“Bamboccione” libanese e immigrati tra i premiati al TFF | Stefanella Campana
“Bamboccione” libanese e immigrati tra i premiati al TFF Stampa
Stefanella Campana   
Due soli attori nel ruolo di operai estivi della manutenzione stradale, un budget limitato, una storia essenziale ed emblematica in un‘Islanda disabitata sono gli ingredienti di “Either way”, dell’esordiente Gunnar Sigurdsson, 33 anni, considerato il miglior film al 29 Torino Film Festival.
“Bamboccione” libanese e immigrati tra i premiati al TFF | Stefanella Campana
“Either way”, Gunnar Sigurdsson

Premio speciale della giuria (ex equo con “Le 17 ragazze”) al film della libanese Rania Attieh e Daniel Garcia “Ok, enough, goodbye” dove in un Libano lontano dalle cronache dei tg si mescolano le solitudini disperate e le amicizie inattese di un “bamboccione”. In Libano i legami familiari sono molto forti, così può capitare che nella città di Tripoli un quarantenne abiti ancora con l’anziana madre. Ma quando la donna, stanca, lo lascia, va alla disperata ricerca della compagnia di qualcuno. Fa amicizia con un bambino, scambia sms con una prostituta con cui instaura una relazione. Alla fine prende con sè una cameriera etiope. “Ciò che ci ha spinto a realizzare un lungometraggio in Libano è sempre stato il desiderio di cercare di girare un film diverso da quelli che di solito si fanno in questa regione. Ci sembra infatti che le persone di questo paese siano talvolta descritte nei film più come vittime del mondo e delle circostanze che come persone con una vita del tutto normale. Volevamo evidenziare appunto il fatto che in Libano si trovano una serie di meccanismi interni e di complessità sociali che spesso passano inosservati a un occhio non allenato”, hanno spiegato i due registi che hanno diretto e scritto diversi cortometraggi, vincitori di premi in festival internazionali . “Ok, enough, goodbye” rappresenta il loro esordio nel lungometraggio.

“Per le sue grandi qualità estetiche, il coraggio e la tenacia della sua opera militante, e per la sua fede nel potere del cinema di cambiare il mondo”, così la giuria del TFF ha motivato la scelta di premiare come migliore documentario internazionale il francese “Les éclats” di Sylvain George. E’ girato a Calais, in bianco e nero. In un’angosciante attesa, migranti aspettano di attraversare la Manica per raggiungere l’Inghilterra. Nel frattempo si tengono lontano dalla polizia. Li vediamo preparare pasti frugali, lavarsi, nascondersi, tentare di scaldarsi, bruciarsi i polpastrelli per diventare irriconoscibili mentre raccontano fatiche, soprusi, disperazione e le loro vite e identità stravolte. Il film si compone di sequenze sfuggite al regista del film “Qu’il reposent en révolte”. “Sono frammenti di voci, frammenti di risate, frammenti di rabbia; brandelli di parole, di immagini e di memoria; parole del vicino e del lontano, di ieri e di oggi, d’Africa, Medio Oriente, Europa; malattie scomparse, mani di metallo, retate della polizia, processioni guerriere, corte d’ingiustizia – spiega Sylvain George – Una cartografia della violenza inflitta alle persone migranti, della ripetizione delle gesta coloniali e del carattere inaccettabile del ‘come va il mondo’”.

“Sono state fatte scelte molto coerenti con lo spirito del Festival”, commenta i premi un soddisfatto Gianni Amelio, il regista alla guida per il terzo anno del TFF che ha chiuso con una crescita di pubblico, in coda per non perdersi 217 titoli, 32 anteprime mondiali, documentari, corti, sezioni dai nomi suggestivi ( Onde, Festa mobile, Cinema & Cinemi, Figli e Amanti ). E la retrospettiva dedicata al grande regista americano Robert Altman, tra i maggiori innovatori del cinema americano spesso in disgrazia a Hollywood che “non ha mai abbandonato il suo stile personalissimo e sinuoso, il suo sguardo malinconico e triste verso la cultura e la decadenza ideale dell’America”, come ha sottolineato Emanuela Martini, vice direttore del TFF.
Un po’ di amarezza per il cinema italiano che non ha vinto nulla. Due i titoli italiani in concorso: “I più grandi di tutti” di Carlo Virzì e quello dell’esordiente Matteo Zoni “Ulidi piccola mia” su un gruppo di ragazze che vivono in una casa famigli, ben accolto dalla critica.

Stefanella Campana
(05/12/2011)


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