I “punti neri” della Tunisia | Inkyfada, nettezza urbana in Tunisia, Ridha Brahim, ANGED, discarica di Borj Chakir
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Lilia Blaise   

I “punti neri” della Tunisia | Inkyfada, nettezza urbana in Tunisia, Ridha Brahim, ANGED, discarica di Borj Chakir

Sono tre anni ormai che la Tunisia si è trasformata in una “discarica a cielo aperto”. Una situazione di cui si incolpano facilmente i netturbini. Ma loro ne sono solo in parte responsabili. La moltitudine di soggetti, pubblici e privati, implicati nel “ciclo dei rifiuti”, la mancanza di risorse e di attrezzature, l’intervento delle municipalità, la delicata questione dei siti di stoccaggio, sono tutti fattori che concorrono alla crisi attuale.

I “punti neri”. Così vengono chiamati dagli agenti municipali i punti nei quali i cittadini depositano i sacchetti dei rifiuti in attesa che passi un netturbino. Spesso improvvisati, al lato dei marciapiedi, davanti alle case, lungo le strade, addirittura davanti ai licei, questi “punti neri” si sono moltiplicati dopo la rivoluzione, testimonianza della sconfitta dei netturbini e dei cittadini. E la visione dei cassonetti che straripano e dei sacchetti sparpagliati sui campi o sui terreni abbandonati tra i palazzi non fa che peggiorare la situazione.

Da Tunisi a Djerba, dove la situazione è critica, la nettezza urbana è un problema. La presenza costante di bidoni della spazzatura straripanti lungo le strade testimonia di come l’intero sistema di gestione dei rifiuti dopo la rivoluzione sia crollato.

Ormai le istituzioni dichiarano di non essere in grado di affrontare gli scioperi dei netturbini e il malcontento popolare, cui si aggiunge l’opposizione alla realizzazione di nuove discariche in diverse località. Il governo di Mehdi Ben Jomma ha annunciato un piano d’azione, ma basterà per mettere fine alla crisi che tocca tutti i settori? Perché le autorità non possono restare a braccia conserte, la nuova Costituzione le obbliga a intervenire.

 

Un sistema di raccolta già precario, messo in crisi dalla rivoluzione

In materia di rifiuti, la Tunisia aveva il ruolo di primo della classe sul piano internazionale, essendo stato il primo paese africano a trasformare i propri rifiuti “anarchici” in rifiuti controllati. I viali intitolati all’ambiente e la statua del fennec, la volpe dalle lunghe orecchie, che troneggiava su ogni rotatoria, erano là per ricordare l’importanza della tutela dell’ambiente. Negli anni Novanta era stata avviata la chiusura delle discariche abusive, e la gestione dei rifiuti era stata regolamentata dal decreto legge 16-41 del 10 giugno 1996. Ma anche sotto il regime di Ben Ali, il sistema di raccolta dei rifiuti presentava delle falle. La rapida urbanizzazione e la crescita della popolazione avevano creato notevoli difficoltà, sia nella raccolta che nello smaltimento dei rifiuti. Il contesto rivoluzionario non ha migliorato le cose. Alcune discariche sono state immediatamente chiuse dagli abitanti o dagli stessi operatori ecologici, come è stato nel caso del centro di smaltimento dei rifiuti pericolosi di Jradou o della discarica di Guellala a Djerba.

Ridha Brahim, direttore delle ricerche presso l’ANGED, Agenzia nazionale di gestione dei rifiuti, fa notare che “gli abitanti non vogliono più di una discarica nelle vicinanze delle loro case, e sono in generale contrari all’idea stessa delle discariche”.

Secondo Morched Garbouj dell’associazione SOS-BIIA, questa reazione immediata dopo la rivoluzione affonda le sue radici nella situazione che c’era prima: “Dopo la caduta di Ben Ali, tutti si ricordano che il 15 gennaio le strade erano coperte di immondizie. La discarica di Inkhila a Nabeul è stata chiusa per oltre dieci mesi, quella di Monastir per quattro mesi, quella di Jradoun è chiusa ormai dal 2011 e non ha più riaperto. Questo ha solo messo a nudo un sistema che non funzionava più. La raccolta dei rifiuti funzionava in maniera molto approssimativa, tra imprese private, lavoratori occasionali e municipalizzate che subappaltavano anche una parte dei servizi”.

