I disegnatori tunisini su Charlie Hebdo: liberi sì, ma non troppo! | Ebticar, Willis from Tunis, Charlie Hebdo, Yajia Boulahia, Z, Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Adenov, Inkyfada, Lilia Blaise
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Lilia Blaise   

Davanti agli attentati, i caricaturisti e i disegnatori della stampa tunisina hanno reagito con delle vignette. Spesso, il riferimento era più alla violenza degli attacchi o al paragone con l’11 settembre che alle idee di Charlie Hebdo. La difficoltà di prendere posizione in merito a un giornale che fa caricature del profeta è evidente e ci sono opinioni divergenti sui limiti della libertà di espressione.

 

“Je suis…” (“Io sono…”) e seguono molte frasi, non solo il famoso slogan “Je suis Charlie” (“Io sono Charlie”). È il disegno di Z, il caricaturista tunisino che lavora nell’anonimato dal 2007 che, in pochi tratti di matita, riassume tutto:

 

“È difficile essere un fumettista in questo inizio d’anno. Dopo il massacro del 7 gennaio scorso, disegnare è diventato un mestiere ad alto rischio. E ancora più difficile è disegnare quando si tratta di questi Paesi dove l’islam domina la società. Dopo quel 7 gennaio di merda, in cui qualsiasi disegnatore sulla terra non può che piangere Charlie, ci si aspetta da noi fumettisti “musulmani” un surplus di solidarietà, un supplemento di indignazione”, scrive.

I disegnatori tunisini su Charlie Hebdo: liberi sì, ma non troppo! | Ebticar, Willis from Tunis, Charlie Hebdo, Yajia Boulahia, Z, Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Adenov, Inkyfada, Lilia Blaise

 

Z si è indignato quando ha letto la notizia dell’attentato. Intervistato dal disegnatore Charb, nell’aprile 2012, sulla questione Jabeur Mejri (un tunisino condannato a sette anni di carcere per aver pubblicato su Facebook delle caricature su Maometto, n.d.T.), aveva chiarito le sue posizioni in merito ai disegni sulla religione, sull’islam politico o sul partito di Ben Ali.

Per l’autore, non c’è alcuna ambiguità: sostenere Charlie significa sostenere la libertà di espressione: “per me, è evidente, io sono Charlie”, dice, ma aggiunge:

 

Charlie ci mette davanti alle nostre stesse contraddizioni in Tunisia, basta leggere i comunicati del ministero degli Affari religiosi in reazione all’attentato. Dicono più o meno di evitare di aumentare le tensioni con i disegni. Appellano alla prudenza invece di assicurarci protezione”.

 

In effetti, poco dopo la notizia dello scontro a fuoco, il ministero degli Affari religiosi ha pubblicato un comunicato nel quale condannava con fermezza l’atto criminale ma appellava anche “i media del mondo intero a rispettare l’etica giornalistica e a evitare di attaccare le religioni, gli usi e costumi e il sacro, per non ferire i sentimenti”.

Z si difende da solo: è ancora anonimo perché vuole giustamente proteggersi. Non ha mai ricevuto minacce di morte, ma intimidazioni per ciò che ha scritto su Ben Ali, sì.

I suoi disegni mostrano che un fumettista che vive in un Paese musulmano è in difficoltà davanti a quanto accaduto a Charlie Hebdo perché deve confrontarsi con un dilemma: come continuare a far caricature senza mai toccare la religione?

 

I disegnatori tunisini su Charlie Hebdo: liberi sì, ma non troppo! | Ebticar, Willis from Tunis, Charlie Hebdo, Yajia Boulahia, Z, Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Adenov, Inkyfada, Lilia BlaiseUna minaccia per la libertà di espressione in Tunisia

Tutti si chiedono: l’evento di Charlie avrà un impatto sulla libertà di espressione nei Paesi musulmani? E tra i fumettisti, qualcuno dovrà autocensurarsi? O l’islam è già un tabù per alcuni di loro?

Per Lotfi Ben Sassi, che disegna per il quotidiano La Presse, bisogna intanto fare una distinzione tra il dramma che ha colpito il settimanale francese e la sua linea editoriale.

