me per incoraggiarmi”.

Edd continua a descrivere ciò che fa il gruppo libanese, che da qualche mese ha firmato un contratto con l’etichetta Fwd Records per il primo album: “Con Simba Shani Kamaria Russeau, Nisreen Kaj e Hayeon Lee, abbiamo fondato Taste Culture, che mira a riunire diversi generi musicali dando grande risalto al rap e allo slam. È con questo spirito che nel 2009 sono nate le serate di poesia rap Hkileh (parla con me). Hanno avuto un tale successo che siamo già alla sesta edizione. Alla fine di ogni serata, distribuiamo gratuitamente un CD con un pezzo nuovo o inedito di ogni partecipante che si è esibito sul palco”. Molti degli artisti invitati oggi sono noti e fanno serate come solisti. Ma la cosa importante è un’altra: “Bisogna ascoltare tutto. Quelli che vengono per il rap diventano un po’ impazienti, ma a volte scoprono uno stile nuovo che poi cominciano ad apprezzare”.
Il gruppo non è mai stato oggetto di tagli da parte della censura: “Non irritiamo nessuno perché usiamo spesso metafore e l’umorismo. Non seguiamo lo stile del gangsta rap. Siamo persone comuni: con un lavoro, l’università… I nostri testi sono un po’ il nostro diario giornaliero”.

FareeQ el Atrash hanno suonato l’11 settembre al Festival di Hamra a Beirut.

Diala Gemayel
Traduzione dall’inglese di Stefano Costa
(17/11/2010)














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