Tra privatizzazione e subappalti, il sistema della nettezza urbana sotto Ben Ali restava in piedi, nonostante i problemi, grazie a uno stato poliziesco. Abusi e corruzione caratterizzavano la gestione di diverse municipalità, che dopo la rivoluzione non sono state in grado di fare un audit dei loro bilanci, e hanno anche visto ridursi i finanziamenti con il venir meno degli esattori fiscali incaricati di riscuotere le tasse sulla casa e sulle presenze alberghiere, dalle quali dipendevano i fondi destinati alla raccolta dei rifiuti.

 

Come funziona la raccolta dei rifiuti?

La gestione dei rifiuti in Tunisia dipende innanzitutto da comuni e municipalità, che si occupano della raccolta, ma vede anche l’intervento di numerosi altri attori pubblici e privati. Una volta raccolti, grazie all’uso di trattori, ruspe, camion trituratori, i rifiuti vengono dapprima depositati in un centro di trasferimento, e da qui poi distribuiti nelle discariche, posizionate in genere lontano dalle città. Nella procedura intervengono sia attori pubblici, che privati. In Tunisia i rifiuti vengono interrati, per minimizzarne l’impatto ambientale, soprattutto quando si tratta di rifiuti pericolosi o troppo costosi da riciclare, e di rifiuti domestici o simili. I rifiuti pericolosi vengono trattati prima di essere interrati.

Oggigiorno, per contrastare l’accumularsi dei rifiuti nelle strade e l’incremento delle discariche abusive, gli abitanti finiscono per dar fuoco alla spazzatura, con gravi rischi per la salute a causa dello sprigionarsi di sostanze inquinanti. Ciononostante, le discariche abusive si moltiplicano a un ritmo incessante, senza che le istituzioni preposte riescano a impedirlo. In Tunisia sono state realizzate e funzionano appena 10 discariche legali. Secondo l’ANGED, solo quella di Djerba è attualmente chiusa. Dieci nuove discariche sono state progettate, ma solo in due siti i lavori sono in dirittura d’arrivo (a Tozeur e Zaghouan), in 2 i lavori sono fermi (Mahdia e Kabouti) e le altre 6 sono ancora nella fase di studio.

I “punti neri” della Tunisia | Inkyfada, nettezza urbana in Tunisia, Ridha Brahim, ANGED, discarica di Borj Chakir

Il modello di discarica controllata proposto non soddisfa affatto gli abitanti, che si lamentano dei miasmi e della collocazione troppo vicina alle zone abitate. Questo, nonostante i siti siano scelti dopo attenti studi preliminari, come spiega Patrick Winckel, ingegnere della Société Tunisienne pour l’Environnement (STE). “In tutti i siti si procede per eliminazione: gli esperti dapprima identificano diversi terreni adatti, che sono poi sottoposti a un comitato di selezione composto da rappresentanti delle amministrazioni interessate, sia a livello nazionale che regionale (ANGED, ANPE, ministeri dell’Agricoltura, dell’Interno, etc.). La scelta finale si fa per eliminazione progressiva, dopo indagini sui terreni (sondaggi geologici e idrogeologici soprattutto)”.

Spesso in sciopero o bloccate, le discariche sono uno dei problemi del sistema di raccolta dei rifiuti, anche perché è sempre più difficile far accettare alla popolazione la nozione stessa di discarica, come ad esempio a Djerba, dove la situazione è già critica. “Dopo la rivoluzione, e soprattutto nel 2013 con lo sciopero della discarica di Borj Chakir, ci siamo ritrovati con 200, anche 250 tonnellate di rifiuti sversati in discarica ogni giorno, contro le 130/140 al giorno di prima”, si lamentano Souheil Sassi e Anouar Ajouadi, rispettivamente segretario generale del comune di Hay Ettadhamen e vice direttore dei lavori pubblici.