 

“Da un lato, c’è la pubblicazione dei disegni considerati blasfemi da parte dei musulmani. Dall’altro, un attacco sanguinario contro gli autori e le persone presenti nella redazione”, puntualizza. “Per me, le due questioni non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra. Perché, se sul principio della pubblicazione di questi disegni si può ancora discutere, nel caso della risposta barbara non c’è nulla da dire. Io non sono né a favore né contro la pubblicazione di queste vignette. Tutto ciò che tocca la religione è una questione intima, personale e non pubblica. Ma ci sono diversi modi di protestare se si è contrari: manifestare, per esempio. Non uccidere”.

Ammette di essere stato influenzato dallo stile di Cabu e del gruppo di Charlie come Jean-Marc Reiser o François Cavanna, ma più per l’aspetto grafico che per i contenuti. Per lui, questa tragedia avrà ovunque un impatto sulla libertà di espressione, soprattutto in Tunisia: “Si farà molta più attenzione a non toccare la fede”. I suoi disegni sono più sull’attualità politica, e per questo lui si sente meno coinvolto di Z.

 

Ammette di non occuparsi di religione: “Non per paura, ma per rispetto delle idee e della fede degli altri. È come trattare i neri da ‘negri’ o gli immigrati da ‘sporchi arabi’. C’è per me un minimo di ritegno quando ci rivolgiamo al pubblico”.

Il disegnatore Adenov pensa che, al contrario, l’evento avrà ripercussioni positive sulla libertà di espressione. “Se i terroristi hanno i loro agenti dormienti, anche la libertà di espressione ha i suoi”, dichiara misteriosamente.

Lui usa lo humor nero del suo personaggio, il nanetto rasta, per ridicolizzare il terrorismo ma non è meno lucido sulla situazione del suo Paese. Sostiene che il comunicato del ministero degli Affari religiosi tunisino non è che una delle risposte alla situazione securitaria del Paese:

 

“Che volete che vi dicano? Avanti, disegnate? In una situazione di sicurezza estremamente fragile, come quella tunisina, bisogna evitare di dare dei pretesti per uccidere la gente!”.

 

Aveva d’altra parte criticato i disegni di Jabeur Mejri, condannato per “attentato alla morale, diffamazione e perturbazione dell’ordine pubblico”, dopo la pubblicazione, insieme a Ghazi Beji, di caricature di Maometto su Facebook. Pur prendendo le distanze dalla terribile pena della prigione, Adenov restava prudente sul contenuto di quei disegni:

“Per me, scioccare, soprattutto riguardo una credenza, non è già più libertà di espressione. Alcune delle vignette erano veramente degradanti. Penso che ci sia ancora bisogno di tempo per arrivare davvero a capire che tipo di libertà di espressione vogliamo”, ha dichiarato al sito tunisino Tekiano, nell’aprile 2012.

 

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Libertà di espressione in Tunisia: un dibattito sempre di attualità

Contrariamente ad altri Paesi, come la Cecenia o il Niger, dove una parte della popolazione ha manifestato contro Charlie Hebdo, la Tunisia non si è mobilitata particolarmente. Solo una marcia è stata organizzata partendo da una moschea del centro a Tunisi contro un imam che diceva che gli impiegati di Charlie “non avrebbero dovuto essere uccisi”, mentre alcuni fedeli urlavano il contrario. Questa reazione mostra una situazione diversa rispetto a quella del 2012, quando degli estremisti avevano attaccato l’ambasciata americana di Tunisi in reazione alla diffusione in internet del film Innocence of Muslim e subito dopo la morte dell’ambasciatore americano in Libia.

Disinteresse per le caricature? Altre preoccupazioni in vista delle celebrazioni, il 14 gennaio, del quarto anniversario della rivoluzione? Se i fumettisti e i media hanno parlato un po’ di Charlie Hebdo, il Paese sembra aver preso una certa distanza dal contesto francese. La formazione del nuovo governo e la liberazione degli ostaggi tunisini in Libia sono oggi le priorità ma la questione delle libertà rispetto alla sicurezza resta una sfida che tornerà certamente al centro del dibattito, come conferma il giornalista Raouf Seddik in un articolo uscito su La Presse il 14 gennaio:

“Il tema è di attualità: la libertà di espressione può provocare tragedie. Come è accaduto a Parigi. Qualcuno dirà che è per via dei suoi eccessi. Altri risponderanno che questi non sono che pretesti per degli uomini il cui pensiero nasce dall’intolleranza e dalla volontà di imporre un ordine agli altri con la forza delle armi e con il terrore… Anche quando la libertà d’espressione oltrepassa i limiti, la risposta cittadina consiste, se disapprova, nel non alimentare la violenza. Né con le armi né con la censura. Ma ogni società deve darsi da sola la libertà di espressione che le consente non di scioccare le persone ma di aiutarle a far valere, tutte, il proprio pensiero senza che gli uni si esprimano per sminuire o svalorizzare gli altri, senza che alcuni facciano prevalere la propria parola nel dibattito pubblico al punto che gli altri si riducano ad ascoltarli docilmente. Quali progressi abbiamo realizzato su questa strada? Quale cammino è stato percorso negli ultimi quattro anni e quali sono le nuove conquiste che vorremmo ottenere?”

Numerosi intellettuali tunisini e di altri Paesi del Maghreb hanno intanto lanciato una petizione on line intitolata “No al terrorismo nel nome dell’islam”.

 


 


 

 

Vediamo che ciascun fumettista si è più o meno abituato al contesto tunisino e ha accettato il fatto che la religione sia un tabù. Per molti, la libertà di espressione conquistata con la rivoluzione riguarda soprattutto la possibilità di parlare del contesto politico e ai dirigenti. Per esempio, le vignette di Chedly Belkhamsa fanno caricature dei terroristi e della loro violenza.

Willis from Tunis si serve del suo famoso gatto per prendere in giro la stupidità dei jihadisti in un disegno che ha avuto una grande risonanza nell’attualità tunisina in riferimento ai due giornalisti presi in ostaggio in Libia.

Per esprimersi sulla religione, è comunque meglio l’anonimato, come conferma, insieme a Z, Yajia Boulahia, anche lui anonimo, che da tre anni prende in giro i salafiti estremisti nei suoi disegni. Ma non si dice stupito della reazione delle autorità religiose:

“Trovo che il comunicato diffuso dal ministero degli Affari religiosi sia logico per un Paese non laico: è assolutamente normale avere questa presa di posizione”.

Lui, come Z, ha scelto di restare anonimo per essere più libero di scegliere la propria linea editoriale: “Penso che chi critica la propria religione e rimette in discussione alcune credenze non può che nutrire la nostra fame di conoscenza. So che molti miei concittadini sono insensibili all’humor quando si tratta di religione e dato che la religione è la mia linea editoriale, non posso che proteggermi con l’anonimato. La libertà di espressione, sì, ma per tutti. Avere due pesi e due misure causa queste tragedie”.

Tra impegno per la libertà di espressione ma sotto anonimato, e l’attitudine più cauta di chi usa il suo vero nome, i fumettisti tunisini si trovano tra due fuochi: le conquiste della rivoluzione e il tabù persistente della religione che, anche secondo loro, è assente dai media, vista la sensibilità sul tema.

La Tunisia, malgrado le conquiste ottenute in materia di libertà, spesso si confronta con la questione della religione e dei costumi. Casi come quelli di Amina, di Jabeur Mekri, o ancora di Nessma TV e di “Persepolis”, hanno contribuito ad alimentare le polemiche.

Anche la nuova Costituzione tunisina era stata criticata per la sua ambiguità a riguardo. Da un lato garantisce la libertà d’espressione, ma dall’altro afferma che lo Stato “deve proteggere il sacro”.

 

 


 

Articoli 6 e 31 della Costituzione

 

Articolo 6

“Lo Stato è il guardiano della religione. Garantisce la libertà di coscienza e di credenza, il libero esercizio dei culti e la neutralità delle moschee e dei luoghi di culto da ogni strumentalizzazione. Lo Stato si impegna a diffondere i valori della moderazione e della tolleranza e della protezione del sacro e vieta tutto ciò che lo oltraggia. Si impegna ugualmente a vietare la lotta contro gli appelli al Takfir (l’atto di dichiarare una persona “infedele”, n.d.T.) e l’incitazione alla violenza e all’odio”.


Articolo 31

“Le libertà di opinione, di pensiero, d’espressione, di informazione e di pubblicazione sono garantite. Queste libertà non possono essere soggette a controllo preventivo”.

 


 

Lilia Blaise

Traduzione dal francese di Federica Araco


Nota:Willis da Tunisi ha espresso il suo sostegno alle vittime della strage di Charlie Hebdo ma non ha voluto esprimersi a riguardo per il momento.