 

I problemi delle municipalità

La raccolta dei rifiuti spetta ai comuni. Ai tempi di Ben Ali, il sistema funzionava nel terrore, come testimoniano alcuni funzionari municipali: “Era un sistema che aveva già dei problemi ai tempi della dittatura, solo che all’epoca nessuno osava scioperare”, racconta un funzionario della municipalità di Marsa. Dopo la rivoluzione, Marsa e gli altri comuni hanno dovuto fare i conti con lo sciopero degli operatori della discarica di Jbel Borj Chakir, che riceve i rifiuti dell’area della Grande Tunisi.

La municipalità di Marsa ha allora creato un deposito temporaneo nella città, dietro il palazzo Essada, in attesa di poter trasferire la spazzatura a Jbel Chakir. Allo stesso modo, il comune di Hay Ettdhamen ha attrezzato un sito scoperto per stoccare le immondizie. Ma nelle altre località, come a Djerba, i sacchetti di spazzatura continuano ad accumularsi per strada.

A volte però sono carenze di mezzi e attrezzature a determinare il problema, come nel caso della municipalità di Ariana che gestisce la raccolta nel quartiere omonimo e in quello di Menzah. “Tutta la nostra attrezzatura è andata bruciata durante la rivoluzione, e abbiamo dovuto ricomprarla, spesso con fondi di donazioni dall’estero. Non è tanto la carenza di risorse il problema, quanto le lentezze burocratiche legate alle gare d’appalto”, spiega Lofti Dacharaoui, direttore dei servizi d’igiene della municipalità di Ariana.

Se per alcuni comuni il problema è la carenza di fondi, a causa della mancata riscossione della tassa sulla casa, come nel caso della municipalità di Bizerte, altri denunciano la mancanza di autonomia e decentralizzazione: “Aspettiamo una trituratrice da oltre un anno, ma è bloccata alla dogana. Stessa cosa per i pezzi di ricambio dei camion e delle compattatrici, ci vogliono spesso fino a 6 o 7 mesi per importare un pezzo di ricambio e riparare il mezzo”, dichiara Sofiane Bouslimi, coordinatore generale dei lavori pubblici del governatorato di Marsa. Sia lui che Lofti Dacharaoui si lamentano anche della mancanza di personale qualificato: “Siamo stati obbligati a stabilizzare molto personale dopo la rivoluzione, ma molti di loro non sono qualificati. Né ci sono sufficienti ispettori per assicurare un controllo del loro operato”, aggiunge Sofiane Bouslimi.

La carenza di personale incide anche sulla spazzatura delle strade, una volta raccolti i sacchetti abbandonati o che straripano dai cassonetti. Sui 140 operai in forze nel comune di Ariana, come spiega Lofti Dacharaoui, 85 sono impiegati nella raccolta dei sacchetti a causa del moltiplicarsi dei “punti neri”. Ne restano 55, troppo pochi per assicurare la pulizia delle strade di un’area che si estende da Ariana a Ennasr. A questo si aggiunge la stigmatizzazione dei netturbini, ora sotto accusa anche per i continui scioperi. Se continuano a scioperare, è per rivendicare condizioni di lavoro migliori, oltre l’incremento salariale dai 120/280 dinari del passato agli attuali 400 e la parziale meccanizzazione della raccolta. Di fatto, tocca a loro raccattare a mano i sacchetti sventrati dai berbechas, uomini e donne che frugano nelle pattumiere alla ricerca di plastica e vetro da riciclare. E sono sempre loro il principale capro espiatorio del malcontento popolare per il moltiplicarsi delle discariche abusive e per le condizioni delle strade.

I berbechas, d’altro canto, agiscono come una sorta di “selezionatori” a monte, prima che i rifiuti vadano in discarica. Nei municipi di Marsa e Ettadhamen è stato avviato, con il supporto dell’agenzia tedesca di cooperazione GIZ, un progetto per integrarli nel sistema di raccolta e gestione dei rifiuti solidi urbani, così da superare anche la stigmatizzazione di cui sono oggetto. Si stima che i berbechas siano tra i 500 e gli 800 a Hay Ettadhamen, e circa 140 a Marsa, pagati tra i 300 e i 500 millim per kg di plastica, a secondo della pulizia del prodotto, ma spesso vengono allontanati dai netturbini perché sventrano i sacchetti, che poi questi ultimi devono rammassare a mano. In altri comuni, i berbechas si sono organizzati direttamente con i condomini, per raccogliere direttamente alla porta bottiglie di plastica e vetro, evitando così che vadano a intasare le pattumiere.

 

Quale ruolo per lo stato?

Due sono gli attori statali che intervengono principalmente nel ciclo dei rifiuti. Da un lato c’è l’ANPE, Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente, istituita dalla legge n. 88-91 del 2 agosto 1988. Tra i suoi compiti c’è la lotta all’inquinamento e al degrado ambientale. È l’ANPE, ad esempio, che deve verificare che i rifiuti industriali avviati in discarica siano stati precedentemente trattati come previsto dalla legge. Non ha poteri di sanzione, ma può fare rapporti e avviare azioni giudiziarie. Secondo Mounir Majdoub, Segretario di stato all’Ambiente, l’agenzia non poteva fare correttamente il proprio lavoro, perché il suo organico era limitato a una ventina di persone, troppo poche per coprire l’insieme del territorio. “Oggi stiamo rivedendo i compiti dell’agenzia, e abbiamo portato l’organico a 80 unità”.

I “punti neri” della Tunisia | Inkyfada, nettezza urbana in Tunisia, Ridha Brahim, ANGED, discarica di Borj Chakir

Secondo i municipi, i problemi derivano soprattutto dall’ANGED, l’Agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti, che ha affidato le discariche a società private, con l’obiettivo di alleggerire il carico gravante sui comuni. Ma la privatizzazione delle discariche non ha risolto il problema della raccolta. Ridha Brahim, dell’ANGED, sottolinea come l’agenzia sia stata creata nel 2005 proprio per assistere i comuni e le industrie nella gestione dei rifiuti, e contribuire alla formulazione di nuove politiche nel settore. Al momento è impegnata nella promozione della tri-selezione (carta, vetro, plastica) e della valorizzazione dei rifiuti attraverso il riciclaggio, ma Brahim deve ammettere che i progetti pilota avviati finora non hanno dato i risultati sperati.

Mancano inoltre progetti inter-comunali e partenariati provinciali: i comuni non sono abituati a lavorare attraverso la concertazione, e questo porta a notevoli disparità tra una zona e l’altra. Ciononostante, c’è chi prova a collaborare, come nel caso dei municipi di Ariana e Raoued, che hanno avviato un sistema di raccolta condiviso. Mentre la municipalità di Marsa aspetta ancora un piano per la co-gestione della raccolta con le municipalità di Sidi Bou Saïd e Cartagine. La nuova Costituzione prevede inoltre una certa decentralizzazione e autonomia.

 

Rischi di strumentalizzazione politica e privatizzazione del settore

In sintesi, la gestione dei rifiuti soffre da un lato della mancanza di un intervento concreto da parte dello Stato, dall’altro della mancanza di una vera decentralizzazione a livello municipale. A monte, gli interventi sporadici dei Ministeri dell’Ambiente e dell’Interno non portano a risultati di lungo periodo. Dei progetti per il trattamento dei rifiuti prima del conferimento in discarica sono in fase di studio: una sperimentazione pilota è in corso nel sito di compostaggio di Bèja. Con l’avvicinarsi delle elezioni, la questione dei rifiuti viene sbandierata dai sostenitori di Ben Ali e cavalcata dai partiti in chiave polemica, proprio come era già successo nel corso della campagna del 2011.

La privatizzazione dei servizi di raccolta dei rifiuti è anch’essa fonte di dubbi. Anche se Mounir Majdoub insiste sul fatto che non si tratta affatto di privatizzare interamente il settore, ammette che il governo vorrebbe veder aumentare i partenariati pubblico-privato. La privatizzazione delle discariche è già un passo importante in questa direzione. Ma occorrere valutare quale impatto potrà avere la privatizzazione anche dei servizi di raccolta. Viene da chiedersi però se tale privatizzazione non sia di fatto già in corso, visto che molti comuni stanno facendo ricorso ai servizi di imprese private per far fronte all’accumularsi di rifiuti nelle strade in assenza di un intervento dello stato. Tra privatizzazione e disorganizzazione, la scelta sembra già essere stata fatta.

 


Lilia Blaise

Traduzione dal francese: https://inkyfada.com/2014/08/enquete-dechets-tunisie-partie1-poubelles-points-noirs-infographies/

 14/10/2014